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RECENSIONE DOCUMENTARIO “KINA: SE HO VINTO SE HO PERSO” (REGIA DI GIAN LUCA ROSSI, 5/5)


Chi mi conosce sa che importanza hanno avuto per me i Kina, sia negli anni della mia formazione che nella maturità attuale.
Li ho visti suonare tantissimi volte, ed a loro mi lega una amicizia che, a dispetto dei molti chilometri che separano Aosta da Pisa, si è mantenuta negli anni.
Per questo l’occasione di incontrarli a Firenze per la proiezione del documentario “Se Ho Vinto Se Ho Perso” era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire, soprattutto dopo che poche settimane prima mi ero perso il loro
passaggio da Prato.
Rivedere Gianpiero ed Alberto dopo forse vent’anni (con Sergio avevamo avuto modo di trovarci un paio di volte nel frattempo) è stata una bellissima emozione, e mia moglie, che mi ha accompagnato, non riusciva a credere che fosse passato così tanto tempo dall’ultima volta che ci eravamo trovati, da quanto il tutto è stato naturale.
Ma bando alle ciance ed ai sentimentalismi, passiamo al sodo, ovvero al documentario che parla dell’omonimo disco dei Kina, il loro disco più maturo, un pezzo di storia del punk europeo.
Un disco raccontato attraverso gli occhi dei tre principali interpreti di questa storia che è andata avanti dal 1982 al 1997, e che comunque non si è mai davvero interrotta.
Una storia nata nel nulla assoluto di Aosta, in una radio locale che passava i
primi pezzi punk che nessuno voleva passare (a parte Sergio), con quel soprannome “Huskers From The Mountains” che fu loro affibbiato da Stiv Rottame di TVOR e che li ha seguiti per tutta la loro storia, anche se loro gli Husker Du non li conoscevano ancora.
Una storia che li ha visti crescere tra lo stupore ed anche l’incredulità della scena HC europea, loro che venivano
dalle montagne e avevano un look quasi da “surf punk”, loro che erano Italiani e “tranquilli”, mentre in UK pensavano che i punk potessero esistere al massimo in Germania, loro che sono stati gli “sherpa” del punk Italiano, tracciando le vie lungo le quali si sono poi mossi tutti gli altri.
Una storia che si è interrotta dopo 350 concerti di cui 200 all’estero, quando Gianpiero, di fronte a gente, anche amici di una vita, che li contestava perché dopo anni di “gavetta estrema” avevano suonato in due o tre posti un po’ più grandi, ha capito che “il mondo aveva più bisogno di un buon fisioterapista che di un bassista”….
Una storia raccontata da Gian Luca Rossi attraverso documenti originali ed a
colori del tempo, e belle interviste realizzate dal regista, realizzate in bianco e nero con una fotografia bellissima che ci mostrano i nostri oggi, tra arti marziali, musicoterapia, figli, gite in montagna, cani, studi fisioterapici…...
E in questi quasi 80 minuti, nei quali sono coinvolti anche amici che al tempo hanno condiviso molta strada coi Kina, impariamo come Sergio, Gianpiero e Alberto non suonavano per la musica ma per conoscere la gente ed
esprimere idee, attraverso i Kina ed attraverso la loro leggendaria etichetta Blu Bus che ci ha fatto conoscere tonnellate di bei gruppi.
Impariamo come i nostri riuscissero ad attraversare l’Europa, a volte anche senza carta geografica, per Tour organizzati in modo acrobatico con lettere e telefonate dalle cabine telefoniche a gettone, individuando i locali dove avrebbero suonato solo seguendo i crestati o i poliziotti che di solito li presidiavano in massa
Ed è bello vedere attraverso gli occhi di Alberto quanto è cambiata Berlino, che io ho visitato solo molti anni dopo di loro, e scoprire come, nonostante tutto il reazionismo dilagante, esistano ancora isole che combattono e resistono.
Insomma, un documentario che raccomando a chi non ha vissuto quel periodo da vicino.
Un documentario che mi augurano possano vedere tutti quei giovani che oggi
collezionano selvaggiamente dischi, cassette e fanzine del tempo, spendendo capitali per acquistare materiale che non volevamo vendere a più di 1.500 lire.
Un documentario che al suo interno contiene una frase, pronunciata da Sergio, che mi piace moltissimo, perché dovrebbe aiutare a capire che la favolosa golden age dell’hardcore Italico non era tutto rose e fiori come molti pensano: “Quando incontro dei ragazzi che mi dicono roba tipo , la mia riflessione è ”.
E con questo chiudo la mia lunga recensione/riflessione, anticipando la risposta a chi mi chiederà,  giustamente, perché non ho recensito prima questo documentario, se mi piace così tanto. La risposta è semplice: perché speravo che nel frattempo il regista trovasse un canale di distribuzione di questo “Se Ho Vinto Se Ho Perso”, in modo da potere concludere dicendo qualcosa tipo “un DVD da avere assolutamente sotto l’albero di Natale in questo 2020”.
Ma la raccomandazione finale la faccio lo stesso: se vi capita, andate a vederlo, mi raccomando.

I contatti
https://www.facebook.com/Come-macchine-impazzite-1493030024311727/



RECENSIONE KINA “TROPPO LONTANO E ALTRE STORIE” (CD/LP, 2019, SPITTLE RECORDS, 5/5) + INTERVISTA A ALBERTO VENTRELLA, CHITARRISTA DEI KINA


Troppo Lontano e Altre Storie” è la ristampa, per la prima volta su vinile, di un CD compilation uscito su Blu Bus nel 1996 e da tempo introvabile (dopotutto la storia di Blu Bus è finita nel 1998), che contiene una serie di brani, perlopiù acustici, usciti tra il 1987 ed il 1994, più la inedita (al tempo) La Strada Di Vetri.
Un disco struggente e quasi “cantautoriale”, che mi è sempre piaciuto molto e del quale mi fa piacere riparlare dopo tanti anni, stavolta avvalendomi anche della preziosa collaborazione di Alberto Ventrella, storico chitarrista della band di Aosta, che del disco ci dice subito: << Sono davvero molto felice del risultato, perché è stato rimasterizzato, e quindi ha un suono più pieno e più potente. E poi il vinile è sempre un oggetto magico! E sono contento del fatto che adesso, grazie all’ottimo lavoro di Goodfellas, i nostri lavori sono tornati ad essere reperibili anche se la nostara Blu Bus non esiste più >>
Nella raccolta si trovano innanzitutto le versioni integrali dei pezzi registrati a Lubeck
al termine del lunghissimo tour che li vide suonare un po’ in tutta Europa tra ottobre e dicembre del 1986, vale a dire “Troppo Lontano”, “Grigio” e “Quando…”. Si tratta di brani pubblicati originariamente nel 1987 sotto forma di 7”, il primo dei Kina, che, fino a quel momento, un po’ contro ogni tradizione avevano registrato solo LP. Due pezzi sono ancora assai tirati e pieni di assoli quasi metal, ma la vera novità è la title track, la prima “ballata” dei Kina, che apre la strada a quello che sarà in seguito il vero marchio di fabbrica del gruppo: canzoni cantate e non più urlate, testi ancora pieni di significato e impegnati, ma in modo più poetico e meno diretto.
Proprio a proposito di “Troppo Lontano” Alberto ci dice: << In realtà penso che la melodia ce l'avevamo dentro fin dall'inizio, anche per il nostro background. Io, ad esempio, a 13 anni suonavo con la chitarra le canzoni dei cantautori italiani. Ci abbiamo messo un po’ di tempo per trovare il modo efficace di inserirla nei nostri brani, ovviamente tutto in modo assolutamente inconsapevole!! "Troppo lontano" ha aperto una nuova strada, ma ciò che stavamo maturando si poteva intuire già qualche tempo prima in alcuni pezzi come "Sabbie mobili". >>
Troviamo anche quattro pezzi su cinque (“Sabbie mobili”, “Il mio dolore”, “It’s the Law” e “New Season”) di quelli apparsi sul mini LP “La diserzione degli animali del circo” targato Kina + Howth Castle, ed uscito nel 1989 su Blu Bus. Pezzi che vedono la partecipazione di Lalli & Giaccone, e che annoverano la prima cover degli Aostani, “It’s the Law” dei Social Distortion.
<< In realtà, ci dice ancora Alberto, di cover ne abbiamo suonate molte. Era un ottimo modo per imparare a suonare: Sex Pistols, Dead Kennedys, Clash, Jam, Metallica, Husker Du…. Le cover pubblicate invece sono davvero poche, anche perché suonare e comporre pezzi nostri era il modo per rispondere al nostro bisogno di essere creativi ed espressivi. “It's the law” è apparsa nel disco "la diserzione degli animali del circo" collaborazione tra noi e gli Howth Castle. Se ricordo bene il brano è stato proposto da Lalli e Stefano Giaccone. Loro hanno sempre delle grandi idee perché sono dei veri artisti. >>

Già, Lalli e Giaccone, due pedine importantissime nella scacchiera Kina Blu Bus, con Stefano che per un po’ entrerà a fare parte in pianta quasi stabile della band: << Stefano e Lalli li conoscevamo da tempo, avevamo fatto qualche concerto insieme e se ricordo bene nel 1984 noi i Franti e i Contrazione siamo andati a suonare al Tuwat di Carpi e ad Ancona. I Franti erano i grandi, quelli da ascoltare , da seguire , erano dei "maestri".....la collaborazione è venuta da se... >>
Sul disco trovano spazio anche la versione acustica (e bellissima) di “Questi Anni”, pubblicata nel 1988 da Blu Bus nello split “Come Tu Mi Vuoi” (Kina / The Sphere), ed altri pezzi registrati durante una serie di sessioni acustiche nel 1988: “Occhi di rana”, e “Cosa farete”, che neppure Alberto ricorda più bene da dove sono stati estratti: << Qua purtroppo i ricordi dopo tutti questi anni sono molto vaghi, ma direi che sono apparsi tutti e due in origine su "se ho vinto se ho perso">>.
E poi c’è “Mondo mai visto” forse il pezzo più bello di tutto il punk Italiano, presentato nel 1990 su uno Split 7” con i tarantini ACT, e infine registrazioni fatte nel 1994 con Marco Brunet alla chitarra e voce (“Il nostro forte”, apparsa sulla compilation “Hokahey: songs for freedom coalition” del 1993, e l’allora inedito “La Strada di vetri”).

A proposito di Marco, chitarrista dei Kina per un breve periodo, sentiamo cosa ci dice Alberto: << Marco è un amico di sempre, forse andava addirittura alle superiori con Gianpiero, aveva apprezzato moltissimo "Se Ho Vinto Se Ho Perso" e quando dal 1990 al 93 mi sono preso un po’ di pausa dai Kina lui era il chitarrista giusto per andare avanti. >>
Per finire, un’ultima domanda ad Alberto, per sapere se quando uscirono “Questi anni” e “Mondo Mai visto” avrebbe mai immaginato che sarebbero diventati, se mi passate il termine, dei veri e propri anthem generazionali.
<< In realtà, noi abbiamo sempre solo fatto quello che ci andava di fare senza curarci di cosa avrebbero pensato gli altri. “Troppo lontano” ad esempio era un brano assolutamente fuori dagli schemi per quel periodo, ci piaceva e lo abbiamo fatto uscire senza farci nessun problema. In questo senso eravamo molto punk centrati sul presente e incuranti del futuro...>>


(Riki Signorini)


I brani
1.    Troppo Lontano (da “Troppo Lontano” 7”)
2.    Grigio (da “Troppo Lontano” 7”)
3.    Quando... (da “Troppo Lontano” 7”)
4.    Questi anni (Dallo split 7” “Come Tu Mi Vuoi” (Kina / The Sphere))
5.    Occhi di rana (------)
6.    Cosa farete (------)
7.    Il mio dolore (da “La Diserzione degli Animali del Circo”)
8.    It's the law (da “La Diserzione degli Animali del Circo”)
9.    Sabbie mobili (da “La Diserzione degli Animali del Circo”)
10. New season (da “La Diserzione degli Animali del Circo”)
11. Mondo mai visto (Dallo split 7” “Kina / Act” (Kina / Act))
12. La strada di vetri (inedito al momento dell’uscita del CD)
13. Il nostro forte (dalla compilation “Hokahey: songs for freedom coalition”)

I contatti


RECENSIONE KINA “CERCANDO” (CD/LP, 2019, SPITTLE RECORDS, 5/5) CON INTERVISTA A GIANPIERO CAPRA, BASSISTA DEI KINA

Correva l’anno 1986, quello della esplosione nucleare di Chernobyl, quando i Kina dettero alle stampe il loro secondo album in studio, “Cercando” (terzo se consideriamo anche “Irreale Realtà”, ristampa della prima demo, recensito QUA).
Un periodo difficile, una specie di crepuscolo di quella che sarebbe poi stata ricordata come la “golden age” dell’Hardcore Italiano, ma ancora nessuno se ne stava rendendo conto.
In quel contesto la band di Aosta pubblicò un disco già molto diverso da quello che lo precedeva, “Irreale Realtà”, di cui ci siamo già occupati QUA.
Un disco un po’ meno veloce e un po’ più melodico, che Gianpiero Capra, il bassista, ci descrive così: - Cercando” è uscito in un momento particolare. Stava cambiando tutto. Quasi tutti i gruppi che avevano fatto partire la scena italiana insieme a noi non c’erano più, era più facile suonare all’estero che in Italia, i riferimenti degli inizi erano spariti. Abbiamo iniziato a inventare non solo il nostro suono, abbiamo iniziato a pensare che dovevamo essere “altro” ed ecco i pezzi di “Cercando
Ed in effetti questo LP consacrò i Kina come una delle formazioni più originali, creative e (perché no?) innovative della scena europea (e non solo).
Un disco che considero uno dei capolavori dei Kina, che (ri)ascolto volentieri in attesa di vederli finalmente di nuovo dal vivo durante il loro reunion tour.
Diversi pezzi estratti da questo disco sono entrati a fare parte della scaletta della band Aostana, e non a caso.
Sicuramente “Sabbie Mobili”, con quell’inizio inconfondibile ed un testo di quelli che ti toccano, è uno dei brani più belli mai scritti dai Kina.
Ed infatti Gianpiero ci conferma che questo è uno dei pezzi più richiesti durante i loro show: - Sabbie mobili” è sempre stato il pezzo più richiesto. Pensa che ce lo chiedevano i Negazione e CCM in tour nell’85 quando il disco non era stato ancora registrato. È stato il nostro primo pezzo “orecchiabile”. -
Sul disco però c’è anche la sfuriata hardcore di “Cercando”, così come quella strumentale di “R.R. Bar”, e ci sono pure “Automi” e “Nel tunnel”.
E c’è anche “Stanotte visioni di morte”, otto minuti disperati, a proposito dei quali Gianpiero ci dice: - È il nostro pezzo più metal e più lungo di sempre. Dal vivo poi era quasi un pezzo prog. Oggi non lo sapremmo mai rifare...
Una nota finale per la copertina del disco, una foto che ritrae un homeless infuriato. Ancora Gianpiero: - La foto è di Don Mcculloch, uno dei più grandi fotografi del 900. Ha fatto foto pazzesche a situazioni orribili. Ha saputo ritrarre l’orrore, la rabbia e il furore. Molti gruppi della scena hanno avuto sue foto negli artworks. Ci sono alcuni documentari su di lui. Vale la pena vederseli per conoscere una persona eccezionale.
Ok, consiglio recepito. Ed ora corro a girare il vinile per ripartire dal lato A…

(Riki Signorini)

I brani

1.   R.R. Bar
2.   Il confine 
3.   Automi 
4.   Nel Tunnel 
5.   (!?!)
6.   Sabbie mobili
7.   E intanto
8.   Cercando
9.   Stanotte...visioni di morte

I contatti

https://open.spotify.com/album/24DFJtPDqBd4Yz5wffCI5I?si=0VbB6PxpQy-P9Y7bYzBeog

INTERVISTA AI KINA SU GARAGE RADIO (OSPITI DI HEINTZ ZACCAGNINI)

Visto che da un bel po' non mi faccio vivo su queste pagine, oggi esagero, e oltre alla recensione dei Bouncing Souls di pochi minuti fa, segnalo la bella intervista fatta in radio a Sergio dei Kina ospite di Heintz Zaccagnini nella sua trasmissione Friday Extreme Rock Adventure del 10 maggio.
La trasmissione la potete riascoltare cliccando QUA, e vi consiglio di farlo, perché potrete come sempre ascoltare ottima musica (Frontiera, Husker Du, Sean Wheeler & Zander, Schloss, Pogues, The Mahones, Stiff Little Fingers e Moving Targets), e perché Sergio ci racconta:

1)  dei motivi che hanno spinto i Kina a tornare a calcare i palchi,
2)  del documentario “Se ho vinto se ho perso”, realizzato da Gianluca Rossi che racconta “la vicenda artistica ed umana della band valdostana dei Kina, esponente di spicco della scena punk italiana ed internazionale degli anni ’80, dal punti di vista privato e personale dei suoi componenti. Un viaggio declinato al presente, nella quotidianità delle vite “ordinarie” che i protagonisti vivono oggi, alla ricerca delle tracce che li legano a quel passato vissuto tanto intensamente, fra concerti, occupazioni, estenuanti tour in furgone”,
3)  di quello che è stata la scena degli anni 80 (ed oltre), e di quello che avrebbe potuto essere se avessero avuto a disposizione i mezzi tecnologici odierni,
4)  di cosa fanno oggi i membri dei Kina,
5)  del perché, nonostante tutto, nessun gruppo è riuscito a sfondare,
6)  di MRR e di molto altro ancora

Insomma, ascoltatevilla!!!!!

PS: il teaser del documentario lo potete trovare qua:

RECENSIONE KINA “IRREALE REALTÀ” (CD/LP, 2018, SPITTLE RECORDS, 5/5)

Continua grazie a Spittle Records l’operazione di recupero delle preziose testimonianze dei Kina.
Stavolta tocca a “Irreale Realtà”, il primo disco ufficiale per la band di Aosta, che vide la luce nel 1985.
In questo primo vero lavoro sulla lunga distanza nel quale i nostri ”Huskers from the mountains” (sul perché di questo soprannome leggete la nostra intervista QUA) ripresero (registrandoli di nuovo) alcuni pezzi già presentati nella demo “Nessuno Schema Nella Mia Vita” (della cui versione LP ci siamo già occupati QUA).
Un lavoro stupendo (e non potrebbe essere altrimenti per un disco che inizia con “Nessuno Schema”), nel quale si respira già a pieno quella che sarà la tipica atmosfera dei dischi dei Kina. Non solo frenetico Hardcore, dunque, ma anche, e soprattutto, cuore e melodia, malinconia e partecipazione (ascoltate “Nessun Fiore” per capire cosa voglio dire…)
Il tutto unito ad una consapevolezza politica notevole, che ha fatto dei Kina uno dei gruppi più longevi del primo punk Italiano, capace di non scendere mai a compromessi e di portare avanti la filosofia del DYI anche quando alcune band iniziavano a raggiungere accordi con le major, continuando a proporre nuova musica indipendente con Blu Bus, Circus Records e Wi Confondo (tanto che per me Sergio e C. ancora più che agli Husker Du dovrebbero essere paragonati alle icone del DYI di Oltreoceano, i Fugazi…).
La cosa curiosa è che quando ho riascoltato per la milionesima volta questo disco, ma per la prima volta nell’ottica di farne una recensione, ho notato cose che in passato non avevo mai notato, ovvero, la fortissima influenza della Torino Hardcore dei tempi su brani come “Farse”, “Riprendiamoci La Vita” e “Messaggi”, e quella altrettanto marcata dei Peggio Punx su “Senza Pensare
Concludo, se ce ne fosse bisogno, col dire che questo disco è un must. Probabilmente non il migliore del combo di Aosta, ma sicuramente degno del loro podio. La ristampa ci voleva proprio, e toglie finalmente questo disco dal mondo dei bootleg che arricchivano un mercato che poco ha a che fare con lo spirito D.I.Y. della band. Per questo plaudo all’iniziativa di Spittle Records che mette a disposizione di chi non c’era, e di chi c’era ma dormiva, un disco che è storia, una splendida storia.
Ed ora attendiamo “Cercando….”
(Riki Signorini)

I brani

LATO A
  1. Nessuno schema
  2. Farse
  3. A chi tocca
  4. Robot
  5. Non smetterò mai
  6. Senza pensare
  7. Vietato 

LATO B
  1. Correre cercare piangere
  2. Riprendiamoci la vita
  3. Messaggi
  4. Nessun fiore
  5. Il mio dolore
  6. Bagliore accecante
  7. Solo pensieri
  8. Vivere odio 

I contatti



RECENSIONE KINA “NESSUNO SCHEMA NELLA MIA VITA” (CD/LP, 2018, SPITTLE RECORDS, 5/5)


Da sempre considero i Kina un gruppo fenomenale, fondamentale per la scena Hardcore se non mondiale almeno Europea (anche se, almeno ai tempi d’oro dell’Italian HC, non era affatto raro leggere su MRR recensioni in cui si usavano gli Aostani come metro di paragone musicale).
Nei Kina mi sono imbattuto per la prima volta al Victor Charlie di Pisa poco dopo l’uscita della loro prima cassetta, “Nessuno schema nella mia vita!”, e da allora mi hanno accompagnato praticamente per due terzi della mia esistenza.
E proprio di quella cassettina, pubblicata nel lontano 1984, e successivamente riproposta come LP nel 92, si parla qua oggi.
Undici brani di puro Hardcore, con testi politicizzati ma mai banali né tantomeno scontati, già influenzati da quel tocco di poesia che poi diventerà il marchio di fabbrica della band di Aosta.
Undici tracce che già lasciano capire quello che sarebbero diventati i Kina di lì a poco, partendo dal loro album più accaci (e in particolare molto legato alla Torino Hardcore del tempo).
Undici pezzi nei quali Sergio Milani (drums), Alberto Ventrella (guitar) e Giampiero Capra (bass) gettano le basi del loro successivo primo vero album, “Irreale Realtà”.
Undici canzoni che sono una delle ragioni per cui da sempre amo il punk e l’hardcore, e che non mi sono mai stufato di ascoltare in tutti questi anni, e che anzi consiglio a tutti coloro che credono nella musica alternativa e nell’importanza dell’Underground.
Perché questo disco è un caposaldo di quella storia, ed è bello sapere che grazie a Spittle tornerà ad essere facilmente fruibile anche a chi non ha potuto vivere quella storia in diretta.

(Riki Signorini)

PS: uno dei motivi per cui adoro i Kina? La splendida copertina, di Magi, la cura per i dettagli, e testi come questo, di “Nessuno Schema”….

Nessuno schema nella mia vita, nessuno schema
Odio profondo, ostilità infinita, nessuno schema
Non sono un automa, non avrete anche me
Vivere senza autorità è possibile
Sono le regole ad uccidere la mente
La ribellione al potere è giusta
Mi rende ciò che mi è stato rubato
Distruggiamo il senso del dovere
Solo allora potremo volare
Ucciso dal vostro denaro
Uccisi dal vostro potere
Ucciso dalla vostra morale
Ucciso perché la libertà è solo un’idea...
...e dal mio odio per voi

Ora non possiamo che disobbedire
É l’unica arma che possiamo usare

I brani
A1 Bagliore Accecante
A2 Solo Pensieri
A3 Messaggi
A4 Teleimmissione
A5 Vivere Odio
A6 L’Alba
B1 Vita Sprecata
B2 Nessuno Schema
B3 Basta
B4 Il Mio Dolore
B5 Senza Pensare

I contatti



Intervista ai Kina

Chi mi conosce da un po’ sa sicuramente del mio debole per i Kina.
Non a caso, quando mi decisi a riprendere di scrivere di musica, la prima recensione fu quella dei FRONTIERA, eredi naturali dei Kina, che potete leggere QUA.
Recentemente, poi, ho avuto l’onore di intervistare nel corso di Friday Extreme Rock Adventures (garage Radio) Sergio Milani e Giampiero Capra, rispettivamente batterista e basso dei Kina (e non solo), insieme al padrone di casa Heintz Zaccagnini ed a Antonio Cecchi (ex CCM).
Il risultato, come sempre quando ci sono di mezzo i due Aostani, è stata una serata piacevolissima, ricca di aneddoti e curiosità che potrete riascoltare attraverso il PODCAST cliccando QUA.
Siccome però il tempo è volato (nonostante avere tagliato due brani in scaletta, non ce l’abbiamo fatta a fare tutte le domande previste), abbiamo allora deciso di preparare un’intervista scritta, che finalmente siamo riusciti a completare.

1.  Partiamo dalle origini, o meglio dal vostro soprannome storico, “Huskers From The Mountains”. Secondo voi, montagna a parte, qual è la ragione di questo appellativo? Ve lo chiedo perché, come forse saprai, a me gli Husker Du non sono mai piaciuti più di tanto, mentre adoro i Kina, e l’accostamento non mi è mai stato chiaro.
Gianpiero: Ok e allora origini siano. Nel 1981 ero a Torino e tutti quelli che erano parte della nascenda scena si trovavano nel pomeriggio in un negozio di dischi che si chiamava Rock’n’Folk. Era il negozio dove Alberto Campo (poi divenuto giornalista musicale di rilievo oltre che conduttore radio prima di Radio Flash e poi Rai Radio 2) era il
commesso/suggeritore di acquisti. Non era un negozio qualunque. Si potevano ascoltare i dischi nelle cabine come in U.K. negli anni ’60, e lì arrivavano le uniche copie importate in Italia di dischi prodotti da etichette minuscole e super oscure. Lì ho acquistato il primo 7” degli Huskers, gli Adolescents, gli MDC, i Crass, i Discharge e ovviamente Land Speed Record degli Huskers. Quello è diventato subito un disco mitico per tutti. In tre, suonavano a manetta, cantavano tutti ed avevano un look ordinario; camicie a scacchi e jeans scoloriti. Quando nel giugno ’83 siamo rimasti in tre è parso naturale a noi pensare che si poteva fare, ma la cosa più clamorosa è stato che la prima volta che abbiamo suonato dal vivo in tre, ottobre ’83, tutti ci hanno subito visto come i cloni italiani degli Huskers. E come dargli torto del resto….
Sergio: Mah, a volte le cose succedono ed è difficile capire le dinamiche. Quando abbiamo
iniziato a suonare noi neppure sapevamo chi fossero gli Husker-Du e comunque fin da subito ci hanno detto che gli somigliavamo. Poi abbiamo ascoltato i loro dischi e abbiamo capito che probabilmente tutto veniva dal fatto che eravamo un trio, come loro, che tutti e tre cantavamo, come loro, che come musica uscivamo dal punk hardcore canonico che si suonava all’epoca, e che, anche esteticamente, non rappresentavamo lo stereotipo punk. Insomma, si, effettivamente l’accostamento era facile.
Poi i Negazione hanno fatto il 45 giri “Tutti Pazzi”, alla cui produzione io avevo contribuito dando 200.000 lire.
Oggi sembra una cazzata, ma per me era stato un grosso sacrificio perché era un terzo del mio stipendio, che era uno stipendio da fame e comunque di soldi ce n’erano veramente pochi in generale tanto che anche 200.000 lire erano una cifra importante. Grazie a quei soldi il dischetto era uscito, e nei ringraziamenti noi eravamo citati come Huskers from the Mountains. Ecco, da quel momento il marchio ce lo siamo trovato piacevolmente addosso.

2.   C’è un disco dei Kina a cui siete più legati?
GP: Difficile questa domanda. Sono i nostri pargoletti di vinile, come si fa a fare delle
preferenze?
Devo dire che ultimamente ho riascoltato “Nessuno schema nella mia vita”, la stampa su vinile uscita nel ’94 della cassetta uscita nell’84. Adesso lo trovo bellissimo, avevamo una carica ed una spontaneità veramente inusuali. E poi io so in che condizioni l’abbiamo registrato; temperatura media 15 gradi, la musica registrata tra le 10 e le 18 e le voci tra le 19 e le 24 di una domenica di marzo nella stalla che era la nostra sala prove.
Pensandoci adesso avevamo veramente fisico e una motivazione granitica.
S: Ogni nostro disco è molto differente dagli altri che lo precedevano e rappresenta una fase della nostra esistenza e del nostro percorso.
“Irreale Realtà” era l’urgenza dello sputare tutto subito e nella maniera più sgarbata tutta la nostra rabbia. Cercando era la scoperta del fatto che anche le canzoni punk potevano avere una struttura, una melodia, la scoperta di altra musica come il metal.
“Se ho vinto se ho perso” faceva il punto della situazione (nostra ma anche di quello che succedeva intorno). Il punk così come lo avevamo vissuto aveva perso la sua spinta iniziale già da molto tempo, era diventata un’altra cosa che non sempre coincideva con quello che eravamo noi, e anche noi eravamo diventati un’altra cosa. Cominciavamo ed essere dei “veterani” in mezzo a schiere di gruppi sempre più giovani che spesso non avevano il nostro vissuto ma che ci consideravano un punto di riferimento. È un disco molto triste. Oddio, non è che gli altri facessero morire dal ridere, però in qualche modo erano dischi che facevano riferimento ad una scena, erano rivolti alla scena. Se ho vinto non è più rivolto soltanto ai punk; io l’ho sempre considerato come un grido d’aiuto di chi si guarda intorno e comincia a non riconoscere più quello che lo circonda, per Gianpiero forse era più uno sbattere in faccia a tutti l’incoerenza che stava crescendo all’interno del ostro piccolo mondo, un po’ il rivendicare Noi ci siamo ancora, forse è la cosa giusta, forse no, ma ci siamo ancora; e voi, cosa state facendo? Incredibilmente è il disco dei Kina che ha avuto più successo, quello più innovativo e creativo.
“Parlami ancora” vede l’entrata nei Kina di Stefano Giaccone e Marco Brunet (Alberto aveva abbandonato). È un disco molto ben suonato e ben strutturato sotto la direzione di Marco e Stefano che hanno fatto un gran lavoro tecnico e artistico.
“Città invisibili” è l’ultimo. A mio parere è il disco più maturo dei Kina, ci sono delle canzoni bellissime, è stato suonato nel miglior modo possibile. Come al solito è un disco triste e in una scena dove flower punk stava imperversando assieme al metal core e al grind forse eravamo fuori scala. Erano comunque passati 15 anni dagli esordi e il 3/4 dei ragazzi che veniva ai concerti non aveva conosciuto la scena degli anni 80. Città invisibili suona molto rock, ma rimane sempre un gran disco punk.

3.   I Kina hanno legato la loro vicenda a band che vanno dai CCM (con i quali se non sbaglio avete fatto il primo tour) ai Franti (con Lalli e Giaccone avete anche collaborato a lungo). A quale di questi due estremi vi sentite più affini? E c’è una band, in Italia o nel resto del mondo, alla quale vi sentite più legati?
S: Ci sono delle persone che istintivamente senti più vicine di altre e con le quali senti di condividere molte cose, ecco, per me le persone che tu hai citato sono tra quelle.
Con i Franti abbiamo sempre avuto un rapporto speciale; ci si frequentava spesso, si facevano molti concerti assieme, ci sentivamo uniti.

Coi CCM pure; fin da subito sono state persone con cui mi sono trovato a mio agio. Gentili, estremamente corretti e generosi (… e non sono qualità così comuni anche nella scena). Ci si vedeva poco sovente, ma non c’era bisogno di essere sempre vicini.
Forse queste due bands rappresentano i due estremi della forcella in cui vivevamo. Personalmente credo che non ci sia una band a cui mi sento più legato ma ci sono tante bands che mi sono piaciute parecchio, e non solo per la musica che facevano.
GP: A quei tempi era normale collaborare con tutti, o quasi tutti. Nel momento in cui si condivideva il terreno della autoproduzione di diventava fratelli e lo si restava anche se l’autoproduzione sfumava.
Coi CCM abbiamo fatto il nostro terzo giro in Europa. Il primo ce lo siamo fatto in solitaria con la Dyane si Sergio nel luglio ’84 in Germania, il secondo in dicembre ’84 con la mia
FIAT 127 ancora in Germania ma questa volta coi Contrazione (mi facevo due concerti a serata…) ed il terzo in Olanda, dicembre ’85 con CCM e Negazione. Sono state serate pazzesche, a Venlo il concerto era in diretta radio, a noi il pogo esagerato ha smontato la batteria e non c’è rimasto che tuffarci con gli strumenti sul mucchio selvaggio che si era creato sul palco, coi CCM sono venute giù le casse dell’impianto e per poco non è finito tutto lo show.
Coi Franti era un po’ diverso. Si collaborava per le idee musicali e per i gruppi. Abbiamo fatto un 12” con 5 pezzi dove noi suoniamo e Lalli e Stefano cantano, “Kina & Howth Castle”, poi Stefano ha lavorato tantissimo con noi per “Se ho vinto, se ho perso”, e quel disco è così speciale anche grazie a lui e poi lui stesso è stato uno del gruppo dal ’90 al ’93 ed ha inciso i pezzi di “Parlami Ancora”.
Con chi siamo più legati? Difficile da dire, abbiamo attraversato ere geologiche nell’hard core. Abbiamo fatto i primi concerti coi Kollettivo di Torino e gli ultimi con i Free Yourself di Düsseldorf, in mezzo abbiamo incrociato centinaia di gruppi.
Forse i nostri fratelli per sempre sono rimasti quelli dei primi tempi, Negazione, CCM, Impact, Wretched e Franti, ma so di essere ingiusto.

4.   Qualche anno fa (2012?) vi siete riuniti per una serata. Pensate che il futuro possa regalarci altre sorprese del genere?
GP: Si, in realtà tra il 2004 ed il 2012 abbiamo fatto alcune di queste serate. Non so se lo rifaremo, siamo molto presi dalle nostre vite. Si vedrà.
S: Quella è stata un’occasione speciale, si trattava della serata di presentazione ad Aosta del libro American Punk Hardcore, al quale Gianpiero ed io avevamo collaborato scrivendo nella postfazione quella che era stata l’esperienza dei Kina nell’arco temporale preso in considerazione dal libro. Per quell’occasione speciale Zazzo aveva cantato con noi alcuni pezzi e molti amici erano venuti un po’ da tutta Italia. È stata una bella serata, ma non credo sarà più possibile ripeterla.

5.   I Kina sono uno dei gruppi punk italiani più coverizzati, ed ultimamente Sergio ha preso parte attivamente alla realizzazione di “brandelli d'Italia” degli Shandon. C’è una versione di un vostro pezzo che vi piace più di altre?

S: A me piace ascoltare le cover dei Kina fatte da altri gruppi, a volte le trovo molto belle, altre le trovo banali e un po’ inutili.
Gli Shandon hanno fatto un buon lavoro e un altro gruppo che mi è molto piaciuto sono stati i Midori (sono di Ivrea); in entrambi i casi abbiamo collaborato con qualche coretto e qualche frase cantata e devo dire che l’esperienza è stata divertente.
In ogni caso si è trattato di riproposizioni molto fedeli all’originale. C’è però un gruppo che ha preso “Questi Anni” e ne ha fatto un piccolo capolavoro di originalità. Si tratta dei No Guru, ovvero alcuni Ritmo Tribale assieme a Xabier Riondino. La migliore versione. Bellissima.
GP: A me è sempre molto piaciuta la cover di “Questi anni” fatta dai Negazione.

6.   I Kina hanno anche fatto cover di brani altrui. Quale vi piace di più?
GP: Trovo sempre molto bella “Chicago” di Crosby Still Nash & Young che abbiamo fatto uscire in un 7”, in copertina c’era la foto di un murale del Macchia Nera!
S: Non siamo mai stati dei grandi coverizzatori, ma quelle che più mi hanno appassionato sono state le due canzoni degli Husker Du (“First of the last calls” e “In a free land”) inserite nella compilation “Land Speed Sonic” e “Chi mi aiuterà dei Ribelli”, la cui unica versione registrata è sul 7” split Kina/De Crew uscita per la collana In prima fila.

7.   Questa è specifica per Sergio: Pensando a Sergio si pensa inevitabilmente ai Kina, ma tu sei stato o sei ancora anche Frontiera, superjack, ombra e altre cose cosa ancora. Che stai facendo in questo momento, e a quali progetti ti senti più legato?
S: Si, non riesco a distaccarmi dalla musica e dalla scena. Credo ci siano ancora tante cose
da dire che mi riesce difficile dire Basta … o forse è semplicemente successo che quello che ho vissuto fin’ora è stato così intenso e totalizzante da impedirmi di avere una vita normale.
Semplificando molto le cose posso dire che i Frontiera sono stati la naturale prosecuzione dei Kina mentre i Superjack sono nati come un divertimento molto stimolante durato dal 1994 al 2000, che poteva avere dei risvolti interessanti … solo che per i miei soci era troppo faticoso pensare di andare in giro a suonare e hanno preferito interrompere.
Con la fine dei Frontiera ho iniziato a riavvicinarmi alla musica folk e alle atmosfere irlandesi. D'altronde erano dei gruppi interessanti in giro che avevano saputo coniugare folk, tradizione e punk; io li trovavo molto stimolanti. Così ho  raggruppato una manciata di amici, alcuni provenivano dalla musica tradizionale, altri da esperienze punk (tra cui Marco Brunet, già coi Kina negli anni ‘90), ho lasciato la batteria per passare alla voce … e poi anche al banjo, e abbiamo iniziato gli Ombra.
L’associare folk, tradizione e punk crea una miscela stimolante. Ai nostri concerti la gente si diverte un sacco ed è una buona occasione per far passare messaggi importanti e intelligenti. Con il tempo la formazione si è un po’ modificata e ora comprende André Aguettaz (proveniente dai Wandering) alla chitarra acustica, Christian Rossi (degli Avatara) alla chitarra elettrica, Andrea Robin alla fisarmonica e Marco Machet (ex Coda di Lupo) al basso. Il posto di batterista è attualmente vacante, per cui se qualcuno si volesse offrire, noi siamo in campagna acquisti.

8.  Tra le vostre molteplici attività, un posto di spicco spetta sicuramente a Blu Bus / Circus. L’etichetta (o le etichette) esiste ancora?
S: Blu bus non esiste più. Era nata come etichetta pirata nel 1983 e si era trasformata in cooperativa nel 1992 per chiudere i battenti nel 1998. Legata a Blu Bus c’è sempre stata la’attività di Subvert Tapes, di Circus, e ora, ritornando un po’ alle origini, Wic.
Nell’insieme sono stati prodotti oltre 70 dischi e una quantità di cassette. Tra le cose più importanti abbiamo prodotto Franti, 6 Minute War Madness, Impact, Ariadigolpe, Eversor, Shaa, Nuvola Blu, Tempo Zero; abbiamo coprodotto Peggio Punx, Ifix Tcen Tcen, Stinky Rats. E poi ovviamente Kina, Frontiera, Superjack e Ombra.
Non è detto che non si possa presentare l’occasione per riproporre il marchietto Blu Bus per qualche nuova uscita. In tanti ci chiedono di non abbandonare il simbolino dell’autobus che fila a tutta birra su e giù per i monti.
GP: Io e Sergio abbiamo fatto partire Blu Bus insieme a Stefano Giaccone, questa è diventata velocemente grande e abbiamo avuto la malsana idea di fare una cooperativa per avere strumenti migliori ed efficaci per mandare avanti il tutto. Idea pessima. Io, Sergio, Michele e Romeo ci siamo ammazzati di lavoro per 6 anni, prima di arrivare a capire che da un lato eravamo odiati da quasi tutti per aver creato una ditta, e dall’altro che eravamo diventati una macchina per pagare tasse ed utenze, obiettivi che non avevano nulla a che fare con gli obiettivi di Blu Bus.
La cooperativa è stata chiusa nel dicembre ’98. Da allora molti dischi giacciono nella cantina di Sergio. A qualcuno interessano?

9.  In un momento di massimo fulgore per quanto riguarda la riscoperta dell’hardcore old school italiano, mentre si ristampano Wretched, Negazione e CCM tra gli altri, è in previsione qualcosa anche per i Kina?
S: A grande richiesta abbiamo appena ristampato in vinile “Se ho vinto se ho perso”.
Il disco era esaurito già da tempo e in tantissimi ci chiedevano di ristamparlo. Alla fine abbiamo deciso di farlo, anche per calmierare i prezzi delle copie che circolavano nelle varie distribuzioni di collezionisti. La ristampa è assolutamente uguale all’originale e l’unico intervento fatto consiste nella rimasterizzazione del suono (volti principalmente ad eliminare alcuni click dovuti alla sincronizzazione dei macchinari dell’epoca, che un orecchio allenato poteva sentire in cuffia).
Grafica interna ed esterna sono state mantenute, è stata migliorata la grammatura del cartoncino e del vinile. Ah dimenticavo, i dischi sono stati cellophanati.
Per il futuro l’idea è di rendere di nuovo disponibile la maggior parte del materiale Kina esaurito. Credo sia una buona cosa da fare.
GP. Certo!!!!! Abbiamo appena ristampato “Se ho vinto se ho perso”. Tutto super DIY, come al solito i finanziatori siamo io e Sergio e le copie dei dischi stanno nelle nostre case. Se interessa una copia scriveteci, vi arriverà a casa il solito pacco fatto coi cartoni che recuperiamo di fianco a cassonetti. Abbiamo sempre fatto così…

10.  Questa è per Gianpiero: Un paio di anni fa è stato pubblicato “Come macchine impazzite Il doppio sparo dei Kina” scritto da te e Stephania Giacobone. Cosa ne pensi? Sei soddisfatto di quello che è venuto? Secondo te il libro riesce a far capire quella che è stata la vostra storia? E che ne pensi di quello che ha scritto Stephania?

GP: Quel libro è stata una bella esperienza. Ho fatto molte presentazioni in giro per l’Italia ed è stato bellissimo incontrare di persona tanti giovani ragazzi/e che volevano sentire raccontare le nostre storie. In quelle presentazioni ho incontrato anche un po’ di amici che non vedevo da tempo e con cui abbiamo condiviso un po’ di racconti, Andrea Pomini, Marco Pandin, Ettore Valmassoi, Michele Berselli, Antonello di Fasano. 
La presenza di Stephania aveva il senso di attualizzazione. Si era pensato a percorsi paralleli a distanza di 25 anni. Adesso penso che l’esperimento non sia riuscito al meglio. Oggi avrei fatto altre scelte. Chissà se farò una seconda edizione?

11.  E per finire il classico: avete qualcosa da aggiungere, o da raccomandare alle nuove leve del punk?
GP: Cosa vuoi che possa dire oggi, a 55 anni, ad un ragazzo di 20? Cosa so del suo mondo, delle sue speranze tradite delle sue illusioni sbeffeggiate?
Ho poco da dire, la generazione dei ventenni di oggi è schiacciata dalla corruzione e dal nepotismo dei miei coetanei.
La gente della mia età dirige aziende che trattano questi ragazzi come oggetti, pedine da spostare per avere finanziamenti e sgravi fiscali disinteressandosi completamente del loro
destino e delle speranze delle loro famiglie. Noi non abbiamo cambiato il mondo, la mia generazione lo sta soffocando in una nuvola di CO2, cosa posso dire ai giovani se non: “fate la vostra vita e scusateci, se lo potete fare, abbiamo fallito”.
S: Quello che io dico sempre è di essere curiosi, ascoltare, andare ai concerti, comprare i dischi dalle distribuzioni, sostenere la scena alternativa, frequentare di più i centri sociali e non troppo i locali patinati. Ecco, poche cose, ma buone.

12.   Beh, che dire, grazie Kina, grazie di tutto….
GP: Grazie a te che tieni questa piccola candela accesa….



PS: FOTO PRESE ON LINE, SPERO CHE NESSUNO SI SENTA OFFESO SE NON METTO I CREDITS SE NON PER GAETANO LO PRESTI E MATEO BOSONETTO, CHE HO INDIVIDUATO.
PER GLI ALTRI SE POTETE AIUTARMI VI RINGRAZIO DA ORA.