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INTERVISTA A STEFANO BETTINI E GABRIELE BRAMANTE PER L’USCITA DI "CRONACHE DEL VIDEOTOPO” DEGLI I REFUSE IT!

È di questi giorni la notizia che, al termine di un percorso durato oltre un anno, finalmente Spittle Records ha fatto uscire il doppio LP retrospettivo “Cronache del Videotopo” che raccoglie pressoché tutta la discografia degli I Refuse It!, senza dubbio una delle più importanti e innovative band del movimento punk hardcore italiano (anche se definire hardcore gli I Refuse It! è qualcosa di quantomeno riduttivo).
Visto che essere anziani porta anche delle piacevoli conseguenze, io ho avuto l’onore di vedere gli IRI dal vivo, e di conoscere il loro frontman, l’eclettico e iperattivo Stefano Bettini, oggi noto come “Il Generale”, che oggi intervisto assieme a Gabriele Bramante, tra le altre cose fondatore di Wide Records, che ha curato la raccolta.

D: Stefano, dì la verità: come diavolo vi venne in mente, in un periodo in cui l’hardcore Italiano nasceva perlopiù su binari iperveloci e politicizzati, di tirar su una band che suonava come gli IRI? E a proposito, come suonavano gli IRI?

Stefano: Ah, mi stai chiedendo perché eravamo così diversi dagli altri gruppi hardcore, e forse addirittura diversi dall'HC? Beh, a parte che c'era una scelta precisa di non essere banali (non per dire che l'HC era banale - essenziale si però, … - ma che era banale farlo nel modo in cui più o meno lo facevano tutti …), ma, al di là di questo, il punto è che eravamo tutti con qualche anno in più rispetto alla maggioranza dei membri dei gruppi italiani (e anche stranieri se è per questo) …
Se tieni presente che era l'82, anche solo 3 o 4 anni facevano una notevole differenza (ad esempio una cosa è se nel '77 avevi 16/17 anni, un'altra se ne avevi 12/13 …) … oltre che di esperienze anche di gusti …
Io arrivai nel gruppo da ultimo, ma Sandro, Pino e Walter suonavano insieme già da un paio di anni o giù di lì … e oltre che dal punk (a dire il vero più quello di Germs o Dead Kennedys che l'hardcore) erano ispirati da tutta la new wave più radicale: Pop Group, Pere Ubu, PIL, Chrome, Fall, … tanto per fare alcuni nomi.
Anche dopo l'arrivo di Lapo e il mio, i riferimenti restavano più gruppi come Flipper o Meat Puppets
Mi ricordo che alle prove venivano scartati tutti i i giri e tutte le melodie che venivano bollate come “autoindulgenti”, mentre veniva più volte sottolineato come il risultato finale di un pezzo dovesse essere “teso e nervoso” …
A pensarci: “Chocu Umeret” fu una mia proposta, e rischiò di essere bocciato per via delle ragioni suddette, anche se poi diventò uno dei cavalli di battaglia …

D: Tutto questo avveniva nella vostra sala prove in Borgo Pinti, un punto di ritrovo per la scena del GDHC, con una intensa attività politica e di controinformazione. Ce ne puoi parlare?

Il punto è che si provava anche 4/5 volte la settimana e se una sera passavi e mancava qualcuno nascevano session con i presenti e miriadi di formazioni inedite. Alcune di queste anche se hanno suonato insieme solo 1 o due volte alle prove si sono pure date un nome... come i Mayonese Boys o i mitici Brood con Walter alla batteria che aveva messo il nome alla band ispirato da Cronenberg e, alla voce, a volte Syd dei CCM, a volte Picchio della Stazione Suicida, a volte nessuno … Di loro resta la registrazione di una strepitosa serata live al Discipline
Fai conto che oltre a noi cinque nella cantina di Borgo Pinti transitavano decine di individui/e, la maggior parte dei quali non vedeva l'ora di suonare qualcosa e la maggior parte dei quali, secondo i canoni, rientrava nelle categorie “strano” e “molto strano”. Ti poteva capitare di trovarti in una session tipo Slits del gruppo tutto femminile con Antonella alla batteria, o in una session delirante dei Rich Fish in Hand con Ninnì al sax e Bibo (che ci ha lasciati nel '92) che sproloquiava “avvenire atrofizzato … cosa c'era scritto sui rotocalchi?”
In questo panorama patafisico ancor prima che anarchico gli IRI erano la faccia strutturata …
La struttura consisteva in serate in cantina sul pezzo: musica tesa, nervosa e non autoindulgente.
Le cose cambiarono un po' dopo la famosa storia del muro (non mi va di riraccontarla qui, leggetevi “Lumi di punk” …) quando la presenza in cantina si espanse … e la cantina stessa divenne punto di riferimento non solo degli IRI e dei loro amici ma di tutti (o, almeno, parecchi) punk e punx di Firenze e dintorni (e anche di Pisa, Lucca, Poggibonsi, Livorno, ecc...)… Il tutto naturalmente sotto l'egida GDHC. Da lì partì anche la Belfagor, la fanzine Nuove dal Fronte, ecc ecc

D: Quanti concerti avete fatto?

Nonostante le innumerevoli prove e le serate aperte in cantina (pressoché sempre!) concerti propriamente detti se ne sono fatti relativamente pochi. A braccio non si arriva a 40 … forse a malapena a 30 …
Un po' per la solita attitudine di cui sopra (lì no perché sono degli stronzi, lì no perché fanno pagare troppo il biglietto, lì no perché sono di questo o di quello, alle feste de l'Unità ovviamente no)…
Le possibilità erano limitate anche perché poi s'era di quelli che alla parte tecnica ci tenevano … per cui leva da una parte tutti i locali fichetti, tutti i posti troppo del “sistema”, tutti quelli troppo new wave fiorentina da bere … e togli dall'altra tutti quei covi di punk tipo Tuwat (dove l'unica volta che s'è suonato ci hanno fatto trovare una batteria fatta con i fustini di Dash … per non dire delle amplificazioni ridicole …) privi di cose fondamentali per un concerto …
Le situazioni che restavano erano poche… e non è che s'aveva la puzza sotto il naso, ma le idee chiare si: “o come si dice noi o nada”...
Da un certo punto in poi ci fu il Victor Charlie … posto punk sì, ma dove la musica si sentiva di molto bene… 
Ma prima …. s'è suonato al Discipline, che in precedenza era stato il Banana Moon … e rimaneva un posto parecchio underground … s'è suonato il mitico “Last White Xmas” nella chiesa sconsacrata di San Zeno a Pisa … e poi di qua e di là … 
A Bologna un paio di volte organizzato dai Raf Punk (una volta senza tastiere per motivi tecnici con Lapo che sclerava …), persino all'Università di Roma ….
La seconda formazione ha fatto un tour inglese che dire sgangherato è poco… si ruppe il pulmino (a dirla così sembra una cosa che accade, in realtà si trattò di un'epopea fatta di spingere all'alba sotto la pioggia in una non ben precisata località del Galles questo pulmino arcaico che sembrava tirato fuori da un film del free cinema inglese con Vipera che chiedeva un pound per la birra e gli inglesi che sentenziavano che l'artista doveva arrivare sul luogo dell'esibizione a costo della propria vita senza un minimo di coscienza della realtà … risultato finale: scortati dalla polizia fino a prendere un carro attrezzi che ci riportasse a  Londra) … però penso che chi ha partecipato a quei pochi concerti rimase colpito … e anche positivamente ...

D: due band che per me erano molto legate agli IRI erano CCM e Putrid Fever. Quale delle due porteresti con te sulla fatidica isola deserta? E quale dei vostri dischi?

No dai, queste dinamiche “scegline uno anziché un altro” non mi garbano! A me piacerebbe casomai portare sull'isola il clima generale che c'era nel GDHC … ma sai bene che sono quelle cose che accadono segnano un periodo e non si ripetono.

D: i vostri dischi sono stati ristampati, agli inizi, da due etichette in qualche modo famose nella scena underground del tempo: Children Of The Revolution e Bad Compilation Tapes. Quale delle due ricordi meglio?

BCT la ricordo meglio per il semplice fatto che Chris, il “boss” della label, ha ospitato me e Giovanna vari giorni a casa sua a San Diego, e al ritorno dal Messico mi ha dato la medicina che mi ha fatto guarire dalla Montezuma Revenge dopo giorni che continuavo a digiunare, defecare e vomitare senza sosta … e con una specie di galla enorme in pieno petto dovuta a una super ustione solare … credo che Chris lo ricordi ancora!

D: Poi, improvviso, ci fu il passaggio al Ragga de Il Generale; perché?

Mica tanto all'improvviso… Lapo e Walter si staccarono dagli I Refuse it per suonare musica etnica e reggae … il disco che Ludus ha fatto per la Wide, “Village Criers”, si chiama come il gruppo che tirarono su con dei musicisti africani che stavano a Firenze, fra cui Smail Aissa Kouider, che in Algeria era una star del rai (Walter andò a suonare con lui ad Algeri e racconta di migliaia di persone), e con il quale nel '90 si suonava insieme dal vivo (il Generale e lui con quella che poi sarebbe stata la Ludus Dub Band ma che ancora si chiamava appunto Village Criers) …
Io cominciai a suonare alle prime dancehall artigianali nel 1985 ...era una “attività” parallela che poi prese il sopravvento dal punto di vista musicale quando gli IRI si sciolsero in maniera brutale e definitiva (ci sono vari pezzi inediti che avrebbero dovuto far parte di un nuovo disco, ma solo quello che c'è nel disco, “TeleUrna 9000”, è quasi ascoltabile, sebbene moooolto low fi!)

D: Tu ormai da anni ti muovi nel mondo Ragga; cosa conosci del mondo HC Punk? Hai ancora contatti?

Contatti recenti no, con quelli della vecchia scena si.
Legami indissolubili direi. 
E poi ho collaborato con Tax come Generale, ho recentemente pubblicato un libro (“Grande realtà immaginaria. Storie segrete dal multiverso dei comic”) per l'Agenzia X di Philopat, libro che ho presentato a volte insieme al Cecchi che presentava il suo “No More Pain” (qua la recensione).
Se vado a Torino vado di solito a dormire dal Bernelli (Silvio, ex di Declino e Indigesti, NdRiki), e ogni tanto scambio qualche messaggio facebook con Helena o altri della vecchia scena …
Per quanto ognuno abbia preso una sua strada c'è qualcosa che continua a unire chi ha fatto parte di quella scena … …

D: E della scena Ragga – Hip Hop - Rap cosa pensi? Io ad esempio amo gli Assalti Frontali, e li trovo la risposta rap al punk dei nostri tempi.

No, dai che palle! Sono anni che mi chiedono questa cosa. Sono arrivato alla conclusione che i generi in genere sono una stronzata. Il genere va bene quando c'è un movimento dietro (sia esso il flower power o il punk), ma ora c'è solo inquadramento senza movimento e il genere corrisponde a un
ghetto, più o meno …
Per questo di recente mi garbano sempre meno anche quelli che seguono il reggae e credono che sia la musica di chi si fa le canne ed è per questo alternativo …
L'underground purtroppo è finito, I movimenti pure … ma mi piacerebbe tanto che saltasse fuori qualcosa che mi smentisse ...

D: adesso un paio di domande per Gabriele. Visto che anche tu sei abbastanza vecchio da poter dire “io c’ero”, cosa ricordi di IRI?

Mi colpì l'originalità.
Il loro era hardcore punk evoluto, non mancavano riferimenti no wave e jazz, ma erano fondamentalmente originali e piuttosto fedeli allo spirito del tempo e del luogo da cui vennero fuori.
C'era quel male di vivere tipico della provincia, quell'angst di chi non vive nel conflitto metropolitano ma nondimeno sente il disagio dell'epoca. C'erano anche molta ironia e della sperimentazione linguistica nei testi, secondo me di gran spessore, di Stefano Bettini. 
Gli arrangiamenti erano eclettici e bizzarri, ma arrivano diretti. Dal vivo li vidi due o tre volte, mi piacquero sempre, pensavo fossero notevoli e, al tempo stesso, inafferrabili.
Per anni ascoltai la cassetta “Permanent Scar” a metà con i leggendari CCM.
Essendo arrivato all'hardcore dopo aver ascoltato e assorbito molte altre cose, gli I Refuse It!, mi davano l'impressione di essere tra i più completi esempi di come l'attitudine punk potesse sposarsi con un discorso artistico indipendente, non allineato.
Mi ricordavano sia l'articolata claustrofobia di Pere Ubu e Pop Group, sia la meravigliosa stagione della SST di Meat Puppets e Minutemen: ritrovavo quindi l'elemento art con l'urgenza hardcore.
Credo che riascoltati oggi questi brani non abbiano perso molta della linfa dell'epoca e questa è, al di là di tutto, prerogativa delle cose di qualità.

D: Gabriele, tu hai partecipato alla realizzazione di entrambe le raccolte dedicate agli IRI, questa e la “cronache del videotopo” curata nel 2005 dalla Wide Records e da me recensita qua. Perché
questo amore per la band fiorentina?

Oltre a piacermi molto per i motivi appena detti, sono legato ad alcuni membri della band da lunghi rapporti di amicizia e lavoro.
Nel 1988 con Sandro Favilli (bassista di I Refuse It!) fondai la Wide Records, che esordì producendo “Mind The Gap” e proseguì con i primi dischi de Il Generale (Stefano Bettini, voce di I Refuse It!). Aggiungiamo poi che all'epoca suonavo la batteria e partecipai ad alcune session in cantina con alcuni di loro.

D: Gabriele, cosa pensi delle due raccolte?

Entrambe le raccolte sono state da me curate e fortemente volute così come le potete vedere e ascoltare.
La versione in CD (uscita per Wide Records nel 2005) rispecchiava il medium leader dell'epoca e fu scelta deliberata azzerare molto del pregresso bagaglio grafico per creare una compilation quasi omni-comprensiva per la prima volta in CD recuperando, in una nuova veste, il gap dei dischi fuori catalogo da molti anni.
La nuova versione in doppio LP vuole riportare tutto a casa, ovvero creare l'opera omnia divisa in quattro capitoli, ognuno dei quali rappresentante i dischi originali, assemblata secondo un rigore filologico e arricchita da interessanti materiali extra. In questa versione tutte le grafiche originali sono state riprodotte, tutte le versioni dei brani mai pubblicati sono state riproposte in ordine cronologico. Ho trovato belle foto inedite che sono state assemblate nell'ottica di aggiungere con rispetto. È stato un lavoro piuttosto impegnativo che mi ha visto impegnato per quasi un anno, con molte difficoltà pratiche e limiti di budget. Mi pare che il risultato finale sia abbastanza vicino a quanto avevo sperato all'inizio del lavoro.

D: Stefano, torniamo a te. Oltre che di musica, tu sei famoso per un amore viscerale per i telefilm anni 70 (se non sbaglio) e per i fumetti. Hai anche scritto un libro di recente. Ce ne vuoi parlare?

Mmmh no ora no … Comunque il libro si chiama “Grande realtà immaginaria: storie segrete dal multiverso dei comic” … se siete curiosi dategli un occhio

D: Finiamo con una “domandona”. Se tu potessi tornare al 1982, cosa non rifaresti? E cosa rifaresti assolutamente nello stesso modo?

Se potessi andare indietro nel tempo preferirei andare in tempi in cui non sono mai stato …


Onestamente, come darti torto? Beh, Stefano e Gabriele, grazie della disponibilità e a presto!!!!

(Riki Signorini)

RECENSIONE LIBRO "FRANTI – PERCHE’ ERA LI’. ANTISTORIA DA UNA BAND NON CLASSIFICATA. "

FRANTI – PERCHE’ ERA LI’. Antistoria da una band non classificata. A cura di Luca Buonaguidi e Cani Bastardi. Pagine 320. Illustrato. DVD allegato in omaggio editore Nautilus Autoproduzioni, €18.00

Qualche mese fa sono stato contattato dai tipi di Cani Bastardi per sapere se ero interessato a leggere e recensire un libro sui Franti, ed io, lo confesso, non ho saputo resistere.
Perché i Franti sono una di quelle band (ma chissà se è giusto chiamarli così, forse dovrei dire collettivo) che hanno davvero fatto la storia del punk Italiano.
Una band storica ed inclassificabile, ed uno spirito eponimo della Torino anni Ottanta, che ha attraversato club, scantinati e cortei, e che resiste nei decenni.
Dei Franti si trova ben poco materiale discografico in giro, ma vale la pena cercarlo, e cercare di conoscerli, perché praticamente tutta la old school italiana deve qualcosa a questi Torinesi, che scelsero di chiamarsi come un personaggio del libro Cuore: quello che rompe i vetri, fa uscire matto il maestro, ride quando il re d’Italia muore.
Un collettivo, come detto, indefinibile, che nel 1987 decise di fermarsi, senza sciogliersi.
Dice Giaccone: “Abbiamo fatto un comunicato dove esplicitamente si diceva Franti non si e sciolto, siamo diventati quello che siamo, ognuno individualmente.”
E per capire chi erano, e sono, i Franti, può essere utile leggere l’intervista (una delle poche) a Stefano Giaccone fatta da The New Noize.
In questa intervista Giaccone afferma: «Noi non abbiamo mai suonato punk, tra l’altro per noi non è mai stato – e credo per altri gruppi che ci circondavano – un genere musicale…… Io “sono” punk, non sono un “punk”»
Oppure può aiutare sapere che i Franti scelsero di non distribuire foto di sé stessi durante gli anni di attività.
In un articolo apparso su Rockerilla, chiesero di pubblicare, al posto delle loro foto, i dati in forma grafica dei morti per droga in Italia tra il 1973 ed il 1982, accanto a quelli sulla salute dei lavoratori di uno stabilimento Barilla in provincia di Parma.
Infine, può essere interessante vedere questo Video Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=-71FTO5Bx-4

Tornando al libro, ovviamente è un libro molto particolare, intorno ai Franti e difficile come i Franti, che raccoglie una serie di testi scritti dal gruppo dei Cani Bastardi, da Luca Buonaguidi, che ha curato l’edizione, e da svariati ospiti d’eccezione, che vanno da Pete Wright dei CRASS a Stefano Giaccone, leader insieme a Lalli (ed anche lei parte del team), del gruppo.
Con loro anche Miro Sassolini dei Diaframma, e, tra gli altri, i disegnatori Fabio Magnasciutti e Angelo Gambetta.
Il libro è diviso in quindici capitoli, o per meglio dire “quindici pietre”.
Le stesse quindici pietre che davano il titolo all’ultimo disco di Franti, “Il Giardino delle Quindici Pietre”, che, a sua volta, si rifaceva alla antica leggenda del “Tempio del Drago della Pace” di Kyoto.
Secondo questa leggenda da qualsiasi angolazione si guardi è possibile vedere solo quattordici delle quindici pietre presenti nel giardino: l’ultima è sempre nascosta dalla nostra pretesa conoscitiva.
Nelle note di copertina dell’omonimo e ultimo disco dei Franti, il più ineffabile, si legge: Certo: volendo (e potendo) salire in alto, si sarebbero visti tutti i massi, ma per gioire di un giardino bisogna camminarci in mezzo, camminarci in mezzo come le formiche, annullando il pensiero, diventando il pensiero, cantando il pensiero che si è e si è annullato al contempo.
Qua le quindici pietre si trasformano in altrettanti capitoli, nei quali si alternano prosa, filosofia, poesia, disegno, fotografia.
Il risultato è un libro (o un saggio?) dissonante, complicato, onnivoro e vorace, nel quale si parla di tutto spaziando ovunque.
L’unico filo conduttore, se proprio ne vogliamo trovare uno, è la costante ricerca di un filo conduttore che unisca musica e politica, la storia dei franti al movimento.
Un libro dedicato ad artisti, band, filosofi ed intellettuali uniti dal loro essere diversi.
Un libro che cita, tanto per ricordarne alcuni, Patti Smith, Brian Eno, David Lynch, Umberto Eco, Buddah, Sonic Youth, Iggy, Torino e Juventus, Alan Booth, Andy Warhol, Francois Berthie, John Cage, Sam Peckinpah, Ian MacKaye, i CCM, Pulici, Pasolini, El Paso, Lotta Continua, Hiroshima Mon Amour ed i Kina.
Il tutto arricchito da citazioni squisite, estrapolate dagli autori più distanti, che danno al testo una forma tentacolare, anarcoide e disomogenea, in puro spirito Franti.
E, in puro spirito Franti, il libro è anche distribuito secondo la formula NOCOPYRIGHT, perché, citando i Franti, “Ogni fotocopia che eviti l’acquisto di un libro favorisce la trasmissione di un modo di diffondere la conoscenza che rischia
di essere appannaggio di pochi. È caldeggiata quindi la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, anche a uso interno e didattico. Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica agisce in favore di chi desidera sapere e conoscere, avvantaggia un sapere avverso al censo e opera in favore della cultura di tutti”
In questa ottica, per aiutarvi a capire di che libro si tratta, voglio pubblicare alcuni estratti a me particolarmente cari.

PIETRA N.5
il suono del comunismo
di Stefano Giaccone

Tutto quel che segue e stato scritto per te, che leggi. Mentre scrivevo, in testa e nel fiato corto della fretta di dire, respirare, sputar fuori FRANTI, queste quattro persone si son sedute un po’ più vicino:

MARCO CIARI batterista di Franti
MASSIMO D’AMBROSIO bassista di Franti
LALLI voce cantante di Franti
VANNI PICCIUOLO chitarrista di Franti
STEFANO GIACCONE

Il mio contributo a questo libro, ha per titolo il Suono del Comunismo.
Uso con (finta) disinvoltura la parola “Comunismo. Un libro “sui” Franti, “sul” Punk, i Crass, i Sex Pistols, i mohicani e il Kaos Tag lassù in Germania, potrebbe essere pieno di A cerchiate e la parola Anarchia potrebbe ricorrere spesso. Invece uso la parola “Comunismo”. Voce fuori campo: Ma non era un libro sui Franti? Infatti, proprio per questo la uso e comunque, tra parentesi, questo non è un libro sui Franti. Direi che è un libro alla Franti, frantiano. Almeno lo spero!
Non uso la parola Comunismo in modo ideologico né tantomeno militante. Dal 1982 (in contemporanea con il sorgere del progetto Franti) non sono mai più uscito di casa pensando di contribuire “al lavoro politico, al proselitismo, alla propaganda” di qualunque entità. Ho cessato di militare in qualunque raggruppamento. Non certo per snobismo o mancanza di passione verso la Rivoluzione (nel mio quartiere si diceva “dare il giro alla baracca”): sentivo che, a livello profondo, avevo bisogno di scoprire, di interrogarmi, anche di sbagliare strada. Un gruppo musicale (soprattutto Franti!) era un buon modo per perdersi e io l’ho fatto!
………
Il Comunismo non è la sala d’aspetto dell’Anarchia, questa è una cosa che ha, giustamente, sempre fatto infuriare i Libertari. Sono visioni e tensioni diverse. Altra prassi. Almeno, per quel poco che ho capito. Ma Franti era la nostra nuova pelle e, per fortuna, siamo riusciti a entrare e uscire e rientrare, dalle idee, dalle passioni, dalle morti, dalle rinascite, dalle musiche, dalle lotte, dalle sconfitte, come in un salutare tunnel del vento.
………..
Nel mondo del Punk Anarchico Torinese e Italiano eravamo in mezzo a giovani e meno giovani che, invece di fare militanza politica, VIVEVANO il loro essere Libertari. Vivevano la Musica, gli Spazi, il Presente, l’Anarchia. Franti non avrebbe potuto vivere altrove. Una volta, non ricordo dove, qualcuno ci accuso di aver scelto il nome “Franti” perché in mezzo c’era la lettera A, cosi da poterci mettere un bel cerchio. Invece di mandarlo a cagare (inusuale per me, ora che ci penso), ho risposto: è vero. Ma Franti non e un movimento politico, non è una struttura militante di alcunché. Tantomeno un Partito. E un progetto poetico, di arte e di vita. Il lay out grafico, il logo se vuoi chiamarlo cosi, è importante. Mentivo, ma fino a un certo punto. Franti non ha mai venduto un cazzo (1500 copie per disco, o giù di li) e mettere una A cerchiata o meno non faceva certo alcuna differenza. Infatti non la fece. La faceva per noi: l’Anarchia era (ed è) una tensione. Una “Via dei Canti”, una pista di atterraggio illuminata nel buio degli anni Ottanta, una ingestione rituale di peyote, il Mandala delle Quindici pietre, My Favourite Thing con Trane e Eric Dolphy, una Comune di Parigi Permanente, il sorriso sghembo di Faber. La A

cerchiata era un simbolo di Difesa e di Movimento, non di proclamazione o affiliazione.
Per il resto, a livello profondo, se mi avessero chiesto come la pensavo, credo avrei riproposto il solito Quartetto Cetra: Karl Marx, Antonio Gramsci, Rosa Luxembourg e Che Guevara. Studiare la Storia, Organizzarsi, Fare la Rivoluzione. Mi azzardo a pensare che cosi avrebbero risposto anche gli altri. Non avremmo risposto certo che per noi Bakunin era una marca di Vodka (come fecero i Crass), perché se c’era una cosa che proprio mancava a Franti era l’autoironia. Franti è stato un litigiosissimo, meraviglioso, aperto, serissimo, gioioso, chiusissimo porto di mare Anarco-Beat-Comunista.
…….
Perché, all’inizio del 1987, FRANTI si è fermato? Scrivere di musica non serve a un cazzo, quindi vorrei parlarne. Credo che trovare una (mia) risposta (mi) aiuterebbe a capire non solo perché Franti si sia fermato, ma soprattutto perché era partito. E forse (mi) aiuterebbe a ritrovarne il corpo, perduto nella nebbia come Mallory e Irvine sulla parete nord-est dell’Everest, oppure perduto alla fermata del 14 in Strada delle Cacce, Mirafiori Sud, sotto il solleone d’agosto.
Proposta: Franti si è perso perché aveva la sensazione, fisica e emozionale, individuale e collettiva, di non avere più alcun impatto con la realtà che lo circondava.
…….
Franti si era immerso dentro il mondo Punx, come soggetto individuale, con la medesima “scatola degli attrezzi” della fase precedente (come avrebbe potuto essere diversamente?): capire, organizzarsi, fare la Rivoluzione. Quest’ultima, the
Revolution, sarebbe “iniziata davanti allo specchio”, come ripetevano Bob Mould o Ian McKaye, portavoci del Punk americano? O invece sarebbe scaturita dalla sempre più socialdemocratica Classe Operaia? Ci vorrebbe una analisi storica di cui non sono capace. Posso dire che Franti era un collettivo formato da una mezza dozzina di compagni e compagne assolutamente TIPICI degli anni Settanta, arrivati a una maturità esistenziale (23/26 anni) e musicale nel bel mezzo degli anni Ottanta.
…….
Voce fuoricampo: va bene, ma la Musica, quand’e che si parla di Musica? Basta parlare di Politica! Musica o Politica, Musica vs. Politica. Punk come modo di suonare opposto a Punk come modo di vivere. Una falsa antitesi, a mio parere. Alcuni dell’allora Movimento Punx, in vari libri e memoriali, tendono a sottolineare la rottura totale con tutto cio che ci aveva storicamente preceduto, ad es. la Sinistra Rivoluzionaria: quindi “niente politica, niente futuro, niente compromessi”. Proposta di discussione: credo che questa tesi sia falsa. Il Punx non si è mai indentificato in Franti, Crass, Kina oppure in Negazione, Clash, CCCP (prendo dei nomi a caso, ma non troppo…). Troppo magmatico, troppo veloce per farsi fottere, il Punx ha girato le spalle a vecchie beghe e vecchi tromboni (come il sottoscritto). Le categorie politiche non sono applicabili al Punx, ne quelle degli orfani di Lotta Continua, come Franti, ne quelle di certa memorialistica punk.
…..
Mi sta sul cazzo chi assegna paternità a chi è stato o non è stato Punx; sono contrario alla tesi secondo la quale il vero Punx (?) era a/politico, quasi il Punk
fosse una manifestazione di autogenesi (l’unico che non e stato generato fu Gesù, ma andate a chiederlo a Giuseppe!).
Proposta: Il Punx sfugge alla lente dell’entomologo sociale perché il Punx e vivo. Punx ri/vive ogni volta nella battaglia, irrazionale e lucidissima, per la Liberazione dal Dominio.
……..
Proposta di discussione: il Punx è stato l’ultimo grido di rivolta di una frazione minoritaria ma molto vitale della gioventù Occidentale, di fronte all’orrore dell’omologazione e la trasformazione dell’Umano in Massa di Compratori Video-Dipendenti. La distanza tra Punx e Politica per me e non esistente, è nil, nix, zero. Con S.T., individualità Punx che ha attraversato l’intero specchio di quegli anni a Torino e in Italia, organizzando, promuovendo, ma soprattutto scrivendo e cantando in 3 gruppi potentissimi e senza compromessi quali 5# Braccio, Contra*zione e Panico, si scherzava a volte dicendo, tra una birra e l’altra, il Punk è solo Politica!. Se la Musica si manifesta come Suono, quando quel Suono esprime la tua alterità QUOTIDIANA, TOTALE al Dominio, Suono e Politica coincidono. Quando la tua poetica e la tua consapevolezza politica mettono sullo stesso piano contenuto e forma, le cose che dici e il come le dici, allora Suono e Politica coincidono. Non ti piace la parola “politica”? Preferisci “Attitudine”? “Spirito”? “Scena”? O pensi siano solo parole? Scrivere di musica non serve a un cazzo. Soprattutto se Musica e Vita coincidono, come nel Punx. Franti ha potuto immergersi in quel mondo in quanto veniva da un mondo contiguo. Contiguo non vuol dire il medesimo, ma abbastanza vicino da farci incontrare quelli che Punx lo erano e lo sarebbero stati per molti anni a venire, alcuni per sempre. Un incontro talmente forte da rimettere in discussione proprio quella “scatola degli attrezzi” che Franti si portava appresso dagli anni Settanta.
…..
Siamo stati fratelli e sorelle dei Punx: per capirlo bisogna mettere su quei dischi, leggere i volantini, ascoltare quelle voci. Quella forza ci ha accompagnato sempre, anche e soprattutto dopo, quando ognuno ha preso la sua strada.
Franti ha lasciato della legna nel bosco. Non quanta ne abbia presa ma questo disavanzo, questo vuoto e ri/scoperto da chi cerca, da chi sente, OGGI, che soltanto nella radicalità del proprio Suono/Vita, “buttando tutto all’aria”, e possibile Liberarsi dal Dominio. Vuoto vuol dire anche spazio, silenzio, sogno, possibilità.
………
Franti ha compreso, SUONANDO, che la quindicesima pietra ERA LI. Che il suo Suono, il Suono di Franti, sarebbe venuto soltanto dal tentativo di trovare una Nuova Via, come la Est del Gran Capucin di Walter Bonatti (1951).
………
Franti rinasce ogni volta che lo metti sul piatto. Torna a vivere se metti su i CCM, Minuteman, Jello Biafra e i Dead Kennedys, Can I say dei Dag Nasty, Articles of Faith, Indigesti, Embrace, Ex, London Calling, Dicks, Buzzcocks, Increase the pressure dei Conflict, ogni nota dei Peggio Punx, Kina, Panico, Mirafiori Kidz, Teatro Quotidiano, Wicked Apricots, Eversor, Block of Flats, Tempo Zero, Declino, Kenze Neke, Wops, Hannibal the Cannibal, NIA Punx
………..

PIETRA N.7
Cantare negli anni Ottanta
di Miro Sassolini con Fabio Magnasciutti e Angelo Gambetta:

Ho sempre pensato che Il giardino delle quindici pietre non fosse solo un disco. Lo accostavo con disappunto agli altri dischi che uscivano a quell’epoca. Sembrava pensato per una biblioteca, una galleria, non era solo una operazione musicale e quasi stonava in uno scaffale di vinili. Ma è nel destino di Franti essere fuori posto, una scomodità vistosa e affascinante senza lusinghe, ma con la forza di un’idea, una scintilla a cui ho cercato di accostarmi inizialmente e da cui poi sono stato trasportato. Sorvolare Franti. Guardarlo, da fuori, dall’alto, di lato. Guardarlo quando e carne, poi quando e spirito. E infine, quando è un fantasma.
…….
Non volevo fare un dizionario sulla musica dal vivo negli anni Ottanta, Franti in quanto spirito non può essere una nostalgia.
Non lo è mai stato.
Una forma di rispetto nei confronti di Franti e non intervenire sulla forma di Franti.
Franti è universalità.
Una forza che trasporta.

E l’idea ti porta lontano.