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Intervista a Giangiacomo De Stefano ed Andrea “Ics” Ferraris sull'hardcore anni 90 e sul loro libro “Disconnection”


Alcuni di voi ricorderanno che qualche mese fa Stefano Ballini ha dedicato una puntata (che potete rivedere QUA) alla presentazione del libro “Disconnection” di Giangiacomo De Stefano ed Andrea “Ics” Ferraris. Alla serata oltre agli intervistatori partecipammo anche io, Antonio Cecchi (CCM) e Rino Valente.

Il risultato fu una chiacchierata lunga ed interessantissima, che mi lasciò però con alcune domande ancora da porre agli autori del libro che, come sapete, parla dell’hardcore italiano anni ’90, partendo da qualche anno prima.

Per questo ho voluto approfondire con Andrea e Giangiacomo le domande che mi erano rimaste in sospeso.

Devo ringraziare i due autori per le loro risposte, e mi scuso con loro per i tempi biblici da me impiegati per completare l’intervista. Per restare in tema, io sono andato avanti con tempi da anni 80, quando si faceva tutto per lettera, mentre loro sono stati velocissimi, quasi millennials....

Ecco qua le domande:

  1. Quanto è stato complicato scrivere un libro a due teste e quattro mani?

GIANGIACOMO - Io Andrea ci conosciamo da moltissimo tempo. Per un periodo

Giangiacomo

abbiamo anche suonato assieme e quindi c’è una sintonia che ci permette di essere estremamente sinceri nei rapporti e di dotarci di una disciplina comune.

ANDREA- ..poi aggiungi che pur essendo due personalità parecchio diverse, siamo piuttosto complementari, il nostro focus nel contestualizzare in modo corretto il periodo storico e le persone che ne hanno lo hanno attraversato ha senz'altro aiutato nell'amalgamarci.

  1. Per chi e perché lo avete scritto?  

GIANGIACOMO - Per un lettore interessato alle sottoculture e alla musica in generale. Il libro specialmente nella parte iniziale, cerca di contestualizzare cosa è l’hardcore e cosa c’è stato prima di quello che abbiamo raccontato noi. A noi poi interessavano le dinamiche e l’evoluzione tra le varie situazioni. Che fossero etichette, gruppi, o semplici frequentatori della scena hardcore.

ANDREA - ...anche per lasciare una foto collettiva ed una sorta di tributo ad alcune persone che secondo noi meritavano di essere ricordate.

  1. Il libro è bello perché unisce alle vostre analisi, molto interessanti, anche interviste e punti di vista di band del periodo. Hanno partecipato tutti volentieri o qualcuno ha preferito defilarsi?

GIANGIACOMO- Tendenzialmente abbiamo ricevuto grande disponibilità. C’è stata qualche defezione. Alcune poco prima che andasse in stampa il libro, altre perché qualcuno non ha voluto farne parte appena lo abbiamo contattato. Devo dire che queste poche defezioni tradiscono ragioni a mio parere abbastanza sterili e che non mi interessa affrontare ora che il libro è fuori da mesi. Anche nella mia professione, che non è quella di scrittore, dico sempre che se non racconterai tu la tua storia, probabilmente lo faranno altri in modo peggiore. Evidentemente chi non ha voluto concederci l’intervista, la pensa diversamente.

  1. Ci sono stati protagonisti del libro o di quel periodo che non hanno apprezzato quello che avete scritto?

Andrea
GIANGIACOMO- Tra chi ne ha fatto parte in modo attivo direi che per la stragrande maggioranza dei casi c’è stato un riconoscimento totale. Qualche critica ovviamente è arrivata. Aldilà di quelle espresse da persone rancorose che non avevano nulla di sensato da dire, se non scrivere post deliranti che non meritano nessuna replica, c’è stata l’inutile polemica su Milano e su come è stato raccontato l’hardcore milanese di quel periodo. Anche quella l’ho trovata non meritevole di replica. Noi abbiamo riportato l’incontrovertibile realtà. Non sono stati espressi giudizi di valore, ma anche in questo caso abbiamo analizzato le dinamiche e l’interazione tra tutte le varie situazioni prese in esame.

ANDREA - ...per completare quanto detto da Giangiacomo, ti dico che oltre alla supervisione indispensabile di Max della Tsunami e di Andrea Valentini, ci siamo anche confrontati con alcuni di quelli che sono intervistati sul libro, due nomi su tutti Diego Cestino e Giulio Repetto.

  1. Senza temere conflitti di interesse, nel senso che potete citare anche quelli nei quali avete militato in prima persona, quali gruppi degli anni 90 considerate assolutamente da raccomandare ad un neofita?

GIANGIACOMO - Per quel che mi riguarda i gruppi che a mio parere vale la pena

Colonna Infame Skinhead

ricordare sono: Growing Concern, Concrete, Equality, By all means, Eversor, Burning Defeat, Comrades, Frammenti, Reprisal, Colonna Infame e Think Twice. Chiaro che si tratta di una lista dei più significativi, e che per essere completi dovrei citarne almeno un’altra dozzina.

ANDREA - beh di certo non ti parlo di quelli con cui ho suonato perchè sarebbe patetico, a quelli menzionati aggiungerei Headsman, gli ultimi Nuvola Blu, With Love (soprattutto dal vivo), Tempo Zero, Notorius e i Mudhead

  1. Giangiacomo, tu oltre che scrivere libri e suonare, oggi nei Cosa Nostra, realizzi e produci dei gran bei documentari. Quale di queste attività ti appaga di più?

Fichissimi
GIANGIACOMO - Nei Cosa Nostra non suono più già da qualche anno per raggiunti limiti di età e poi perché penso che quel progetto, per quel che mi riguarda, ha già dato tutto quello che doveva dare. E’ una regola che mi sono imposto da sempre. Quando un gruppo ha prodotto qualche disco, va sciolto e si passa avanti. 

Il mio lavoro è un’altra cosa. Ho la fortuna di fare ciò che mi piace e questo è qualcosa è impagabile. E’ un lavoro durissimo che presuppone uno sforzo costante e che fortunatamente mi vede impegnato in progetti sempre più importanti. Ogni giorno ringrazio la vita per quello che ho ottenuto in termini professionali e di relazioni affettive.

  1. Anche se il libro parla dei 90, per uno come me, con qualche anno in più sulle spalle, è inevitabile pensare anche al decennio precedente, e fare paragoni. Quali gruppi Italiani del periodo che vi ha preceduto conoscete, quale stimate e con quale avreste voluto suonare insieme?

GIANGIACOMO - Anche in questo caso è difficile fare una classifica. Raw Power, 

CCM

Indigesti, Wretched, Negazione, Crash Box, Nerorgasmo e poi Nabat, Bloody Riot, ma anche Franti e poi CCM o Declino, sono alcuni dei gruppi che ho più ho ascoltato. Probabilmente Negazione quelli che ho sempre considerato come i nostri fratelli maggiori.

ANDREA - chiaramente quelli che ha menzionato Gian per me sono stati fondamentali ma aggiungerei Bed Boys, Juggernout, i primissimi Fall Out, i Peggio Punx...e i Kina, in particolare "se ho vinto se ho perso". Infine anche se non sono un gruppo propriamente hardcore (...e i CCM invece sì?!)..i Panico.

  1. A vostro parere cosa differenzia la scena degli anni 80 da quella del decennio successivo? Personalmente, non me ne vogliate, negli anni 90 ho visto una eccessiva settarizzazione, con conseguente divisione tra generi musicali, che a volte portava all’estremismo. 

GIANGIACOMO - Non so se dirti se ci sia stato più o meno settarismo rispetto agli anni 80’. Quelli del Virus erano così tolleranti, oppure anche loro applicavano una serie di regole che possiamo definire oltranziste? Io penso che il radicalismo attitudinale dell’hardcore sia una delle cose più belle di questo genere di musica. Negli anni 90’ abbiamo dovuto inventarci la nostra scena e quello che può essere scambiato per settarismo, è la risposta di un gruppo ristretto di persone che fronteggia la scarsa considerazione della stampa musicale, oppure di realtà come i centri sociali che, pur sentendo nostri, ad un certo punto ci hanno snobbato.

ANDREA - a conferma di quanto detto da Giangiacomo, se leggi i diversi libri che

sono usciti sui gruppi degli anni 80, in particolar modo "Dritto contro un muro" di Giorgio Senesi, ti accorgi che di divisioni e settarismi ce n'erano eccome. Poi se andiamo nello specifico dei 90, soprattutto all'inizio, c'erano meno compartimentazioni perchè c'era anche meno gente e meno tour. Quando sono arrivati i primi tour di Agnostic Front, Gorilla Biscuits e Down By Law avresti potuto vedere lo stesso pubblico per tutti e tre i gruppi, solo dopo, allargandosi il bacino di utenza ed il numero dei concerti e di band è accaduto che si creassero delle sotto-classificazioni, sotto-generi, micro-scene, etc. Comunque questa cosa succede in tutti i generi musicali, lo vedi anche nella musica industriale, nell'elettronica, persino nel jazz e nell'hip hop...secondo te l'ascoltatore medio di Rava o Bollani si ascolta Zorn o Peter Brötzmann? Ed i fan di Capo Plaza hanno la più pallida idea di chi siano i Run DMC e Grandmaster Flash?

  1. Un altro genere che mei 90 ha spopolato è quello del punk, rappresentato da gente come la Banda Bassotti, i Los Fastidios, ma anche, che so, Impossibili, Manges, Deh Pills ecc. A proposito della settarizzazione di cui parlavo prima, secondo me nei 90 sarebbe stato difficile vedere sullo stesso palco Raw Power e Nabat come invece avveniva nel decennio precedente. Quali sono stati i vostri rapporti con questa scena?

GIANGIACOMO - La scena hardcore nei 90’ è stata un qualcosa che obbligatoriamente si è mossa su canali paralleli. Devo confessarti che con un paio dei gruppi da te citati nella domanda non dividerei il palco manco ora.

ANDREA - come dicevo prima, aumentando il pubblico, i gruppi ed i tour è quasi inevitabile che i generi si vadano diramando in direzioni diverse. Sarebbe bello chiedere a Lalli e a Stefano Giaccone se i punk che andavano per massacrarsi a suon di Wretched o Negazione erano così aperti a quello che suonavano i Franti. 

  1. Gli anni 90 sono passati alla storia anche per la nascita delle posse, fiorite un po’ in tutta Italia, ma senza dubbio molto legate in particolare a Roma ed a Bologna. Come vi rapportate con questa esperienza fondamentale?

GIANGIACOMO - Beh l’Isola nel Kantiere a Bologna è stata la culla sia della nascente scena hip hop italiana, che della scena hardcore anni 90’. In quel posto abbiamo vissuto questo legame tra le due scene. A Roma, al di là di personaggi come Chef Ragoo che hanno fatto parte di entrambe le realtà, c’è stato un rispetto e un'ammirazione reciproca tra hardcore e hip hop.

ANDREA - Guarda io all'epoca ho visto più volte gli Assalti Frontali, Neffa, i

Casino Royale (che in quel periodo avevano in line up Alessiomanna e Dj Gruff), Otr, Esa, 99 Posse etc. e Corrado di Riot records l'ho conosciuto quando suonava nei Lion Horse Posse. Credo che in molti oltretutto avessimo i dischi dei Pubblic Enemy, per non parlare dei Beastie Boys. Ad altri invece faceva proprio cagare l'hip hop, a volte per partito preso, o per gusti loro o anche solo per il fatto che si trattava di un genere più "mainstream". All'epoca se volevi organizzare una posse, anche nei centri sociali era subito "sì" mentre per un gruppo hc trovavi sempre delle opposizioni, cosa che avrà anche contribuito ad aumentare la distanza fra i due generi. 

  1. Per la sera dell’intervista in radio avevo tirato fuori questi dischi anni 90 a cui sono molto legato, che vi avrei chiesto di commentare al volo se ci fosse stato tempo. La serata però passò veloce, e chiacchierammo così tanto che non ci fu tempo. Me li commentereste adesso?

GIANGIACOMO - Alcuni sono dischi nei quali ho suonato e che non rinnego affatto. Altri come Growing Concern, Fichissimi, Open Season e Eversor, sono pietre miliari della scena anni 90. 

  1. La scena degli anni 80 ha avuto una risonanza mondiale, che è stata assai minore per quella successiva, che pure sarebbe stata favorita da una evoluzione tecnologica non indifferente. Quali sono le ragioni a vostro parere?

GIANGIACOMO - A mio parere è il momento di sfatare alcuni miti ed essere oggettivi. Tutta la scena italiana anni 80’ è stata importante e influente all’estero? A mio parere la risposta è no. Esistono libri in inglese dedicati alla scena italiana di quegli anni? Anche qui la risposta è no. Va invece detto che sono stati influenti alcuni gruppi di quella scena e il tributo che ancora oggi sentiamo di dovere a certe realtà è dovuto a questo. Mi vengono in mente Raw Power e CCM in America e in Europa Negazione. Dobbiamo cercare di capire che quello che è successo negli anni 80’ e che noi reputiamo importante, è nella memoria di quelli che l’hanno vissuto e di un numero ristretto di fanatici. La scena degli anni 90’ ha avuto gli stessi rapporti con l’estero di quello di tante realtà anni 80’. Forse sono mancati i gruppi influenti come i Raw Power.


ANDREA - aggiungerei anche alcune considerazioni, purtroppo infatti, a differenza degli svedesi e dei nord europei in genere, ci sono vari fattori fra i quali le registrazioni spesso mediocri, una pessima conoscenza dell'inglese ed una scarsa propensione a seguire/leggere quello che succedeva al di fuori dell'Italia che hanno fatto molti gruppi italiani non avessero la rilevanza adeguata al di fuori delle Alpi. Quello che conferma ciò che dice Giangiacomo e di come la memoria storica spesso sia destinata all'oblio, lo puoi constatare se solo pensi a nomi che sul finire degli 80 erano parecchio conosciuti e che per di più erano anglofoni come, ad esempio, i Jingo De Lunch, gli Spermbirds e gli Instigators. Quanti sotto ai quarant'anni se li ricordano in Europa?...ed in America? ...oltretutto, nel caso dei Jingo De Lunch parliamo di un gruppo che all'epoca aveva una buona fama e che ad un certo punto è comparso persino su giornali metal come Kerrang 

  1. Quali sono le principali differenze tra le due “ere” secondo voi? E come si demarcano i due periodi storici? 

GIANGIACOMO - Il nostro libro in realtà si concentra prevalentemente tra il 1987 e il 1998. Quali sono le differenze tra anni 80’ e 90’? Penso che le tematiche

dei testi e il suono mutano in modo significativo, pur mantenendo un ovvio legame a livello di etica e attitudine. Anche in questo caso però bisogna evidenziare alcune cose importanti. Non si può parlare di anni 90’ come di un blocco omogeneo. Tra il 1990 e il 1994 c’è un abisso, così come c’è un abisso tra la scena italiana del 1982 e quello che è successo ad esempio nel 1986. Noi parliamo di anni 80’ o 90’, ma poi questi sono stati ricchi di mille sfumature e contraddizioni che vanno raccontate nella loro specificità. 

ANDREA - Spesso dividiamo e classifichiamo i periodi storici per comodità, ma il più delle volte la Storia si muove su flussi non sempre così compartimentati che si sovrappongono.

  1. Elemento di continuità tra le due epoche sono stati sicuramente i Kina. Ci avete mai suonato assieme?

GIANGIACOMO - A mio parere i Kina e la Blu Bus, sono stati tra i pochi a parlare il linguaggio dei ragazzi che hanno animato la scena nel decennio successivo. Non tutto quello che hanno prodotto ha avuto riscontri significativi, anche perché per me non tutti i ragazzi della scena anni 90’ erano in grado di capire l’attitudine e la grandezza di gente come i Kina. Purtroppo non ho mai avuto modo di suonare con loro.

ANDREA - non abbiamo suonato con loro, ma con i Burning Defeat abbiamo partecipato a delle compilation della Blu Bus. A breve (..speriamo) dovrebbe uscire una biografia dei Kina per A Rivista Anarchica, a Gianpiero è piaciuto molto il nostro libro e ci ha proposto di fare qualche presentazione assieme, non è la stessa cosa, ma è come se "suonassimo assieme" a distanza di anni. 

  1. Finiamo con la domanda classicona… Perché chi legge questa intervista dovrebbe acquistare e leggere “Disconnection”?

GIANGIACOMO - Perché è un libro interessante che inquadra l’hardcore italiano con una profondità nuova e poi perché è stato un successo inaspettato. Questo ha fatto storcere il naso a qualche “barone” del giornalismo musicale. Gli stessi che ci hanno snobbato nei 90’ e che magari facevano inutili paragoni con gli anni 80’. 

Finita l'intervista, mi permetto di aggiungere che "Disconnection" è un bel libro edito da Tsunami, pieno zeppo di foto ed interviste con personaggi che hanno preso parte alla storia di quel periodo. Lo potete acquistare da Tsunami a questo Link

Siccome il libro merita davvero l'acquisto, aggiungo la presentazione:

Quello degli anni Novanta è stato un periodo di grande cambiamento per l’hardcore in Italia. In seguito al declino o all’evoluzione delle band storiche, una ventata di novità ha dato il via allo sviluppo di una scena che, seppur ancora in qualche modo legata a quella precedente, è stata in grado di affrontare tematiche inedite e portare in sé differenti sfaccettature e modi di pensare. L’epopea dell’hardcore italiano anni Ottanta è già stata documentata con dovizia di particolari in diversi libri e documentari, ma sino a oggi il decennio successivo era rimasto esclusivo appannaggio di chi l’ha vissuto in prima persona. Ora, grazie alle voci dei componenti di gruppi dell’epoca come Growing ConcernConcreteBy All MeansEversor, Tear Me Down, With LoveSottopressione, Burning Defeat, Colonna Infame Skinhead e tantissime altre realtà che in quegli anni sono fiorite da Aosta fino alla Sicilia, questo volume va finalmente a ricomporre l’anello mancante nella storia dell’hardcore punk italiano”.



RECENSIONE LIBRO "FRANTI – PERCHE’ ERA LI’. ANTISTORIA DA UNA BAND NON CLASSIFICATA. "

FRANTI – PERCHE’ ERA LI’. Antistoria da una band non classificata. A cura di Luca Buonaguidi e Cani Bastardi. Pagine 320. Illustrato. DVD allegato in omaggio editore Nautilus Autoproduzioni, €18.00

Qualche mese fa sono stato contattato dai tipi di Cani Bastardi per sapere se ero interessato a leggere e recensire un libro sui Franti, ed io, lo confesso, non ho saputo resistere.
Perché i Franti sono una di quelle band (ma chissà se è giusto chiamarli così, forse dovrei dire collettivo) che hanno davvero fatto la storia del punk Italiano.
Una band storica ed inclassificabile, ed uno spirito eponimo della Torino anni Ottanta, che ha attraversato club, scantinati e cortei, e che resiste nei decenni.
Dei Franti si trova ben poco materiale discografico in giro, ma vale la pena cercarlo, e cercare di conoscerli, perché praticamente tutta la old school italiana deve qualcosa a questi Torinesi, che scelsero di chiamarsi come un personaggio del libro Cuore: quello che rompe i vetri, fa uscire matto il maestro, ride quando il re d’Italia muore.
Un collettivo, come detto, indefinibile, che nel 1987 decise di fermarsi, senza sciogliersi.
Dice Giaccone: “Abbiamo fatto un comunicato dove esplicitamente si diceva Franti non si e sciolto, siamo diventati quello che siamo, ognuno individualmente.”
E per capire chi erano, e sono, i Franti, può essere utile leggere l’intervista (una delle poche) a Stefano Giaccone fatta da The New Noize.
In questa intervista Giaccone afferma: «Noi non abbiamo mai suonato punk, tra l’altro per noi non è mai stato – e credo per altri gruppi che ci circondavano – un genere musicale…… Io “sono” punk, non sono un “punk”»
Oppure può aiutare sapere che i Franti scelsero di non distribuire foto di sé stessi durante gli anni di attività.
In un articolo apparso su Rockerilla, chiesero di pubblicare, al posto delle loro foto, i dati in forma grafica dei morti per droga in Italia tra il 1973 ed il 1982, accanto a quelli sulla salute dei lavoratori di uno stabilimento Barilla in provincia di Parma.
Infine, può essere interessante vedere questo Video Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=-71FTO5Bx-4

Tornando al libro, ovviamente è un libro molto particolare, intorno ai Franti e difficile come i Franti, che raccoglie una serie di testi scritti dal gruppo dei Cani Bastardi, da Luca Buonaguidi, che ha curato l’edizione, e da svariati ospiti d’eccezione, che vanno da Pete Wright dei CRASS a Stefano Giaccone, leader insieme a Lalli (ed anche lei parte del team), del gruppo.
Con loro anche Miro Sassolini dei Diaframma, e, tra gli altri, i disegnatori Fabio Magnasciutti e Angelo Gambetta.
Il libro è diviso in quindici capitoli, o per meglio dire “quindici pietre”.
Le stesse quindici pietre che davano il titolo all’ultimo disco di Franti, “Il Giardino delle Quindici Pietre”, che, a sua volta, si rifaceva alla antica leggenda del “Tempio del Drago della Pace” di Kyoto.
Secondo questa leggenda da qualsiasi angolazione si guardi è possibile vedere solo quattordici delle quindici pietre presenti nel giardino: l’ultima è sempre nascosta dalla nostra pretesa conoscitiva.
Nelle note di copertina dell’omonimo e ultimo disco dei Franti, il più ineffabile, si legge: Certo: volendo (e potendo) salire in alto, si sarebbero visti tutti i massi, ma per gioire di un giardino bisogna camminarci in mezzo, camminarci in mezzo come le formiche, annullando il pensiero, diventando il pensiero, cantando il pensiero che si è e si è annullato al contempo.
Qua le quindici pietre si trasformano in altrettanti capitoli, nei quali si alternano prosa, filosofia, poesia, disegno, fotografia.
Il risultato è un libro (o un saggio?) dissonante, complicato, onnivoro e vorace, nel quale si parla di tutto spaziando ovunque.
L’unico filo conduttore, se proprio ne vogliamo trovare uno, è la costante ricerca di un filo conduttore che unisca musica e politica, la storia dei franti al movimento.
Un libro dedicato ad artisti, band, filosofi ed intellettuali uniti dal loro essere diversi.
Un libro che cita, tanto per ricordarne alcuni, Patti Smith, Brian Eno, David Lynch, Umberto Eco, Buddah, Sonic Youth, Iggy, Torino e Juventus, Alan Booth, Andy Warhol, Francois Berthie, John Cage, Sam Peckinpah, Ian MacKaye, i CCM, Pulici, Pasolini, El Paso, Lotta Continua, Hiroshima Mon Amour ed i Kina.
Il tutto arricchito da citazioni squisite, estrapolate dagli autori più distanti, che danno al testo una forma tentacolare, anarcoide e disomogenea, in puro spirito Franti.
E, in puro spirito Franti, il libro è anche distribuito secondo la formula NOCOPYRIGHT, perché, citando i Franti, “Ogni fotocopia che eviti l’acquisto di un libro favorisce la trasmissione di un modo di diffondere la conoscenza che rischia
di essere appannaggio di pochi. È caldeggiata quindi la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, anche a uso interno e didattico. Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica agisce in favore di chi desidera sapere e conoscere, avvantaggia un sapere avverso al censo e opera in favore della cultura di tutti”
In questa ottica, per aiutarvi a capire di che libro si tratta, voglio pubblicare alcuni estratti a me particolarmente cari.

PIETRA N.5
il suono del comunismo
di Stefano Giaccone

Tutto quel che segue e stato scritto per te, che leggi. Mentre scrivevo, in testa e nel fiato corto della fretta di dire, respirare, sputar fuori FRANTI, queste quattro persone si son sedute un po’ più vicino:

MARCO CIARI batterista di Franti
MASSIMO D’AMBROSIO bassista di Franti
LALLI voce cantante di Franti
VANNI PICCIUOLO chitarrista di Franti
STEFANO GIACCONE

Il mio contributo a questo libro, ha per titolo il Suono del Comunismo.
Uso con (finta) disinvoltura la parola “Comunismo. Un libro “sui” Franti, “sul” Punk, i Crass, i Sex Pistols, i mohicani e il Kaos Tag lassù in Germania, potrebbe essere pieno di A cerchiate e la parola Anarchia potrebbe ricorrere spesso. Invece uso la parola “Comunismo”. Voce fuori campo: Ma non era un libro sui Franti? Infatti, proprio per questo la uso e comunque, tra parentesi, questo non è un libro sui Franti. Direi che è un libro alla Franti, frantiano. Almeno lo spero!
Non uso la parola Comunismo in modo ideologico né tantomeno militante. Dal 1982 (in contemporanea con il sorgere del progetto Franti) non sono mai più uscito di casa pensando di contribuire “al lavoro politico, al proselitismo, alla propaganda” di qualunque entità. Ho cessato di militare in qualunque raggruppamento. Non certo per snobismo o mancanza di passione verso la Rivoluzione (nel mio quartiere si diceva “dare il giro alla baracca”): sentivo che, a livello profondo, avevo bisogno di scoprire, di interrogarmi, anche di sbagliare strada. Un gruppo musicale (soprattutto Franti!) era un buon modo per perdersi e io l’ho fatto!
………
Il Comunismo non è la sala d’aspetto dell’Anarchia, questa è una cosa che ha, giustamente, sempre fatto infuriare i Libertari. Sono visioni e tensioni diverse. Altra prassi. Almeno, per quel poco che ho capito. Ma Franti era la nostra nuova pelle e, per fortuna, siamo riusciti a entrare e uscire e rientrare, dalle idee, dalle passioni, dalle morti, dalle rinascite, dalle musiche, dalle lotte, dalle sconfitte, come in un salutare tunnel del vento.
………..
Nel mondo del Punk Anarchico Torinese e Italiano eravamo in mezzo a giovani e meno giovani che, invece di fare militanza politica, VIVEVANO il loro essere Libertari. Vivevano la Musica, gli Spazi, il Presente, l’Anarchia. Franti non avrebbe potuto vivere altrove. Una volta, non ricordo dove, qualcuno ci accuso di aver scelto il nome “Franti” perché in mezzo c’era la lettera A, cosi da poterci mettere un bel cerchio. Invece di mandarlo a cagare (inusuale per me, ora che ci penso), ho risposto: è vero. Ma Franti non e un movimento politico, non è una struttura militante di alcunché. Tantomeno un Partito. E un progetto poetico, di arte e di vita. Il lay out grafico, il logo se vuoi chiamarlo cosi, è importante. Mentivo, ma fino a un certo punto. Franti non ha mai venduto un cazzo (1500 copie per disco, o giù di li) e mettere una A cerchiata o meno non faceva certo alcuna differenza. Infatti non la fece. La faceva per noi: l’Anarchia era (ed è) una tensione. Una “Via dei Canti”, una pista di atterraggio illuminata nel buio degli anni Ottanta, una ingestione rituale di peyote, il Mandala delle Quindici pietre, My Favourite Thing con Trane e Eric Dolphy, una Comune di Parigi Permanente, il sorriso sghembo di Faber. La A

cerchiata era un simbolo di Difesa e di Movimento, non di proclamazione o affiliazione.
Per il resto, a livello profondo, se mi avessero chiesto come la pensavo, credo avrei riproposto il solito Quartetto Cetra: Karl Marx, Antonio Gramsci, Rosa Luxembourg e Che Guevara. Studiare la Storia, Organizzarsi, Fare la Rivoluzione. Mi azzardo a pensare che cosi avrebbero risposto anche gli altri. Non avremmo risposto certo che per noi Bakunin era una marca di Vodka (come fecero i Crass), perché se c’era una cosa che proprio mancava a Franti era l’autoironia. Franti è stato un litigiosissimo, meraviglioso, aperto, serissimo, gioioso, chiusissimo porto di mare Anarco-Beat-Comunista.
…….
Perché, all’inizio del 1987, FRANTI si è fermato? Scrivere di musica non serve a un cazzo, quindi vorrei parlarne. Credo che trovare una (mia) risposta (mi) aiuterebbe a capire non solo perché Franti si sia fermato, ma soprattutto perché era partito. E forse (mi) aiuterebbe a ritrovarne il corpo, perduto nella nebbia come Mallory e Irvine sulla parete nord-est dell’Everest, oppure perduto alla fermata del 14 in Strada delle Cacce, Mirafiori Sud, sotto il solleone d’agosto.
Proposta: Franti si è perso perché aveva la sensazione, fisica e emozionale, individuale e collettiva, di non avere più alcun impatto con la realtà che lo circondava.
…….
Franti si era immerso dentro il mondo Punx, come soggetto individuale, con la medesima “scatola degli attrezzi” della fase precedente (come avrebbe potuto essere diversamente?): capire, organizzarsi, fare la Rivoluzione. Quest’ultima, the
Revolution, sarebbe “iniziata davanti allo specchio”, come ripetevano Bob Mould o Ian McKaye, portavoci del Punk americano? O invece sarebbe scaturita dalla sempre più socialdemocratica Classe Operaia? Ci vorrebbe una analisi storica di cui non sono capace. Posso dire che Franti era un collettivo formato da una mezza dozzina di compagni e compagne assolutamente TIPICI degli anni Settanta, arrivati a una maturità esistenziale (23/26 anni) e musicale nel bel mezzo degli anni Ottanta.
…….
Voce fuoricampo: va bene, ma la Musica, quand’e che si parla di Musica? Basta parlare di Politica! Musica o Politica, Musica vs. Politica. Punk come modo di suonare opposto a Punk come modo di vivere. Una falsa antitesi, a mio parere. Alcuni dell’allora Movimento Punx, in vari libri e memoriali, tendono a sottolineare la rottura totale con tutto cio che ci aveva storicamente preceduto, ad es. la Sinistra Rivoluzionaria: quindi “niente politica, niente futuro, niente compromessi”. Proposta di discussione: credo che questa tesi sia falsa. Il Punx non si è mai indentificato in Franti, Crass, Kina oppure in Negazione, Clash, CCCP (prendo dei nomi a caso, ma non troppo…). Troppo magmatico, troppo veloce per farsi fottere, il Punx ha girato le spalle a vecchie beghe e vecchi tromboni (come il sottoscritto). Le categorie politiche non sono applicabili al Punx, ne quelle degli orfani di Lotta Continua, come Franti, ne quelle di certa memorialistica punk.
…..
Mi sta sul cazzo chi assegna paternità a chi è stato o non è stato Punx; sono contrario alla tesi secondo la quale il vero Punx (?) era a/politico, quasi il Punk
fosse una manifestazione di autogenesi (l’unico che non e stato generato fu Gesù, ma andate a chiederlo a Giuseppe!).
Proposta: Il Punx sfugge alla lente dell’entomologo sociale perché il Punx e vivo. Punx ri/vive ogni volta nella battaglia, irrazionale e lucidissima, per la Liberazione dal Dominio.
……..
Proposta di discussione: il Punx è stato l’ultimo grido di rivolta di una frazione minoritaria ma molto vitale della gioventù Occidentale, di fronte all’orrore dell’omologazione e la trasformazione dell’Umano in Massa di Compratori Video-Dipendenti. La distanza tra Punx e Politica per me e non esistente, è nil, nix, zero. Con S.T., individualità Punx che ha attraversato l’intero specchio di quegli anni a Torino e in Italia, organizzando, promuovendo, ma soprattutto scrivendo e cantando in 3 gruppi potentissimi e senza compromessi quali 5# Braccio, Contra*zione e Panico, si scherzava a volte dicendo, tra una birra e l’altra, il Punk è solo Politica!. Se la Musica si manifesta come Suono, quando quel Suono esprime la tua alterità QUOTIDIANA, TOTALE al Dominio, Suono e Politica coincidono. Quando la tua poetica e la tua consapevolezza politica mettono sullo stesso piano contenuto e forma, le cose che dici e il come le dici, allora Suono e Politica coincidono. Non ti piace la parola “politica”? Preferisci “Attitudine”? “Spirito”? “Scena”? O pensi siano solo parole? Scrivere di musica non serve a un cazzo. Soprattutto se Musica e Vita coincidono, come nel Punx. Franti ha potuto immergersi in quel mondo in quanto veniva da un mondo contiguo. Contiguo non vuol dire il medesimo, ma abbastanza vicino da farci incontrare quelli che Punx lo erano e lo sarebbero stati per molti anni a venire, alcuni per sempre. Un incontro talmente forte da rimettere in discussione proprio quella “scatola degli attrezzi” che Franti si portava appresso dagli anni Settanta.
…..
Siamo stati fratelli e sorelle dei Punx: per capirlo bisogna mettere su quei dischi, leggere i volantini, ascoltare quelle voci. Quella forza ci ha accompagnato sempre, anche e soprattutto dopo, quando ognuno ha preso la sua strada.
Franti ha lasciato della legna nel bosco. Non quanta ne abbia presa ma questo disavanzo, questo vuoto e ri/scoperto da chi cerca, da chi sente, OGGI, che soltanto nella radicalità del proprio Suono/Vita, “buttando tutto all’aria”, e possibile Liberarsi dal Dominio. Vuoto vuol dire anche spazio, silenzio, sogno, possibilità.
………
Franti ha compreso, SUONANDO, che la quindicesima pietra ERA LI. Che il suo Suono, il Suono di Franti, sarebbe venuto soltanto dal tentativo di trovare una Nuova Via, come la Est del Gran Capucin di Walter Bonatti (1951).
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Franti rinasce ogni volta che lo metti sul piatto. Torna a vivere se metti su i CCM, Minuteman, Jello Biafra e i Dead Kennedys, Can I say dei Dag Nasty, Articles of Faith, Indigesti, Embrace, Ex, London Calling, Dicks, Buzzcocks, Increase the pressure dei Conflict, ogni nota dei Peggio Punx, Kina, Panico, Mirafiori Kidz, Teatro Quotidiano, Wicked Apricots, Eversor, Block of Flats, Tempo Zero, Declino, Kenze Neke, Wops, Hannibal the Cannibal, NIA Punx
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PIETRA N.7
Cantare negli anni Ottanta
di Miro Sassolini con Fabio Magnasciutti e Angelo Gambetta:

Ho sempre pensato che Il giardino delle quindici pietre non fosse solo un disco. Lo accostavo con disappunto agli altri dischi che uscivano a quell’epoca. Sembrava pensato per una biblioteca, una galleria, non era solo una operazione musicale e quasi stonava in uno scaffale di vinili. Ma è nel destino di Franti essere fuori posto, una scomodità vistosa e affascinante senza lusinghe, ma con la forza di un’idea, una scintilla a cui ho cercato di accostarmi inizialmente e da cui poi sono stato trasportato. Sorvolare Franti. Guardarlo, da fuori, dall’alto, di lato. Guardarlo quando e carne, poi quando e spirito. E infine, quando è un fantasma.
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Non volevo fare un dizionario sulla musica dal vivo negli anni Ottanta, Franti in quanto spirito non può essere una nostalgia.
Non lo è mai stato.
Una forma di rispetto nei confronti di Franti e non intervenire sulla forma di Franti.
Franti è universalità.
Una forza che trasporta.

E l’idea ti porta lontano.