INTERVISTA A STEFANO BETTINI E GABRIELE BRAMANTE PER L’USCITA DI "CRONACHE DEL VIDEOTOPO” DEGLI I REFUSE IT!

È di questi giorni la notizia che, al termine di un percorso durato oltre un anno, finalmente Spittle Records ha fatto uscire il doppio LP retrospettivo “Cronache del Videotopo” che raccoglie pressoché tutta la discografia degli I Refuse It!, senza dubbio una delle più importanti e innovative band del movimento punk hardcore italiano (anche se definire hardcore gli I Refuse It! è qualcosa di quantomeno riduttivo).
Visto che essere anziani porta anche delle piacevoli conseguenze, io ho avuto l’onore di vedere gli IRI dal vivo, e di conoscere il loro frontman, l’eclettico e iperattivo Stefano Bettini, oggi noto come “Il Generale”, che oggi intervisto assieme a Gabriele Bramante, tra le altre cose fondatore di Wide Records, che ha curato la raccolta.

D: Stefano, dì la verità: come diavolo vi venne in mente, in un periodo in cui l’hardcore Italiano nasceva perlopiù su binari iperveloci e politicizzati, di tirar su una band che suonava come gli IRI? E a proposito, come suonavano gli IRI?

Stefano: Ah, mi stai chiedendo perché eravamo così diversi dagli altri gruppi hardcore, e forse addirittura diversi dall'HC? Beh, a parte che c'era una scelta precisa di non essere banali (non per dire che l'HC era banale - essenziale si però, … - ma che era banale farlo nel modo in cui più o meno lo facevano tutti …), ma, al di là di questo, il punto è che eravamo tutti con qualche anno in più rispetto alla maggioranza dei membri dei gruppi italiani (e anche stranieri se è per questo) …
Se tieni presente che era l'82, anche solo 3 o 4 anni facevano una notevole differenza (ad esempio una cosa è se nel '77 avevi 16/17 anni, un'altra se ne avevi 12/13 …) … oltre che di esperienze anche di gusti …
Io arrivai nel gruppo da ultimo, ma Sandro, Pino e Walter suonavano insieme già da un paio di anni o giù di lì … e oltre che dal punk (a dire il vero più quello di Germs o Dead Kennedys che l'hardcore) erano ispirati da tutta la new wave più radicale: Pop Group, Pere Ubu, PIL, Chrome, Fall, … tanto per fare alcuni nomi.
Anche dopo l'arrivo di Lapo e il mio, i riferimenti restavano più gruppi come Flipper o Meat Puppets
Mi ricordo che alle prove venivano scartati tutti i i giri e tutte le melodie che venivano bollate come “autoindulgenti”, mentre veniva più volte sottolineato come il risultato finale di un pezzo dovesse essere “teso e nervoso” …
A pensarci: “Chocu Umeret” fu una mia proposta, e rischiò di essere bocciato per via delle ragioni suddette, anche se poi diventò uno dei cavalli di battaglia …

D: Tutto questo avveniva nella vostra sala prove in Borgo Pinti, un punto di ritrovo per la scena del GDHC, con una intensa attività politica e di controinformazione. Ce ne puoi parlare?

Il punto è che si provava anche 4/5 volte la settimana e se una sera passavi e mancava qualcuno nascevano session con i presenti e miriadi di formazioni inedite. Alcune di queste anche se hanno suonato insieme solo 1 o due volte alle prove si sono pure date un nome... come i Mayonese Boys o i mitici Brood con Walter alla batteria che aveva messo il nome alla band ispirato da Cronenberg e, alla voce, a volte Syd dei CCM, a volte Picchio della Stazione Suicida, a volte nessuno … Di loro resta la registrazione di una strepitosa serata live al Discipline
Fai conto che oltre a noi cinque nella cantina di Borgo Pinti transitavano decine di individui/e, la maggior parte dei quali non vedeva l'ora di suonare qualcosa e la maggior parte dei quali, secondo i canoni, rientrava nelle categorie “strano” e “molto strano”. Ti poteva capitare di trovarti in una session tipo Slits del gruppo tutto femminile con Antonella alla batteria, o in una session delirante dei Rich Fish in Hand con Ninnì al sax e Bibo (che ci ha lasciati nel '92) che sproloquiava “avvenire atrofizzato … cosa c'era scritto sui rotocalchi?”
In questo panorama patafisico ancor prima che anarchico gli IRI erano la faccia strutturata …
La struttura consisteva in serate in cantina sul pezzo: musica tesa, nervosa e non autoindulgente.
Le cose cambiarono un po' dopo la famosa storia del muro (non mi va di riraccontarla qui, leggetevi “Lumi di punk” …) quando la presenza in cantina si espanse … e la cantina stessa divenne punto di riferimento non solo degli IRI e dei loro amici ma di tutti (o, almeno, parecchi) punk e punx di Firenze e dintorni (e anche di Pisa, Lucca, Poggibonsi, Livorno, ecc...)… Il tutto naturalmente sotto l'egida GDHC. Da lì partì anche la Belfagor, la fanzine Nuove dal Fronte, ecc ecc

D: Quanti concerti avete fatto?

Nonostante le innumerevoli prove e le serate aperte in cantina (pressoché sempre!) concerti propriamente detti se ne sono fatti relativamente pochi. A braccio non si arriva a 40 … forse a malapena a 30 …
Un po' per la solita attitudine di cui sopra (lì no perché sono degli stronzi, lì no perché fanno pagare troppo il biglietto, lì no perché sono di questo o di quello, alle feste de l'Unità ovviamente no)…
Le possibilità erano limitate anche perché poi s'era di quelli che alla parte tecnica ci tenevano … per cui leva da una parte tutti i locali fichetti, tutti i posti troppo del “sistema”, tutti quelli troppo new wave fiorentina da bere … e togli dall'altra tutti quei covi di punk tipo Tuwat (dove l'unica volta che s'è suonato ci hanno fatto trovare una batteria fatta con i fustini di Dash … per non dire delle amplificazioni ridicole …) privi di cose fondamentali per un concerto …
Le situazioni che restavano erano poche… e non è che s'aveva la puzza sotto il naso, ma le idee chiare si: “o come si dice noi o nada”...
Da un certo punto in poi ci fu il Victor Charlie … posto punk sì, ma dove la musica si sentiva di molto bene… 
Ma prima …. s'è suonato al Discipline, che in precedenza era stato il Banana Moon … e rimaneva un posto parecchio underground … s'è suonato il mitico “Last White Xmas” nella chiesa sconsacrata di San Zeno a Pisa … e poi di qua e di là … 
A Bologna un paio di volte organizzato dai Raf Punk (una volta senza tastiere per motivi tecnici con Lapo che sclerava …), persino all'Università di Roma ….
La seconda formazione ha fatto un tour inglese che dire sgangherato è poco… si ruppe il pulmino (a dirla così sembra una cosa che accade, in realtà si trattò di un'epopea fatta di spingere all'alba sotto la pioggia in una non ben precisata località del Galles questo pulmino arcaico che sembrava tirato fuori da un film del free cinema inglese con Vipera che chiedeva un pound per la birra e gli inglesi che sentenziavano che l'artista doveva arrivare sul luogo dell'esibizione a costo della propria vita senza un minimo di coscienza della realtà … risultato finale: scortati dalla polizia fino a prendere un carro attrezzi che ci riportasse a  Londra) … però penso che chi ha partecipato a quei pochi concerti rimase colpito … e anche positivamente ...

D: due band che per me erano molto legate agli IRI erano CCM e Putrid Fever. Quale delle due porteresti con te sulla fatidica isola deserta? E quale dei vostri dischi?

No dai, queste dinamiche “scegline uno anziché un altro” non mi garbano! A me piacerebbe casomai portare sull'isola il clima generale che c'era nel GDHC … ma sai bene che sono quelle cose che accadono segnano un periodo e non si ripetono.

D: i vostri dischi sono stati ristampati, agli inizi, da due etichette in qualche modo famose nella scena underground del tempo: Children Of The Revolution e Bad Compilation Tapes. Quale delle due ricordi meglio?

BCT la ricordo meglio per il semplice fatto che Chris, il “boss” della label, ha ospitato me e Giovanna vari giorni a casa sua a San Diego, e al ritorno dal Messico mi ha dato la medicina che mi ha fatto guarire dalla Montezuma Revenge dopo giorni che continuavo a digiunare, defecare e vomitare senza sosta … e con una specie di galla enorme in pieno petto dovuta a una super ustione solare … credo che Chris lo ricordi ancora!

D: Poi, improvviso, ci fu il passaggio al Ragga de Il Generale; perché?

Mica tanto all'improvviso… Lapo e Walter si staccarono dagli I Refuse it per suonare musica etnica e reggae … il disco che Ludus ha fatto per la Wide, “Village Criers”, si chiama come il gruppo che tirarono su con dei musicisti africani che stavano a Firenze, fra cui Smail Aissa Kouider, che in Algeria era una star del rai (Walter andò a suonare con lui ad Algeri e racconta di migliaia di persone), e con il quale nel '90 si suonava insieme dal vivo (il Generale e lui con quella che poi sarebbe stata la Ludus Dub Band ma che ancora si chiamava appunto Village Criers) …
Io cominciai a suonare alle prime dancehall artigianali nel 1985 ...era una “attività” parallela che poi prese il sopravvento dal punto di vista musicale quando gli IRI si sciolsero in maniera brutale e definitiva (ci sono vari pezzi inediti che avrebbero dovuto far parte di un nuovo disco, ma solo quello che c'è nel disco, “TeleUrna 9000”, è quasi ascoltabile, sebbene moooolto low fi!)

D: Tu ormai da anni ti muovi nel mondo Ragga; cosa conosci del mondo HC Punk? Hai ancora contatti?

Contatti recenti no, con quelli della vecchia scena si.
Legami indissolubili direi. 
E poi ho collaborato con Tax come Generale, ho recentemente pubblicato un libro (“Grande realtà immaginaria. Storie segrete dal multiverso dei comic”) per l'Agenzia X di Philopat, libro che ho presentato a volte insieme al Cecchi che presentava il suo “No More Pain” (qua la recensione).
Se vado a Torino vado di solito a dormire dal Bernelli (Silvio, ex di Declino e Indigesti, NdRiki), e ogni tanto scambio qualche messaggio facebook con Helena o altri della vecchia scena …
Per quanto ognuno abbia preso una sua strada c'è qualcosa che continua a unire chi ha fatto parte di quella scena … …

D: E della scena Ragga – Hip Hop - Rap cosa pensi? Io ad esempio amo gli Assalti Frontali, e li trovo la risposta rap al punk dei nostri tempi.

No, dai che palle! Sono anni che mi chiedono questa cosa. Sono arrivato alla conclusione che i generi in genere sono una stronzata. Il genere va bene quando c'è un movimento dietro (sia esso il flower power o il punk), ma ora c'è solo inquadramento senza movimento e il genere corrisponde a un
ghetto, più o meno …
Per questo di recente mi garbano sempre meno anche quelli che seguono il reggae e credono che sia la musica di chi si fa le canne ed è per questo alternativo …
L'underground purtroppo è finito, I movimenti pure … ma mi piacerebbe tanto che saltasse fuori qualcosa che mi smentisse ...

D: adesso un paio di domande per Gabriele. Visto che anche tu sei abbastanza vecchio da poter dire “io c’ero”, cosa ricordi di IRI?

Mi colpì l'originalità.
Il loro era hardcore punk evoluto, non mancavano riferimenti no wave e jazz, ma erano fondamentalmente originali e piuttosto fedeli allo spirito del tempo e del luogo da cui vennero fuori.
C'era quel male di vivere tipico della provincia, quell'angst di chi non vive nel conflitto metropolitano ma nondimeno sente il disagio dell'epoca. C'erano anche molta ironia e della sperimentazione linguistica nei testi, secondo me di gran spessore, di Stefano Bettini. 
Gli arrangiamenti erano eclettici e bizzarri, ma arrivano diretti. Dal vivo li vidi due o tre volte, mi piacquero sempre, pensavo fossero notevoli e, al tempo stesso, inafferrabili.
Per anni ascoltai la cassetta “Permanent Scar” a metà con i leggendari CCM.
Essendo arrivato all'hardcore dopo aver ascoltato e assorbito molte altre cose, gli I Refuse It!, mi davano l'impressione di essere tra i più completi esempi di come l'attitudine punk potesse sposarsi con un discorso artistico indipendente, non allineato.
Mi ricordavano sia l'articolata claustrofobia di Pere Ubu e Pop Group, sia la meravigliosa stagione della SST di Meat Puppets e Minutemen: ritrovavo quindi l'elemento art con l'urgenza hardcore.
Credo che riascoltati oggi questi brani non abbiano perso molta della linfa dell'epoca e questa è, al di là di tutto, prerogativa delle cose di qualità.

D: Gabriele, tu hai partecipato alla realizzazione di entrambe le raccolte dedicate agli IRI, questa e la “cronache del videotopo” curata nel 2005 dalla Wide Records e da me recensita qua. Perché
questo amore per la band fiorentina?

Oltre a piacermi molto per i motivi appena detti, sono legato ad alcuni membri della band da lunghi rapporti di amicizia e lavoro.
Nel 1988 con Sandro Favilli (bassista di I Refuse It!) fondai la Wide Records, che esordì producendo “Mind The Gap” e proseguì con i primi dischi de Il Generale (Stefano Bettini, voce di I Refuse It!). Aggiungiamo poi che all'epoca suonavo la batteria e partecipai ad alcune session in cantina con alcuni di loro.

D: Gabriele, cosa pensi delle due raccolte?

Entrambe le raccolte sono state da me curate e fortemente volute così come le potete vedere e ascoltare.
La versione in CD (uscita per Wide Records nel 2005) rispecchiava il medium leader dell'epoca e fu scelta deliberata azzerare molto del pregresso bagaglio grafico per creare una compilation quasi omni-comprensiva per la prima volta in CD recuperando, in una nuova veste, il gap dei dischi fuori catalogo da molti anni.
La nuova versione in doppio LP vuole riportare tutto a casa, ovvero creare l'opera omnia divisa in quattro capitoli, ognuno dei quali rappresentante i dischi originali, assemblata secondo un rigore filologico e arricchita da interessanti materiali extra. In questa versione tutte le grafiche originali sono state riprodotte, tutte le versioni dei brani mai pubblicati sono state riproposte in ordine cronologico. Ho trovato belle foto inedite che sono state assemblate nell'ottica di aggiungere con rispetto. È stato un lavoro piuttosto impegnativo che mi ha visto impegnato per quasi un anno, con molte difficoltà pratiche e limiti di budget. Mi pare che il risultato finale sia abbastanza vicino a quanto avevo sperato all'inizio del lavoro.

D: Stefano, torniamo a te. Oltre che di musica, tu sei famoso per un amore viscerale per i telefilm anni 70 (se non sbaglio) e per i fumetti. Hai anche scritto un libro di recente. Ce ne vuoi parlare?

Mmmh no ora no … Comunque il libro si chiama “Grande realtà immaginaria: storie segrete dal multiverso dei comic” … se siete curiosi dategli un occhio

D: Finiamo con una “domandona”. Se tu potessi tornare al 1982, cosa non rifaresti? E cosa rifaresti assolutamente nello stesso modo?

Se potessi andare indietro nel tempo preferirei andare in tempi in cui non sono mai stato …


Onestamente, come darti torto? Beh, Stefano e Gabriele, grazie della disponibilità e a presto!!!!

(Riki Signorini)

RECENSIONE KINA “IRREALE REALTÀ” (CD/LP, 2018, SPITTLE RECORDS, 5/5)

Continua grazie a Spittle Records l’operazione di recupero delle preziose testimonianze dei Kina.
Stavolta tocca a “Irreale Realtà”, il primo disco ufficiale per la band di Aosta, che vide la luce nel 1985.
In questo primo vero lavoro sulla lunga distanza nel quale i nostri ”Huskers from the mountains” (sul perché di questo soprannome leggete la nostra intervista QUA) ripresero (registrandoli di nuovo) alcuni pezzi già presentati nella demo “Nessuno Schema Nella Mia Vita” (della cui versione LP ci siamo già occupati QUA).
Un lavoro stupendo (e non potrebbe essere altrimenti per un disco che inizia con “Nessuno Schema”), nel quale si respira già a pieno quella che sarà la tipica atmosfera dei dischi dei Kina. Non solo frenetico Hardcore, dunque, ma anche, e soprattutto, cuore e melodia, malinconia e partecipazione (ascoltate “Nessun Fiore” per capire cosa voglio dire…)
Il tutto unito ad una consapevolezza politica notevole, che ha fatto dei Kina uno dei gruppi più longevi del primo punk Italiano, capace di non scendere mai a compromessi e di portare avanti la filosofia del DYI anche quando alcune band iniziavano a raggiungere accordi con le major, continuando a proporre nuova musica indipendente con Blu Bus, Circus Records e Wi Confondo (tanto che per me Sergio e C. ancora più che agli Husker Du dovrebbero essere paragonati alle icone del DYI di Oltreoceano, i Fugazi…).
La cosa curiosa è che quando ho riascoltato per la milionesima volta questo disco, ma per la prima volta nell’ottica di farne una recensione, ho notato cose che in passato non avevo mai notato, ovvero, la fortissima influenza della Torino Hardcore dei tempi su brani come “Farse”, “Riprendiamoci La Vita” e “Messaggi”, e quella altrettanto marcata dei Peggio Punx su “Senza Pensare
Concludo, se ce ne fosse bisogno, col dire che questo disco è un must. Probabilmente non il migliore del combo di Aosta, ma sicuramente degno del loro podio. La ristampa ci voleva proprio, e toglie finalmente questo disco dal mondo dei bootleg che arricchivano un mercato che poco ha a che fare con lo spirito D.I.Y. della band. Per questo plaudo all’iniziativa di Spittle Records che mette a disposizione di chi non c’era, e di chi c’era ma dormiva, un disco che è storia, una splendida storia.
Ed ora attendiamo “Cercando….”
(Riki Signorini)

I brani

LATO A
  1. Nessuno schema
  2. Farse
  3. A chi tocca
  4. Robot
  5. Non smetterò mai
  6. Senza pensare
  7. Vietato 

LATO B
  1. Correre cercare piangere
  2. Riprendiamoci la vita
  3. Messaggi
  4. Nessun fiore
  5. Il mio dolore
  6. Bagliore accecante
  7. Solo pensieri
  8. Vivere odio 

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RECENSIONE KINA “NESSUNO SCHEMA NELLA MIA VITA” (CD/LP, 2018, SPITTLE RECORDS, 5/5)


Da sempre considero i Kina un gruppo fenomenale, fondamentale per la scena Hardcore se non mondiale almeno Europea (anche se, almeno ai tempi d’oro dell’Italian HC, non era affatto raro leggere su MRR recensioni in cui si usavano gli Aostani come metro di paragone musicale).
Nei Kina mi sono imbattuto per la prima volta al Victor Charlie di Pisa poco dopo l’uscita della loro prima cassetta, “Nessuno schema nella mia vita!”, e da allora mi hanno accompagnato praticamente per due terzi della mia esistenza.
E proprio di quella cassettina, pubblicata nel lontano 1984, e successivamente riproposta come LP nel 92, si parla qua oggi.
Undici brani di puro Hardcore, con testi politicizzati ma mai banali né tantomeno scontati, già influenzati da quel tocco di poesia che poi diventerà il marchio di fabbrica della band di Aosta.
Undici tracce che già lasciano capire quello che sarebbero diventati i Kina di lì a poco, partendo dal loro album più accaci (e in particolare molto legato alla Torino Hardcore del tempo).
Undici pezzi nei quali Sergio Milani (drums), Alberto Ventrella (guitar) e Giampiero Capra (bass) gettano le basi del loro successivo primo vero album, “Irreale Realtà”.
Undici canzoni che sono una delle ragioni per cui da sempre amo il punk e l’hardcore, e che non mi sono mai stufato di ascoltare in tutti questi anni, e che anzi consiglio a tutti coloro che credono nella musica alternativa e nell’importanza dell’Underground.
Perché questo disco è un caposaldo di quella storia, ed è bello sapere che grazie a Spittle tornerà ad essere facilmente fruibile anche a chi non ha potuto vivere quella storia in diretta.

(Riki Signorini)

PS: uno dei motivi per cui adoro i Kina? La splendida copertina, di Magi, la cura per i dettagli, e testi come questo, di “Nessuno Schema”….

Nessuno schema nella mia vita, nessuno schema
Odio profondo, ostilità infinita, nessuno schema
Non sono un automa, non avrete anche me
Vivere senza autorità è possibile
Sono le regole ad uccidere la mente
La ribellione al potere è giusta
Mi rende ciò che mi è stato rubato
Distruggiamo il senso del dovere
Solo allora potremo volare
Ucciso dal vostro denaro
Uccisi dal vostro potere
Ucciso dalla vostra morale
Ucciso perché la libertà è solo un’idea...
...e dal mio odio per voi

Ora non possiamo che disobbedire
É l’unica arma che possiamo usare

I brani
A1 Bagliore Accecante
A2 Solo Pensieri
A3 Messaggi
A4 Teleimmissione
A5 Vivere Odio
A6 L’Alba
B1 Vita Sprecata
B2 Nessuno Schema
B3 Basta
B4 Il Mio Dolore
B5 Senza Pensare

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RECENSIONE DURACEL “SUPERMARKET” (CD, 2018, INDIEBOX MUSIC, 3/5)


Tornano Duracel, a 4 anni di distanza dal loro ultimo disco "L'ora d'aria". Ed il nuovo “Supermarket” è ancora una volta un disco “alla Duracel”, nel senso che il modo di suonare dei veneziani è un po' il loro marchio di fabbrica così come la voce di Zamu (da anni ormai anche bassista dei Derozer), e loro suonano così ormai da qualche lustro. Per cui, per farla breve, direi semplicemente “prendere o lasciare”.
Se vi piacciono, e probabilmente vi sono sempre piaciuti, allora sappiate che questo “Supermarket” è forse uno dei loro dischi più riusciti.
Altrimenti passate oltre.
D’altra parte lo dicono subito nella opening track (“Come Una Volta”) che non sono cambiati, e lo confermano per tutti i dodici pezzi del disco.
E, così come una volta, anche nel 2018 i Duracel fanno punk-rock tirato al limite dell’Hardcore melodico, con cori che intrigano ma testi che non lasciano il segno, essendo troppo adolescenziali a dispetto dell'età ormai avanzata di chi li propone.
Mi piace molto “Mi Licenzio”, veloce e tirata come si addice a un gruppo hardcore, così come tirata e piacevole è anche “Supermarket”, la canzone che dà il titolo all'album.
Per il resto gran melodie supportate da un buon tappeto sonoro, che restano subito in testa.

(Riki Signorini)

I brani

01. Come una volta
02. Olanda
03. Nessuno è mai uscito vivo da Italia '90
04. Tattoo
05. Ritornare a casa
06. Mi licenzio
07. La mia vita è uno shot
08. Supermarket
09. La scena
10. Fantasmi
11. Uccidimi adesso
12. Specchio - riflesso

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RECENSIONE THE SMOKING BONES “AUTHORIZE YOURSELF” (CD, 2018, AREA PIRATA RECORDS, 3/5)


Sono in 5.
Sono Toscani.
Authorize Yourself” è il loro primo album, che segue di un anno l’EP di esordio (“Moods”)
Il disco è prodotto da Area Pirata, e questa è una garanzia.
I brani sono nove in tutto.
Il sound pesca a piene mani nelle sonorità della seconda metà degli anni '70, e nelle atmosfere della scena scandinava di inizio millennio, ma non disdegna i Kyuss (di cui si coverizza “Green Machine” in modo gustoso), e neppure i Motorhead in certi riff.
Tra i pro sicuramente la batteria, che ricorda un po' i Mr Big.
Tra i contro la voce, troppo anni 70 per i miei gusti, e la registrazione della chitarra, che non esalta certo le potenzialità del gruppo.
Mi piace davvero molto “Ladies first”, forse perché è il brano più punk e tirato (ma anche melodico) del disco, e mi piace molto anche la intro strumentale.
Per il resto un disco che si lascia ascoltare bene ma non mi esalta.


(Riki Signorini)

I brani

1) Intro (Fire Walk Whit Me),
2) White Princess,
3) Green Machine,
4) Now You’re Going To Tell Me,
5) Ladies First,
6) Rock’n’roll Time,
7) Gotta Face It,
8) Bullshit,
9) Fall Tonight

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RECENSIONE VIBORAS “ELEVEN” (CD, 2018, AUTOPRODUZIONE, 3/5)


Eleven” è il titolo del nuovo album dei Viboras, il terzo, ed anche il numero dei brani presenti sul disco.
Undici brani di punk’n’roll veloce e fresco, con una bella voce a la Spinnerette che mi esalta, soprattutto sulla opening track, “Pray”, e su “I don’t care”, che suonano molto californiane.
Anche “Where were you”, il pezzo scelto come primo singolo, acchiappa subito con un coro che ti resta subito in testa e non ti molla più, ma forse il pezzo che preferisco è “Jaime”, mentre quello che apprezzo meno è “Drives me insane”.
Tutto sommato, dunque, un bel disco da ascoltare con attenzione ed apprezzare

(Riki Signorini)

I brani

1. Pray
2. I don't care
3. Where were you
4. Run away
5. Leave this place
6. Drives me insane
7. Can't breathe
8. No more
9. Jaime
10. Away from here
11. Raise

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RECENSIONE THE DWARVES “TAKE BACK THE NIGHT” (CD, 2018, BURGER RECORDS, 4/5)


I Dwarves li avevo visti dal vivo più di venti anni fa negli Stati Uniti e li consideravo una band di culto che però era uscita dal mio radar.
Nel senso che ne avevo perso le tracce, e li reputavo ormai pensionandi.
Ringrazio quindi Olga Svetlana per avermi riportato nel fantastico mondo dei nani raccontandomi in una intervista (che potete leggere cliccando QUA) che quando aveva avuto modo di suonarci insieme aveva constatato che continuavano ad essere una band di quella con i fiocchi e controfiocchi…
Ed in effetti è così e questo nuovo disco dimostra che i Dwarves sono veramente un gran gruppo anche nel 2018.
“Take Back The Night” è il primo disco dopo “The Dwarves Invented Rock & Roll” del 2014, e, per dirla con una parola, schioda.
Perché un disco che si apre con una bomba come “Forget Me Not”, subito seguito da un'altra bomba come “City By The Bay” non può che essere un gran bel disco!
Punk rock cattivo ma non frenetico, politicamente scorretto (“I’d fuck anything that moves”) e irriverente nello stile che da sempre è tipico dei Dwarves, che stavolta caratterizzano l’album con l'alternarsi tra la voce calma e pacata del pop punk di Blag Dahlia e quella incazzatissima di Rex Everything (pseudonimo dietro al quale si cela Nick Oliveri) che si può gustare appieno in “Devil's Level”, oppure nella Motorhead-iana “Take Back The Night”, in “Nowhere Fast”, o ancora in “It's You I Don't Believe“, il pezzo più tirato del disco.
Ma i brani che più mi piacciono sono quelli più “tradizionali”, come “Here's Looking At You”, “Dead In My Dreams” e “Trace Amounts”, o ancora più la memorabile “Julio”.
Insomma, se di un disco con 17 pezzi (4 dei quali ripetuti n versione “Clean”), ben 10 meritano una menzione speciale, penso di potere affermare senza dubbio che si tratta di un bel prodotto.  

(Riki Signorini)

I brani

1.   Forget Me Not
2.   City By The Bay
3.   Devil's Level
4.   Everything & Moore
5.   Take Back The Night
6.   It's You I Don't Believe
7.   Here's Looking At You
8.   Julio
9.   Anything That Moves
10.  Dead In My Dreams
11.  Get Away
12.  You Turn Me On
13.  Nowhere Fast
14.  Safe Space
15.  Trace Amounts
16.  Down and Dirty
17.  The Giver
18.  Forget Me Not (Clean)
19.  Julio (Clean)
20.  Here's Looking At You (Clean)
21.  Take Back The Night (Clean)


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RECENSIONE SKASSAPUNKA “ADELANTE” (CD, 2018, KOB RECORDS, 4/5)


Un anno fa usciva “Rudes Against”, il terzo album della band di Linate (MI). Oggi, dopo nemmeno dodici mesi, gli Skassapunka tornano a noi con questo “Adelante”, disco uscito in collaborazione con Kob Records che alterna inediti (sei in totale, di cui uno solo, “Back to the Past”, è strumentale, e una cover del canto popolare “El Pueblo Unido”) e vecchi brani (cinque) ri-arrrangiati e rimasterizzati, per celebrare i 10 anni della band.
Una band che sta tra la Banda Bassotti e i Talco, passando per i Los Fastidios, che propone un antifa ska che si muove dalla 2tone al punk, cantato un po’ in italiano, un po’ in spagnolo ed anche in inglese con un’ottima sezione fiati.
Il sound ondeggia tra il battagliero (bellissime “Nino”, “Briza de Esperanza” e “Entusiasmo y Venceremos”) ed il gaudente (segnalo “We Want To Dance Ska”), ma il pezzo che preferisco è la maestosa cover del “pueblo unido”, roba da standing ovation

(Riki Signorini)

I brani

01 Adelante
02 Crazy Town
03 El Pueblo Unido Jamàs Serà Vencido
04 Entusiasmo y Venceremos
05 Nino
06 Back to the Past
07 Briza de Esperanza
08 Ora
09 Rudes Against
10 We Want to Dance Ska
11 Giorno Zero

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RECENSIONE THE DANGEROUS SUMMER “THE DANGEROUS SUMMER” (CD, 2018, HOPELESS RECORDS, 2/5)


Nuovo disco per i The Dangerous Summer, ancora per Hopeless Records ed a distanza di 5 anni dal precedente “Golden Record”.
Dieci i brani, prodotti da James Paul Wisner (Underoath, Dashboard Confessional, Paramore), genere che definirei Emo Pop Melodico, ma troppo melodico, troppo pop e troppo emo per piacermi, perché fatico veramente a considerare Punk questa musica, nonostante sia classificata come tale. Il fatto è che di dischi che suonano come questo ce ne sono in giro una infinità (Deaf Havana, Moose Blood, Cartel, Third Eye Blind per citarne alcuni), e posso al più tollerarli come colonna sonora da tenere in background mentre si chiacchiera tra amici. Però sono dischi che non riescono a scatenare in me alcuna emozione.
Qualcuno potrà obiettarmi che anche i Ramones hanno generato un’infinità di cloni, eppure io apprezzo sia gli ispiratori che gli ispirati. Sì, è vero, ma gran parte dei gruppi che suonano alla Ramones hanno addirittura superato i maestri e molto spesso sono freschi ed energetici molto più di questi Dangerous Summer, che scivolano addosso senza lasciare traccia o emozione.
Comunque, se proprio volete saperlo, i pezzi che preferisco sono "Ghosts" ed "Infinite".

(Riki Signorini)

I brani
1.       Color
2.       This Is Life
3.       Fire
4.       Ghosts
5.       Luna
6.       Wild Again
7.       Valium
8.       When I Get Home
9.       Live Forever
10.    Infinite

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