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INTERVISTA AI TIRATURA LIMITATA

Dei Tiratura Limitata ci siamo occupati già qualche settimana fa in occasione dell’uscita del loro CD retrospettivo su Area Pirata.

Qua potete leggere la recensione: Ribelli a Vita: RECENSIONE TIRATURA LIMITATA “S/T” (LP + DIGITAL, 2025, AREA PIRATA RECORDS, 3/5)

Oggi torniamo a parlare della band Milanese attraverso un’intervista collettiva al gruppo.

D: Partiamo dal disco uscito di recente su Area Pirata. Se fosse uscito nel 1986 o nel 1987, avrebbe potuto cambiare qualcosa nella storia dei Tiratura Limitata? O eravate comunque una band destinata a bruciare in fretta?

R: La situazione della band nel 1987 era di forti prospettive ma anche piena di tensioni interne.

Il punk rock cominciava a stare stretto a qualche elemento della band che poi confluì nei Casino Royale e negli Investigators.

Sicuramente l'uscita del disco avrebbe portato nuovi stimoli e nuovi concerti anche in zone fuori dal nord Italia. Ma chissà quanto sarebbe durato.

D: Il disco nasce da un’idea di Geno De Angelis maturata nel 2020. Quanto c’è di suo in questo LP e quanto è stato difficile portare a termine il progetto dopo la sua scomparsa?

Il disco è composto quasi tutto da brani che erano stati registrati nel periodo 1985/1987 quindi con Geno al basso.

Qualcosa in studio e una buona parte in sala prove (villa Amantea) e durante i live.

Quando Geno ha proposto il progetto nel 2020, durante il COVID, i brani erano già stati scelti e masterizzati.

Addirittura, la copertina era già pronta.

Per cui quando nel 2025 c'è stato il contatto con Area Pirata Rec l'unica aggiunta è stata la registrazione di “Doesn't make It Alright” che era una delle pochissime cover che proponevamo dal vivo.

D: Secondo te è più un tributo, un documento storico o qualcosa che sentite ancora vivo artisticamente?

Questo disco è la fotografia di quello che eravamo in quegli anni: cinque ventenni con l'urgenza di raccontare la nostra situazione e la nostra città.

Registrato oggi sarebbe diverso; maggiore capacità strumentale e nuove ispirazioni avrebbero portato ad un disco, ma anche una band, diversa.

Per cui siamo contenti del risultato ma i 40 anni passati, specialmente noi che ci abbiamo suonato, li sentiamo tutti.

D: Lo split EP del 1983 con gli Shocking TV resta uno dei pochi documenti ufficiali della vostra prima fase. Che rapporto c’era tra voi? Era una semplice condivisione di etichetta e scena o c’era di più? E oggi, riguardando a quello split, cosa pensi che rappresenti davvero?

Noi eravamo prima di tutto amici, e lo siamo tutt'ora, degli Shockin'TV.

Oltre al disco abbiamo diviso sala prove, concerti e serate divertenti.

Noi Tiratura abbiamo registrato quel disco dopo solo 5 mesi che ci eravamo formati.

Ma in quegli anni (1982/1983) nella scena stavano succedendo cose di cui ancora oggi si parla con ammirazione e un misto di mitologico e dovevamo assolutamente dare il nostro contributo.

Tecnicamente ha delle pecche incredibili ma a livello artistico non ne cambierei una virgola.

La cosa che più ci fa piacere è che a distanza di 40 anni ancora oggi scopro gente "insospettabile" che possiede e apprezza quel vinile.

D: La scelta di rifare “Doesn’t Make It Alright” degli The Specials nel 2025  penso che sia significativa, e sembra confermare che l’anima ska-reggae fosse centrale nel vostro suono, forse più di certa estetica punk. Quanto erano importanti per voi il reggae e il dub rispetto alla componente più strettamente punk/Oi!?

R: Ah, lo ska e il reggae sono sempre stati, insieme al punk rock, la nostra fonte di ispirazione.

Già nel disco 7 pollici Milano 1983 c'era un brano Ska (“Distruggiamo il nucleare”) e ti posso dire che quando lo suonammo al Virus nel nostro primo concerto la partecipazione del pubblico punx fu devastante. Stage dive come nei più potenti brani hardcore. Da non credere..

Doesn't make It Alright”, che fu introdotta nella scaletta anni dopo, era un brano che ci distingueva e giocoforza abbiamo deciso di registrarla per il disco perché non esisteva una versione dell'epoca registrata degnamente.

D: Oggi, nel 2025, cosa sono i Tiratura Limitata? Un progetto chiuso che trova finalmente una forma compiuta, oppure c’è spazio per nuova musica, magari con uno sguardo meno nostalgico e più contemporaneo

R: I Tiratura Limitata attualmente sono un gruppo di amici legati dai ricordi di quegli anni e dalla mancanza di Geno. Le poche cose che riusciamo a fare sono sempre dedicate a lui.

Il nuovo disco e il concerto del Bloom del 2023 ne sono la testimonianza.

Ma non credo ci saranno nuovi brani o un Réunion.

Anche geograficamente gli elementi della band sono disseminati per l'Italia e ciò causerebbe difficoltà nelle prove.

D: Siete stati spesso raccontati come una band “combat punk” debitrice dei Clash, con innesti Oi! e reggae ma mai davvero hardcore.  Non pensi che questa posizione un po’ ibrida vi abbia penalizzato nella scena milanese degli anni ’80, dove l’identità, soprattutto hardcore, era molto marcata?

R: Assolutamente d'accordo. L'hardcore punk, da suonare, non ci è mai piaciuto.

Alcuni di noi apprezzavano le proposte di questo genere che arrivavano dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti ma si faceva fatica a scrivere brani così veloci.

Fatica a livello di gusto musicale, non come tecnica strumentale.

Dal giro del Virus siamo usciti abbastanza rapidamente perché alcune contraddizioni del collettivo non le sopportavamo.

Tuttavia, nel concerto di chiusura del Virus, pochi giorni prima che venisse sgomberato e abbattuto, siamo stati l'ultimo gruppo che ha suonato su quel palco.

D: Come sai, sto scrivendo un libro sul GDHC. Quali sono stati i vostri contatti con quella scena, se
ci sono stati?

R: Come band abbiamo avuto pochissimi contatti col GDHC.

Ricordo di aver partecipato ad un concerto dei CCM al Virus, credo fosse il 1983 o 84 ma niente di più.

Io personalmente avevo scritto un articolo per la fanzine Nuove Dal Fronte in cui criticavo un po' di band milanesi del tempo.

Ma ero giovane e col dente avvelenato verso il Virus e le band che vi transitavano.

Anzi approfitto per chiedere scusa a chi ho maltrattato. 😊)

E cogliamo l'occasione per salutare con affetto tutta la scena punk attuale ma specialmente quella dei nostri tempi che ancora oggi, nonostante l'età, tiene botta e poga ai concerti.

(Riki Signorini)



INTERVISTA AD ATARASSIA GROP DA PUNKSTER N. 12 (GENNAIO 2006)

Alcuni anni fa, era gennaio 2006, ebbi l’occasione di intervistare per Punkster gli Atarassia Grop, un gruppo che mi piaceva davvero molto, in occasione dell’uscita del loro album “Non si può fermare il vento”.

L’intervista finì sul numero 12 di Punkster, una rivista che usciva in edicola (!!) e parlava di punk ed hardcore! Una cosa che a pensarla oggi è una follia, ma al tempo almeno per un po’ funzionò.

Ecco l’intervista, con l’aggiunta di alcune domande che al tempo, per mancanza di spazio, non pubblicammo:

 

Atarassia Grop è una band sulla strada da oltre dieci anni, che ha scelto di chiamarsi così per contrapporsi a quello che è davvero l’atarassia, uno stato di alienazione rispetto a ciò che è tangibile, "reale”; tutto il contrario della loro attitudine, molto attenta alla realtà ed alla vita. Di questo e di altro abbiamo parlato con Filippo, il cantante, e quello che segue è il risultato.

Riki: Siete in giro da oltre un decennio, nonostante ciò non siete una delle bands più in vista del panorama punk hardcore Italiano. Ripercorrendo le tappe della vostra storia, dalla nascita ad oggi, riuscite a spiegarci il perché?


Filippo: Uno dei motivi è che non abbiamo mai suonato nell'ottica di ricavarne notorietà. Noi cerchiamo di fare musica giorno dopo giorno, con coerenza e umiltà, senza pianificare un'attività che è e che rimarrà solo un'enorme passione. Questo non lo considero un limite, è molto più semplicemente il nostro modo di essere e di vivere la musica. Inoltre sostenere una band come la nostra vuole dire condividerne le intenzioni e gli ideali e non soltanto fare quattro risate insieme ad un concerto. Non che nelle nostre canzoni non vi sia spazio per il divertimento, anzi, ma la maggior parte dei ragazzi preferisce fermarsi a quello, mentre per noi la musica è un punto di partenza… e spesso ci segue solo chi ha voglia di partire. Penso sia questo il motivo principale.  

R: Per raggiungere un successo ed una visibilità maggiore, firmereste per una major?

F: Assolutamente no, proprio perché la nostra è solo una passione, e come tutte le passioni si disseta di sudore, non di successo.

R: Ad oggi, se non sbaglio, avete prodotto 4 dischi, due demo ed una raccolta ed avete partecipato a svariate compilation. A quale disco siete più legati?

F: Mi ricordo ancora quando mi si è presentato alla porta di casa il corriere che ci consegnava le copie del primo disco autoprodotto: che figata! Ecco, forse più che ai dischi sono legato a momenti come questo. Curare di persona la realizzazione di ogni nostro disco, dalla registrazione alla grafica, ci ha sempre dato grandi emozioni. Siamo cresciuti con la nostra musica, per cui ogni disco ci emoziona prima di tutto perché ci riporta a ciò che eravamo in quel periodo, anche se ad ascoltarli in fila, ora, sento l'esuberanza adolescenziale cedere il passo ad una disillusa incazzatura.


R: E del nuovo CD che mi dite? Siete soddisfatti?

F: Moltissimo. Credo sia il nostro migliore lavoro, soprattutto a livello di contenuti. Ho curato molto la stesura dei testi e ce ne sono alcuni di cui, senza false modestie, vado fiero. E' un disco molto intimo e sincero perché, sebbene tocchi tematiche che non riguardano solo me stesso, è scritto e suonato con la pancia e col cuore.

Inoltre anche la produzione ci ha soddisfatti in pieno, e questo lo dobbiamo alla professionalità e all’amicizia di chi lo ha prodotto.

R: Qual è il vostro brano che preferite?

F: E’ difficile dirlo. Ognuno ha la sua storia. Ultimamente a me piace molto "Canzone di Gennaio", contenuta nel nuovo disco. L'ho scritta per Fabrizio De Andrè, come se fosse una lettera. Mi sarebbe piaciuto farci due chiacchere. Ogni sua canzone è un libro intero.

R: Oggi, nel 2006, con quale gruppo o cantante vorreste fare un concerto?

F: Abbiamo suonato con un mare di gruppi e ci siamo tolti parecchie soddisfazioni negli ultimi anni. Per ora non abbiamo ancora suonato con i Gang. Con loro mi piacerebbe davvero tanto, anche perchè Sandro e Marino, che hanno collaborato con noi sul nuovo disco, sono degli ottimi compositori, oltre che delle grandi persone. Se invece mi è concesso sognare, allora sogno di stare su un palco al porto di Genova, con De Andrè che canta “Guns of Brixton”, io e Joe Strummer che suoniamo la chitarra e sotto il palco nessuno, solo il mare.

R: La vostra musica ha subito un sacco di evoluzioni nel corso degli anni, ma voi la descrivete come “Combat Burdel”. Perché?

F: Perché non c'è altro modo per descriverla: è “combat” per i contenuti, ed è “burdel” (che nel nostro dialetto vuol dire “casino”) perché non siamo musicisti, ma solo suonatori che mischiano sonorità diverse con la stessa viscerale attitudine.

R: Nella homepage del vostro sito (www.atarassiagrop.it, che ormia non esiste più) campeggia una scritta molto significativa: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Potete parlarcene un po’?

F: E' un verso di "Via del Campo" di De Andrè in cui ci riconosciamo in pieno. Tutto e tutti ci invitano a correre dietro alle cose che luccicano, ma lo avete mai visto un diamante al buio? Non serve a niente. I fiori profumano anche di notte, e se le nostre canzoni riusciranno ad essere letame per i fiori, avremo fatto qualcosa di buono.


A seguire la parte di intervista che non trovò spazio su Punkster

R: Visto che avete un bel sito, parliamo di Internet e tecnologia, ed in particolare del File Sharing che rischia di fare perdere occasioni economiche alle bands. Tu cosa ne pensi?

F: Io personalmente ho un rapporto pessimo con la tecnologia, agli sms ed alle mail preferisco l'inchiostro. Peccato che il mondo attuale ti consenta raramente di scegliere cosa fare in questo senso. Comunque devo riconoscere che la tecnologia ha delle potenzialità enormi, non solo per la velocità di informazioni e pubblicità, ma anche per quanto riguarda la possibilità di registrare e migliorare la propria musica. Senza esagerare però, altrimenti si perde in personalità, che è una cosa preziosa.. Quanto al File Sharing, se un ragazzo non ha la capacità critica di capire quali sono le bands da scaricare/masterizzare e quali sono quelle da sostenere comprando il disco originale, allora credo che il problema, più che della tecnologia, sia suo.

R: Che cosa pensate della scena alternativa italiana, e dei cambiamenti avvenuti negli anni? Ci sono dei gruppi o delle situazioni che vi sentite vicini, o che al contrario vorresti non esistessero?

F: Non sono un profondo conoscitore della scena e delle sue dinamiche. Sicuramente non ha niente da invidiare a quelle straniere, tranne forse la partecipazione del pubblico ai concerti, che all’estero è spesso più massiccia e calorosa. Devo dire che nel 1993, quando abbiamo iniziato, si respirava un’aria più genuina e meno competitiva rispetto ad ora. Nonostante questo, siamo in ottimi rapporti con molti gruppi italiani ed esteri e ci sentiamo particolarmente vicini alle bands che portano avanti i nostri stessi discorsi, come Banda Bassotti o Gang, per farti due nomi. Poi ci sono gli amici, ai quali ci lega qualcosa che prescinde dal discorso musicale, come i Los Fastidios; ma questi sono davvero tanti. Da questo punto di vista ci riteniamo molto fortunati! Per il resto non mi permetterei mai di dire che un gruppo non dovrebbe esistere, anche se alcuni sono talmente “montati” da non aiutare certamente l’unità della scena. Quanto alle situazioni, mi infastidisce molto l'invidia ipocrita che in troppi nutrono verso le bands più conosciute. È l'attitudine miserabile di chi sputa negli occhi degli altri solo perché non ha il coraggio di sputarsi in faccia.

R: Quale gruppo ha maggiormente influenzato la vostra band?

F: Uno solo non saprei proprio indicartelo. Sicuramente gli Erode, i Cccp, i Mano Negra, i Clash, ma anche alcuni cantautori; forse nella nostra musica si coglie poco o niente della loro presenza, ma nei testi, soprattutto negli ultimi, credo che il riferimento sia abbastanza esplicito.

R: E un brano non vostro a cui vi sentite particolarmente legati?

F: Ce ne sarebbero così tanti che davvero non riesco a scegliere! Di solito presto attenzione ai testi più che al ritmo o alle note, per cui in generale rimango legato alle parole. Uno che mi viene in mente in questo istante è "Al Volga non si arriva" degli Erode, ma potrei rispondere in mille modi diversi a questa domanda.

R: Per finire, dove saranno gli Atarassia Grop tra dieci anni?

F: Spero che saremo, se non ancora in giro a suonare, almeno nei ricordi di chi ha voluto bene alle nostre canzoni. Questo ci basterà.

Intervista a Gipi a proposito dei Soviet Sex

“Ciao Gianni, sono Riki Signorini da Pontedera, uno dei fortunati che hanno avuto il piacere di vedere i Soviet Sex dal vivo.

Mi ha dato il tuo numero Antonio Cecchi perché i ragazzi di Area Pirata mi hanno chiesto di scrivere le note di copertina di Urla Dal Granducato 3, e mi piacerebbe scambiare due parole con te sull'argomento.

Che dici, trovi cinque minuti per parlare di te e della band? “

Nasce così la mia intervista a Gianni Pacinotti, detto Gipi, ovvero colui che ha iniziato la sua carriera artistica come cantante dei Soviet Sex (anche se sono sicuro che Gipi non sarebbe d’accordo sull’uso dei termini carriera, artistica e, soprattutto, cantante…) per poi diventare un affermato ed apprezzato disegnatore di fama internazionale. 

Che poi, più che una intervista, è stata una chiacchierata molto informale, che ho pensato di riportare nel suo formato originale.

Gipi: Certo che sono disponibile. Dimmi cosa vuoi sapere (sempre che io ricordi qualcosa di quegli anni)

Riki: Il problema della memoria è comune per tutti. Mi servirebbe sapere qualcosa di più dei


Soviet Sex. Io vi ho visti suonare a Pontedera che avevo 15 anni. Praticamente una vita fa… Penso che si sia trattato del mio primo concerto punk, e per me fu una folgorazione… Però siete stati una meteora, di cui si erano perse le tracce sino a quando Area Pirata ha ritrovato la registrazione proprio di quel concerto. Partiamo dalla formazione.

Gipi: Io alla voce, Alessandro Fantinato (poi CCM) alla  batteria, Luca Mazzuoli prima chitarra, Dome La Muerte (poi CCM) seconda chitarra, Marco... oh cazzo non ricordo il cognome... al basso, Merda non mi viene il nome. Era pure bravo e un ottimo ragazzo. Ci eravamo scritti su Facebook qualche anno fa, ma io non ho più fb...

Riki: I brani presenti su “Urla Dal Granducato Vol. 3” li avete registrati con quella formazione, giusto?

Gipi: Sì, si tratta di una presa live inascoltabile fatta in quella palestra dove suonammo a Pontedera. Praticamente era riverbero più qualche urlo

Riki: Beh, come ti dicevo, per noi giovani del tempo si trattò di un concerto leggendario, e della musica a nessuno fregava nulla. Era l’ambiente, la carica, lo spirito che aleggiava nell’aria che faceva la differenza. Io ho avuto appesa in casa una locandina rosa del concerto che poi è andata purtroppo persa tra mille traslochi. Ti ricordi quando fu il concerto?


Gipi
: Ovviamente non lo ricordavo, ma il Fantinato qualche giorno fa mi ha mandato questa immagine, e siamo risaliti alla data: 6 gennaio 1982.

Riki: Avevo 15 anni...

Gipi: Come passa il tempo... Io ne avevo 19

Riki: Tornando alla formazione, hai saputo di Luca Mazzuoli?

Gipi: Non ho notizie di Luca dal 1986, non dirmi che….

Riki: Purtroppo si, un infarto. E non è più con noi

Gipi: mi dispiace, cazzo. Era giovane ancora. Però tanto moriamo tutti, basta avere pazienza,


ma mi dispiace davvero molto per lui e per la sua famiglia.

Riki: Tornando ai Soviet, quanti concerti avete fatto?

Gipi: pochissimi. Fammi pensare. Pontedera, Firenze, e al Cupol di Collesalvetti. Credo solo questi... Eh sì, siamo durati poco. Forse 82 -83?

Riki: Dalla locandina il concerto di Pontedera era a gennaio 82

Gipi: E credo sia stato il primo. Forse non siamo neanche arrivati a dicembre 82. Sciolti prima

Riki: Sciolti perché?

Gipi: Non ne ho memoria alcuna. Forse mi sono rotto le palle io? O Ale andò nei CCM? Ma non mi sembra...

Riki: Dome suonava già coi CCM? Sai che non ricordo

Gipi: Dome sì, ma Ale non ricordo.

Riki: Forse Ale andò via dopo


Gipi
: sì, sembra anche a me. Forse il bassista dovette smettere. Ho ricordi veramente sfumatissimi

Riki: La voce che girava era che Marco vi aveva mollato perché non aveva vogli di impegnarsi troppo

Gipi: Però Marco era gentile era difficile prendersela con lui. Però, penso di poter dire che io non avrei smesso. Ero fissatissimo :)

Riki: Al primo concerto eri già animale da palcoscenico

Gipi: ahahahah facevo stracacare!

Riki: Comunque son passati quaranta anni cazzo

Gipi: Mi sono rimaste delle foto e il ricordo di quanto mi cacassi addosso dalla paura prima di attaccare. Poi non cantavo nulla. Erano testi in falsinglese

Riki: Testi politici comunque se non ricordo male

Gipi: ma no! Non dicevo niente. Avevo una tipica inquietudine giovanile ma non capivo una cippa di cazzo. Come tutti i ragazzini

Riki: Allora sarà stato il contesto del concerto a farmelo pensare

Gipi: Di questa cosa parlavo con il Fantinato l'altra settimana. Ci sono persone che parlano di


quel periodo come una grande lotta di coscienza politica. Per noi non era così. Volevamo solo divertirci, stare in giro, fare danni, suonare. Stop.

Riki: Ma perché Soviet Sex?

Gipi: Ma che cazzo ne so.  Vidi una scritta così ad Amsterdam. Non sapevo cosa significasse, ma devi pensare che al tempo non parlavo una parola di inglese. A volte davo i nomi alle band prendendoli dalle etichette dello shampoo lette mentre facevo la cacca, solo perché una parola "suonava bene". Al tempo non c'erano gli smartphone, ed io leggevo sempre le etichette

Riki: Io le leggo ancora....

Gipi: Grande. A pensarci, dovrei ricominciare. Molte ispirazioni vengono dalle letture assurde. Comunque quel "non" impegno politico, a riguardarlo adesso, da questo periodo di dogmi pazzi mi sembra la cosa più luminosa (anche in termini politici) che potevamo inventarci. Solo l'amore per la band e per il volume. E fanculo a tutto il resto.


Riki
: Oltre ai Soviet Sex hai suonato in altri gruppi hc punk?

Gipi: No. Mi stufavo presto. Ho suonato in band New wave, reggae... Sempre suonando o cantando molto male

Riki: Beh dai, avevi (anzi hai) altri doti artistiche

Gipi: ma erano band che inventavo io. Duravano un cazzo :)

Riki: Io nessuna....

Gipi: Te vedo che hai tre figlioli stupendi quindi mi sa che hai vinto alla grande :)

Riki: Tre figlioli in quella fase che "Volevamo solo divertirci, stare in giro, fare danni, suonare.


Stop."  un delirio

Gipi: Hai fatto bene

Riki: Gianni ti ringrazio

Gipi: Grazie a te che mi hai fatto ripensare a quei tempi :)

Riki: E salutami il Fantinato

Gipi: yes! Lui sta in Canada da vent'anni. Ma tutti i sabato ci parliamo per un'oretta.

Riki: Del canada lo so, ci seguiamo su Facebook

Riki: Poi sono in contatto stretto con il Cecchi

Gipi: Salutamelo!

Intervista a Giangiacomo De Stefano ed Andrea “Ics” Ferraris sull'hardcore anni 90 e sul loro libro “Disconnection”


Alcuni di voi ricorderanno che qualche mese fa Stefano Ballini ha dedicato una puntata (che potete rivedere QUA) alla presentazione del libro “Disconnection” di Giangiacomo De Stefano ed Andrea “Ics” Ferraris. Alla serata oltre agli intervistatori partecipammo anche io, Antonio Cecchi (CCM) e Rino Valente.

Il risultato fu una chiacchierata lunga ed interessantissima, che mi lasciò però con alcune domande ancora da porre agli autori del libro che, come sapete, parla dell’hardcore italiano anni ’90, partendo da qualche anno prima.

Per questo ho voluto approfondire con Andrea e Giangiacomo le domande che mi erano rimaste in sospeso.

Devo ringraziare i due autori per le loro risposte, e mi scuso con loro per i tempi biblici da me impiegati per completare l’intervista. Per restare in tema, io sono andato avanti con tempi da anni 80, quando si faceva tutto per lettera, mentre loro sono stati velocissimi, quasi millennials....

Ecco qua le domande:

  1. Quanto è stato complicato scrivere un libro a due teste e quattro mani?

GIANGIACOMO - Io Andrea ci conosciamo da moltissimo tempo. Per un periodo

Giangiacomo

abbiamo anche suonato assieme e quindi c’è una sintonia che ci permette di essere estremamente sinceri nei rapporti e di dotarci di una disciplina comune.

ANDREA- ..poi aggiungi che pur essendo due personalità parecchio diverse, siamo piuttosto complementari, il nostro focus nel contestualizzare in modo corretto il periodo storico e le persone che ne hanno lo hanno attraversato ha senz'altro aiutato nell'amalgamarci.

  1. Per chi e perché lo avete scritto?  

GIANGIACOMO - Per un lettore interessato alle sottoculture e alla musica in generale. Il libro specialmente nella parte iniziale, cerca di contestualizzare cosa è l’hardcore e cosa c’è stato prima di quello che abbiamo raccontato noi. A noi poi interessavano le dinamiche e l’evoluzione tra le varie situazioni. Che fossero etichette, gruppi, o semplici frequentatori della scena hardcore.

ANDREA - ...anche per lasciare una foto collettiva ed una sorta di tributo ad alcune persone che secondo noi meritavano di essere ricordate.

  1. Il libro è bello perché unisce alle vostre analisi, molto interessanti, anche interviste e punti di vista di band del periodo. Hanno partecipato tutti volentieri o qualcuno ha preferito defilarsi?

GIANGIACOMO- Tendenzialmente abbiamo ricevuto grande disponibilità. C’è stata qualche defezione. Alcune poco prima che andasse in stampa il libro, altre perché qualcuno non ha voluto farne parte appena lo abbiamo contattato. Devo dire che queste poche defezioni tradiscono ragioni a mio parere abbastanza sterili e che non mi interessa affrontare ora che il libro è fuori da mesi. Anche nella mia professione, che non è quella di scrittore, dico sempre che se non racconterai tu la tua storia, probabilmente lo faranno altri in modo peggiore. Evidentemente chi non ha voluto concederci l’intervista, la pensa diversamente.

  1. Ci sono stati protagonisti del libro o di quel periodo che non hanno apprezzato quello che avete scritto?

Andrea
GIANGIACOMO- Tra chi ne ha fatto parte in modo attivo direi che per la stragrande maggioranza dei casi c’è stato un riconoscimento totale. Qualche critica ovviamente è arrivata. Aldilà di quelle espresse da persone rancorose che non avevano nulla di sensato da dire, se non scrivere post deliranti che non meritano nessuna replica, c’è stata l’inutile polemica su Milano e su come è stato raccontato l’hardcore milanese di quel periodo. Anche quella l’ho trovata non meritevole di replica. Noi abbiamo riportato l’incontrovertibile realtà. Non sono stati espressi giudizi di valore, ma anche in questo caso abbiamo analizzato le dinamiche e l’interazione tra tutte le varie situazioni prese in esame.

ANDREA - ...per completare quanto detto da Giangiacomo, ti dico che oltre alla supervisione indispensabile di Max della Tsunami e di Andrea Valentini, ci siamo anche confrontati con alcuni di quelli che sono intervistati sul libro, due nomi su tutti Diego Cestino e Giulio Repetto.

  1. Senza temere conflitti di interesse, nel senso che potete citare anche quelli nei quali avete militato in prima persona, quali gruppi degli anni 90 considerate assolutamente da raccomandare ad un neofita?

GIANGIACOMO - Per quel che mi riguarda i gruppi che a mio parere vale la pena

Colonna Infame Skinhead

ricordare sono: Growing Concern, Concrete, Equality, By all means, Eversor, Burning Defeat, Comrades, Frammenti, Reprisal, Colonna Infame e Think Twice. Chiaro che si tratta di una lista dei più significativi, e che per essere completi dovrei citarne almeno un’altra dozzina.

ANDREA - beh di certo non ti parlo di quelli con cui ho suonato perchè sarebbe patetico, a quelli menzionati aggiungerei Headsman, gli ultimi Nuvola Blu, With Love (soprattutto dal vivo), Tempo Zero, Notorius e i Mudhead

  1. Giangiacomo, tu oltre che scrivere libri e suonare, oggi nei Cosa Nostra, realizzi e produci dei gran bei documentari. Quale di queste attività ti appaga di più?

Fichissimi
GIANGIACOMO - Nei Cosa Nostra non suono più già da qualche anno per raggiunti limiti di età e poi perché penso che quel progetto, per quel che mi riguarda, ha già dato tutto quello che doveva dare. E’ una regola che mi sono imposto da sempre. Quando un gruppo ha prodotto qualche disco, va sciolto e si passa avanti. 

Il mio lavoro è un’altra cosa. Ho la fortuna di fare ciò che mi piace e questo è qualcosa è impagabile. E’ un lavoro durissimo che presuppone uno sforzo costante e che fortunatamente mi vede impegnato in progetti sempre più importanti. Ogni giorno ringrazio la vita per quello che ho ottenuto in termini professionali e di relazioni affettive.

  1. Anche se il libro parla dei 90, per uno come me, con qualche anno in più sulle spalle, è inevitabile pensare anche al decennio precedente, e fare paragoni. Quali gruppi Italiani del periodo che vi ha preceduto conoscete, quale stimate e con quale avreste voluto suonare insieme?

GIANGIACOMO - Anche in questo caso è difficile fare una classifica. Raw Power, 

CCM

Indigesti, Wretched, Negazione, Crash Box, Nerorgasmo e poi Nabat, Bloody Riot, ma anche Franti e poi CCM o Declino, sono alcuni dei gruppi che ho più ho ascoltato. Probabilmente Negazione quelli che ho sempre considerato come i nostri fratelli maggiori.

ANDREA - chiaramente quelli che ha menzionato Gian per me sono stati fondamentali ma aggiungerei Bed Boys, Juggernout, i primissimi Fall Out, i Peggio Punx...e i Kina, in particolare "se ho vinto se ho perso". Infine anche se non sono un gruppo propriamente hardcore (...e i CCM invece sì?!)..i Panico.

  1. A vostro parere cosa differenzia la scena degli anni 80 da quella del decennio successivo? Personalmente, non me ne vogliate, negli anni 90 ho visto una eccessiva settarizzazione, con conseguente divisione tra generi musicali, che a volte portava all’estremismo. 

GIANGIACOMO - Non so se dirti se ci sia stato più o meno settarismo rispetto agli anni 80’. Quelli del Virus erano così tolleranti, oppure anche loro applicavano una serie di regole che possiamo definire oltranziste? Io penso che il radicalismo attitudinale dell’hardcore sia una delle cose più belle di questo genere di musica. Negli anni 90’ abbiamo dovuto inventarci la nostra scena e quello che può essere scambiato per settarismo, è la risposta di un gruppo ristretto di persone che fronteggia la scarsa considerazione della stampa musicale, oppure di realtà come i centri sociali che, pur sentendo nostri, ad un certo punto ci hanno snobbato.

ANDREA - a conferma di quanto detto da Giangiacomo, se leggi i diversi libri che

sono usciti sui gruppi degli anni 80, in particolar modo "Dritto contro un muro" di Giorgio Senesi, ti accorgi che di divisioni e settarismi ce n'erano eccome. Poi se andiamo nello specifico dei 90, soprattutto all'inizio, c'erano meno compartimentazioni perchè c'era anche meno gente e meno tour. Quando sono arrivati i primi tour di Agnostic Front, Gorilla Biscuits e Down By Law avresti potuto vedere lo stesso pubblico per tutti e tre i gruppi, solo dopo, allargandosi il bacino di utenza ed il numero dei concerti e di band è accaduto che si creassero delle sotto-classificazioni, sotto-generi, micro-scene, etc. Comunque questa cosa succede in tutti i generi musicali, lo vedi anche nella musica industriale, nell'elettronica, persino nel jazz e nell'hip hop...secondo te l'ascoltatore medio di Rava o Bollani si ascolta Zorn o Peter Brötzmann? Ed i fan di Capo Plaza hanno la più pallida idea di chi siano i Run DMC e Grandmaster Flash?

  1. Un altro genere che mei 90 ha spopolato è quello del punk, rappresentato da gente come la Banda Bassotti, i Los Fastidios, ma anche, che so, Impossibili, Manges, Deh Pills ecc. A proposito della settarizzazione di cui parlavo prima, secondo me nei 90 sarebbe stato difficile vedere sullo stesso palco Raw Power e Nabat come invece avveniva nel decennio precedente. Quali sono stati i vostri rapporti con questa scena?

GIANGIACOMO - La scena hardcore nei 90’ è stata un qualcosa che obbligatoriamente si è mossa su canali paralleli. Devo confessarti che con un paio dei gruppi da te citati nella domanda non dividerei il palco manco ora.

ANDREA - come dicevo prima, aumentando il pubblico, i gruppi ed i tour è quasi inevitabile che i generi si vadano diramando in direzioni diverse. Sarebbe bello chiedere a Lalli e a Stefano Giaccone se i punk che andavano per massacrarsi a suon di Wretched o Negazione erano così aperti a quello che suonavano i Franti. 

  1. Gli anni 90 sono passati alla storia anche per la nascita delle posse, fiorite un po’ in tutta Italia, ma senza dubbio molto legate in particolare a Roma ed a Bologna. Come vi rapportate con questa esperienza fondamentale?

GIANGIACOMO - Beh l’Isola nel Kantiere a Bologna è stata la culla sia della nascente scena hip hop italiana, che della scena hardcore anni 90’. In quel posto abbiamo vissuto questo legame tra le due scene. A Roma, al di là di personaggi come Chef Ragoo che hanno fatto parte di entrambe le realtà, c’è stato un rispetto e un'ammirazione reciproca tra hardcore e hip hop.

ANDREA - Guarda io all'epoca ho visto più volte gli Assalti Frontali, Neffa, i

Casino Royale (che in quel periodo avevano in line up Alessiomanna e Dj Gruff), Otr, Esa, 99 Posse etc. e Corrado di Riot records l'ho conosciuto quando suonava nei Lion Horse Posse. Credo che in molti oltretutto avessimo i dischi dei Pubblic Enemy, per non parlare dei Beastie Boys. Ad altri invece faceva proprio cagare l'hip hop, a volte per partito preso, o per gusti loro o anche solo per il fatto che si trattava di un genere più "mainstream". All'epoca se volevi organizzare una posse, anche nei centri sociali era subito "sì" mentre per un gruppo hc trovavi sempre delle opposizioni, cosa che avrà anche contribuito ad aumentare la distanza fra i due generi. 

  1. Per la sera dell’intervista in radio avevo tirato fuori questi dischi anni 90 a cui sono molto legato, che vi avrei chiesto di commentare al volo se ci fosse stato tempo. La serata però passò veloce, e chiacchierammo così tanto che non ci fu tempo. Me li commentereste adesso?

GIANGIACOMO - Alcuni sono dischi nei quali ho suonato e che non rinnego affatto. Altri come Growing Concern, Fichissimi, Open Season e Eversor, sono pietre miliari della scena anni 90. 

  1. La scena degli anni 80 ha avuto una risonanza mondiale, che è stata assai minore per quella successiva, che pure sarebbe stata favorita da una evoluzione tecnologica non indifferente. Quali sono le ragioni a vostro parere?

GIANGIACOMO - A mio parere è il momento di sfatare alcuni miti ed essere oggettivi. Tutta la scena italiana anni 80’ è stata importante e influente all’estero? A mio parere la risposta è no. Esistono libri in inglese dedicati alla scena italiana di quegli anni? Anche qui la risposta è no. Va invece detto che sono stati influenti alcuni gruppi di quella scena e il tributo che ancora oggi sentiamo di dovere a certe realtà è dovuto a questo. Mi vengono in mente Raw Power e CCM in America e in Europa Negazione. Dobbiamo cercare di capire che quello che è successo negli anni 80’ e che noi reputiamo importante, è nella memoria di quelli che l’hanno vissuto e di un numero ristretto di fanatici. La scena degli anni 90’ ha avuto gli stessi rapporti con l’estero di quello di tante realtà anni 80’. Forse sono mancati i gruppi influenti come i Raw Power.


ANDREA - aggiungerei anche alcune considerazioni, purtroppo infatti, a differenza degli svedesi e dei nord europei in genere, ci sono vari fattori fra i quali le registrazioni spesso mediocri, una pessima conoscenza dell'inglese ed una scarsa propensione a seguire/leggere quello che succedeva al di fuori dell'Italia che hanno fatto molti gruppi italiani non avessero la rilevanza adeguata al di fuori delle Alpi. Quello che conferma ciò che dice Giangiacomo e di come la memoria storica spesso sia destinata all'oblio, lo puoi constatare se solo pensi a nomi che sul finire degli 80 erano parecchio conosciuti e che per di più erano anglofoni come, ad esempio, i Jingo De Lunch, gli Spermbirds e gli Instigators. Quanti sotto ai quarant'anni se li ricordano in Europa?...ed in America? ...oltretutto, nel caso dei Jingo De Lunch parliamo di un gruppo che all'epoca aveva una buona fama e che ad un certo punto è comparso persino su giornali metal come Kerrang 

  1. Quali sono le principali differenze tra le due “ere” secondo voi? E come si demarcano i due periodi storici? 

GIANGIACOMO - Il nostro libro in realtà si concentra prevalentemente tra il 1987 e il 1998. Quali sono le differenze tra anni 80’ e 90’? Penso che le tematiche

dei testi e il suono mutano in modo significativo, pur mantenendo un ovvio legame a livello di etica e attitudine. Anche in questo caso però bisogna evidenziare alcune cose importanti. Non si può parlare di anni 90’ come di un blocco omogeneo. Tra il 1990 e il 1994 c’è un abisso, così come c’è un abisso tra la scena italiana del 1982 e quello che è successo ad esempio nel 1986. Noi parliamo di anni 80’ o 90’, ma poi questi sono stati ricchi di mille sfumature e contraddizioni che vanno raccontate nella loro specificità. 

ANDREA - Spesso dividiamo e classifichiamo i periodi storici per comodità, ma il più delle volte la Storia si muove su flussi non sempre così compartimentati che si sovrappongono.

  1. Elemento di continuità tra le due epoche sono stati sicuramente i Kina. Ci avete mai suonato assieme?

GIANGIACOMO - A mio parere i Kina e la Blu Bus, sono stati tra i pochi a parlare il linguaggio dei ragazzi che hanno animato la scena nel decennio successivo. Non tutto quello che hanno prodotto ha avuto riscontri significativi, anche perché per me non tutti i ragazzi della scena anni 90’ erano in grado di capire l’attitudine e la grandezza di gente come i Kina. Purtroppo non ho mai avuto modo di suonare con loro.

ANDREA - non abbiamo suonato con loro, ma con i Burning Defeat abbiamo partecipato a delle compilation della Blu Bus. A breve (..speriamo) dovrebbe uscire una biografia dei Kina per A Rivista Anarchica, a Gianpiero è piaciuto molto il nostro libro e ci ha proposto di fare qualche presentazione assieme, non è la stessa cosa, ma è come se "suonassimo assieme" a distanza di anni. 

  1. Finiamo con la domanda classicona… Perché chi legge questa intervista dovrebbe acquistare e leggere “Disconnection”?

GIANGIACOMO - Perché è un libro interessante che inquadra l’hardcore italiano con una profondità nuova e poi perché è stato un successo inaspettato. Questo ha fatto storcere il naso a qualche “barone” del giornalismo musicale. Gli stessi che ci hanno snobbato nei 90’ e che magari facevano inutili paragoni con gli anni 80’. 

Finita l'intervista, mi permetto di aggiungere che "Disconnection" è un bel libro edito da Tsunami, pieno zeppo di foto ed interviste con personaggi che hanno preso parte alla storia di quel periodo. Lo potete acquistare da Tsunami a questo Link

Siccome il libro merita davvero l'acquisto, aggiungo la presentazione:

Quello degli anni Novanta è stato un periodo di grande cambiamento per l’hardcore in Italia. In seguito al declino o all’evoluzione delle band storiche, una ventata di novità ha dato il via allo sviluppo di una scena che, seppur ancora in qualche modo legata a quella precedente, è stata in grado di affrontare tematiche inedite e portare in sé differenti sfaccettature e modi di pensare. L’epopea dell’hardcore italiano anni Ottanta è già stata documentata con dovizia di particolari in diversi libri e documentari, ma sino a oggi il decennio successivo era rimasto esclusivo appannaggio di chi l’ha vissuto in prima persona. Ora, grazie alle voci dei componenti di gruppi dell’epoca come Growing ConcernConcreteBy All MeansEversor, Tear Me Down, With LoveSottopressione, Burning Defeat, Colonna Infame Skinhead e tantissime altre realtà che in quegli anni sono fiorite da Aosta fino alla Sicilia, questo volume va finalmente a ricomporre l’anello mancante nella storia dell’hardcore punk italiano”.



INTERVISTA AI LOS FASTIDIOS PARTE 2


Come promesso rieccoci qua a parlare con Elisa ed Enrico dei Los Fastidios, concludendo la lunga intervista iniziata qua.

1.            Negli ultimi anni ho letto che avete fatto una media di oltre 100 concerti all'anno in tutto il mondo, dall'Europa alle Americhe, ma con pochissimo spazio in Italia. Secondo voi perché?
In Italia a differenza di altri paesi europei, primo su tutti la Germania (sicuramente il meglio organizzato musicalmente e non solo), la nostra musica, quando dico nostra intendo la musica indipendente punk, ska & dintorni, negli ultimi anni non trova più sbocchi, nessuno ne parla, un esercito di musicisti fantasmi, che seppur abbiano riscontri esteri altissimi, nella penisola italiana non vengono minimamente considerati. In Germania, culturalmente avanti anni luce rispetto all'Italia, la musica viene vissuta diversamente, la musica e gli artisti sono rispettati, la musica indipendente può arrivare ovunque anche laddove in Italia arrivano solo le multinazionali della musica. In Germania e in altri paesi europei se una band vale, se una band ha riscontro, se ne parla, a differenza di un'Italia dove si racconta, si recensisce solo chi si è deciso, per interesse o chissà cos'altro, di raccontare e recensire.
In Germania e in molti altri paesi europei ogni genere musicale ha il suo affezionato e numeroso pubblico, indipendentemente se il genere sia in voga o meno, a differenza dell'Italia, paese nel quale tira solo il genere "di moda" nel momento.... In Germania, e non solo, ogni piccolo paesino ha il suo centro giovanile comunale o statale, concesso alle realtà giovanili locali, nel quale vivono collettivi, associazioni, anche fatte da giovanissimi, che organizzano eventi, concerti in questi spazi pubblici a loro disposizione, mentre in Italia i locali per i concerti chiudono oppure riscontrano sempre più problemi o difficoltà organizzative. Senza dimenticare che in ogni centro culturale si possono trovare gratuitamente a disposizione riviste musicali anche di settore (riviste che in Italia sono praticamente sparite anche dalle edicole)
In molti paesi europei nel periodo estivo i festivals punk & ska di settore non si contano, sono moltissimi, anche sullo stesso weekend, un calendario fitto di eventi a differenza dell'Italia dove di grossi festivals di settore ne conti uno, due al massimo tre in tutta la stagione (forse sto già esagerando) e dal punto di vista organizzativo ed economico risultano lontani anni luce dal modello "europeo" (senza aggiungere altro a riguardo).
Nella maggior parte degli altri paesi europei la musica viene vissuta in modo sicuramente più reale rispetto all'attuale "virtuale" stile italiano.
In Italia diminuiscono gli spazi, calano i concerti, si riduce la gente che va ai concerti e anche la stessa scena musicale ne risente.
2.            Con tutti questi concerti in giro per il mondo e l’etichetta da mandare avanti, non resta molto tempo a disposizione. Ce la fate a vivere di musica, coronando quello che sarebbe il sogno di molti di noi?
Io ed Elisa siamo fortunati, perché la nostra vita è completamente dedicata alla musica, un
full immersion quotidiano nella nostra musica. Infatti oltre alla band gestiamo lo shop online della nostra Kob Records, l'etichetta discografica e l'agenzia concerti.
Nell'insieme riusciamo a sopravvivere, ma non abbiamo mai finito di lavorare, non abbiamo orari, siamo sempre sotto, ma pienamente soddisfatti…e nella vita talvolta le soddisfazioni valgono ben di più di qualsiasi banconota.
3.            Per due natali (2018 e 2019) ci avete regalato due sette pollici che sono delle chicche, quelli di Elisa Dixan Sings Los Fastidios. A me piacciono tantissimo, e mi piace molto l’idea che Elisa (giustamente) appaia in pianta stabile on stage nei vostri concerti. Sono previste altre uscite discografiche del genere?
Era da tempo che avevo in mente di fare qualche canzone con Elisa. Lo desideravo io e lo chiedevano moltissimi amici in ogni angolo del mondo.
Elisa che dal 2011, gestisce insieme al sottoscritto la Kob Records (etichetta, shop online e agenzia concerti), segue costantemente la band e oltre ad essere tour manager del gruppo (è lei che organizza alla perfezione tutto il nostro intensissimo tour, da oltre 100 date all'anno), è anche colei che gestisce il merchandising, fotografa ufficiale nonché videomaker della band....Una figura fondamentale e molto rispettata dal pubblico Los Fastidios, tanto da divenire elemento basilare ed uno dei più amati della band...
Fu così che nel 2018 quasi per scherzo, abbiamo deciso di mettere fuori un primo EP7" con due brani Los Fastidios cantati da Elisa...e lo "scherzo" è andato più che bene, visto che il singolo ebbe fin da subito un grosso riscontro positivo.
Da quel momento ad ogni concerto Elisa è ospite fissa sul palco per cantare “Radio Babylon” e “Message pour Toi” (del nuovo album) per l'entusiasmo e gioia del pubblico...sicuramente uno dei più bei momenti del concerto Los Fastidios.
Andata bene la prima abbiamo quindi deciso di continuare con questa chiamiamola pure collana di EP7" con il secondo volume, pubblicato a dicembre 2019, che ha riscosso a sua volta ottimi consensi sia dal pubblico che dalla stampa specializzata.
Elisa ha anche registrato 2 videoclips che su Youtube stanno andando veramente alla grande!!!!
Ciliegina sulla torta, quest'anno io ed Elisa convoleremo a nozze!!!!
E sicuramente ne vedremo ancora delle belle con Elisa alla voce…restate sintonizzati sulle nostre frequenze!!!! 
4.            Avete anche preso parte al film documentario “Skinhead Attitude” del regista svizzero Daniel Schweizer, insieme ad altre leggendarie figure e bands della scena musicale street mondiale come Laurel Aitken, Bad Manners, Roddy Moreno e i suoi The Oppressed, Jimmy Pursey degli Sham 69. Come è nata questa esperienza?
Era l'oramai lontano anno 2000 quando fummo contattati dal regista Schweizer, che ci propose questo documentario, l'idea ci piacque e accettammo....
Fu una bella esperienza, il regista ci seguì con le sue telecamere durante alcuni tour in Europa. Leggendarie furono le riprese che fece in quel di Cracovia in occasione di un grosso festival a cui partecipammo insieme ad Anti-Nowhere League, Skarface, Oxymoron e molte altre bands internazionali. Quel giorno ci furono pesanti scontri fuori dal palazzetto dello sport, nel quale si svolgeva l'evento benefico, tra molti ragazzi del pubblico e la polizia che aveva ingiustamente attaccato, picchiato ed arrestato i ragazzi che si apprestavano ad entrare al festival...
Le riprese che fece in quell'occasione il regista furono fondamentali a dimostrare la
responsabilità e l'abuso perpetrato dalle forze dell'ordine, permisero di dimostrare l'innocenza di molti ragazzi ingiustamente arrestati, scagionarono l'organizzatore del Festival dalle accuse mosse dalla polizia nei suoi confronti e tutto questo portò addirittura alla rimozione dal suo incarico di uno dei capi della polizia locale. Molte immagini di quegli scontri compaiono anche nel documentario.
Fummo abbastanza soddisfatti del prodotto finito, ovviamente una grande emozione condividere questo documentario insieme a mostri sacri della scena punk & ska mondiale...un documentario sicuramente da vedere. Un interessante spaccato di quegli anni.
5.            Avete in testa un concerto, un evento che resterà per sempre nel vostro cuore?
Non ne abbiamo uno, ne abbiamo decine, centinaia, anche perché ogni concerto ha la sua storia, dal grande evento al concerto nel "peggior" baraccio dei sobborghi metropolitani. Ovunque siamo arrivati, amici vecchi e nuovi ad aspettarci con grande entusiasmo, ragazzi e ragazze che anche se era la prima volta che incontravamo, dopo qualche minuto di chiacchiere, ti sembrava comunque di conoscere da sempre...
Cambiano le città, i paesi, i continenti, ma le situazioni sono sempre le stesse, cambiano le lingue, ma gli argomenti, i problemi, i valori, le lotte sono comuni, in ogni angolo del mondo... e le emozioni sono sempre intense. 
Siamo veramente fortunati, perché la nostra è da anni una vita sulle strade del mondo, una enciclopedia on the road, che ci permette giorno dopo giorno, data dopo data, di arricchire il nostro bagaglio personale di conoscenze ed esperienze. Una vita che non cambieremmo con niente e per niente al mondo.

6.            I Los Fastidios sono legati al mondo del calcio e delle gradinate a più mandate, dalla Virtus Verona al St. Pauli. Ci raccontate qualcosa?
Siamo sempre stati molto legati al mondo del calcio, abbiamo sempre visto la gradinata come uno spazio di aggregazione e partecipazione reale dal basso. Oltretutto la "Curva" è da sempre legatissima al mondo musicale, una vita parallela. Gradinata e suoni della
strada, un connubio perfetto, dagli anni 60/70 ad oggi.
Negli anni abbiamo sempre supportato con la band, moltissime tifoserie antirazziste ovunque in Europa e nel mondo, suonando in moltissime feste ed eventi ufficiali di gruppi ultras, con i quali abbiamo mantenuto poi nel tempo un bellissimo rapporto di amicizia e rispetto reciproco: da Marsiglia a Wrexham, da St Pauli a Glasgow (Celtic FC), da Friburgo (D) a Manchester (FC United), da Jena (D) a Fasano (I), da Potsdam (Babelsberg) a Mainz, da Duisburg (D) ad Augsburg (D), fino anche a molte belle ed importanti realtà di Calcio Popolare, da Napoli (Quartograd) a Padova (San Precario e Quadrato Meticcio), da Caserta (RFC Lions) a Glasgow (United Glasgow) e moltissime altre bellissime realtà che portiamo tutte nel cuore. Moltissime anche le nostre partecipazioni musicali a tornei calcistici antirazzisti estivi organizzati dai vari gruppi ultras o dalle squadre di calcio popolare. Quando siamo stati in Cile a Santiago, siamo stati ricevuti addirittura oltre che dai capi della tifoseria del Colo Colo anche da membri dello staff societario, nella sala stampa dell' Estadio Monumental David Arellan che mi hanno conferito anche la tessera di membro onorario del leggendario club cileno.
In Brasile a Sao Paolo al nostro concerto c'erano i rappresentati di tutti i gruppi antifascisti ed antirazzisti di tutte le squadre Pauliste (sono moltissime), il tutto senza nessun problema di ordine pubblico. Una esperienza bellissima. Lo stesso a Città del Messico....
La musica unisce e talvolta fa convivere festosamente, magari solo per il tempo del concerto o dell'evento, anche tifoserie storicamente nemiche. Ancora una volta a dimostrazione di come la musica possa tutto ed è anche per questo motivo che alla musica abbiamo deciso di dedicare tutta la nostra vita. Joy Joy Joy !!!!
7.            Nel nuovo disco ci sono un sacco di collaborazioni interessanti, ma quella che più colpisce è quella con Paul Heaton (cantante delle storiche pop band inglesi The Housemartins e The Beautiful South e attualmente ai primi posti delle classifiche inglesi con il suo progetto solista) alla voce nella canzone "I have a dream". Come è nata questa collaborazione?
A te colpisce, a me il solo pensiero fa venire la pelle d'oca. Questo featuring rappresenta più di un sogno per me (tra l'altro il brano, si intitola proprio così). Condividere un nostro brano con il "mio" cantante, l'artista che da sempre ritengo il miglior vocalist del mondo, il cantante del quale fin da ragazzotto sono stato e, sono tuttora, un grandissimo fan, non è cosa da tutti i giorni...
I The Housemartins sono sicuramente la band che più ha segnato la mia passione e crescita musicale e avere oggi il leader/frontman, Paul Heaton, ospite nel nuovo album Los Fastidios, mi fa scendere più di una lacrima!!! Con Paul sono in contatto da molti anni, da quando avevo ricevuto un suo apprezzamento riguardo il nostro album “Siempre Contra”...era il 2004...
Già allora ero rimasto shockato, il mio idolo di sempre, che si complimentava con noi per le nostre canzoni e la nostra attitudine. Da quel giorno siamo sempre rimasti in contatto, ci sentiamo spesso e l'ho incontrato una volta a Ferrara qualche anno dopo in occasione di un suo concerto.
Poi un paio di anni fa, in fase di preparazione dell'album, gli ho semplicemente chiesto se avesse voluto e potuto dare un contributo vocale ad un nostro brano e ha risposto con grande entusiasmo, dimostrando ancora una volta una grandissima umiltà... una persona speciale, un grande artista che ha dato al nostro nuovo album un tocco di magia, quel tocco che solo Paul Heaton può dare ad una band. Ha scritto e cantato la sua parte, registrandola direttamente a Manchester, in quanto un inconveniente gli ha impedito, come aveva invece previsto, di venire a Verona a trovarci per qualche giorno durante le registrazioni. Un'altra piccola curiosità, Paul Heaton lo si vede spesso sia nelle dirette BBC o in altri programmi indossare orgogliosamente la t-shirt Los Fastidios.... da lacrime.
Bene, siamo giunti alla fine di questa lunga intervista, ma speriamo di avere presto modo di riparlare con i Los Fastidios, magari sotto ad un palco con una birra in mano.
(Riki Signorini)

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