RECENSIONE THE LIARS “NEVER LOOKED BACK” (AREA PIRATA RECORDS, CD, 2018, 3/5)


Tornano i Liars, stavolta con una formazione a tre con Andrea “Vipera” Salani alla batteria accanto ai membri storici Alessandro Ansani (bassista e cantante) e Pier Paolo Morini (chitarrista).
Never Looked Back, a dispetto del titolo, è un lavoro che guarda eccome al passato, come è lecito aspettarsi da una band che si ispira agli anni 60.
Otto pezzi ispirati che piaceranno molto agli amanti del garage e della neo psichedelia, quella di bands come No Strange, Sick Rose, Steeplejack e Strange Flowers, che con i Pisani hanno in comune, oltre al sound, anche il fato di essere in giro da molti anni, contribuendo a tenere alto il nome del revivial neoposichedelico Italiano.
Stavolta semmai i Liars aggiungono al loro repertorio vintage anche un tocco power pop e un pizzico di glam (Three O’Clock), perdendo magari quella parte più pesante che il sottoscritto prediligerebbe.
Ascoltate, per farvi un’idea, “Cruisers of the Night” e “She Never Cries, He Never Smiles, Judge Your Way”
Io preferisco comunque Judge Your Way”, con una chitarra più sporca e cattiva, e “I Say To You”, con un certo non so che di Rolling Stones.
(RIKI SIGNORINI)

I brani
  1. What Have You Learned?
  2. Cruisers Of The Night
  3. Dark Sin
  4. Like a Whistle
  5. She Never Cries, He Never Smiles
  6. Judge Your Way
  7. I Say To You
  8. Absolutely Scared


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RECENSIONE HAPPY CULT CLASSIC (RUDE RECORDS, CD, 2018, 2/5)

Quando mi è capitato tra le mani il debut album degli Happy (Pop Punk da Columbia South Carolina) sono stato tentato di lasciarlo passare senza degnarlo di una recensione, come mi capita sempre più spesso con i dischi di Pop Punk di questi tempi.
Poi però di fronte a un pezzo dedicato a Wynona Rider ho ritenuto opportuno recensirlo, consapevole del fatto che non si tratta certo di un disco non memorabile, ma che presenta comunque delle cosettine interessanti come appunto “Wynona Rider”.
Dieci canzoni orecchiabili e studiate per essere trasmesse in radio, ben costruite e pensate per fare colpo su chi è cresciuto ascoltando Blink 182 ed affini, che alla lunga stancano e fanno rimpiangere il fatto che il quartetto non si sia fermato a 4 o 5 pezzi, senza esagerare.
Segnalo comunque “How To Lose A Girl in 1.45”, che richiama alla mente I migliori Green Day (e sia chiaro che per me I Green Day, a differenza dei Blink 182, non sono affatto da disprezzare), “Don’t Overdose And Drive” e (ma forse questo l’ho già detto) “Winona Ryder”.



(RIKI SIGNORINI)

I brani
  1. How to Lose a Girl in 1: 45
  2. Don't Overdose and Drive
  3. Winona Ryder
  4. I Call Shotgun
  5. Drowners
  6. Lucky
  7. With a Y
  8. Fishtank
  9. Wonder
  10. Where the Wild Things Were

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RECENSIONE NABAT ‎BANDA RANDAGIA” (LP/CD, 2018, ANSALDI RECORDS, 4/5) -- ENGLISH VERSION AT THE BOTTOM!!!


Tornano dopo oltre 20 anni i Nabat, e lo fanno come tutti si auguravano facessero, ovvero “facendo i Nabat”.

Così, se molti fans del gruppo Bolognese furono delusi da “Nati Per Niente”, che nel 1996 ci mostrò una band indecisa su quale strada seguire, oggi gli stessi fans non potranno che apprezzare “Banda Randagia”.
Un disco nato e registrato all’interno del Vecchio Son, la sala prova gestita dal frontman Steno a Bologna, e pubblicato in cooperazione da Ansaldi Records e C.A.S., due capisaldi dell’OI! Italico al pari dei Nabat e del loro cantante.
Quattordici le tracce presentate, dieci delle quali inedite (le eccezioni sono “Hey Boot Boy”, “Braccato”, “La Marcia dei Disperati” e “Cronaca di un Uomo Ferito”.
Come accadeva nei primi anni 80, i Bolognesi sono tornati a sfornare pezzi caratterizzati da cori spettacolari, di quelli che sotto ad un palco (la dimensione più giusta per godersi i Nabat) si cantano a squarciagola.
E poi i soliti testi in stile Working Class Kids, con la grinta di Steno che ci coinvolge a cantare di temi attuali come i “Voucher” e “Gossip Riot”, ma anche di temi più legati alla realtà Felsinea, come in “Non C’è Spazio”, o in “Quel da fêr”, addirittura cantata in bolognese.
Tra i Partisans e i Ramones, tra l’Oi! e il Blues, tra Slaughter & theDogs e Rose Tattoo, i Nabat sono tornati alla grande, dimostrando di meritare l’appellativo di leggende del Punk Italiano!Slaughter & theDogsSlaughter & theDogs
ENGLISH VERSION
Nabat are back after more than 20 years, and they do it as everyone hoped they would, that is “doing Nabat".
So, if many fans of the Bolognese group were disappointed by "Nati Per Niente", which in 1996 showed us a band undecided on what path to follow, today the same fans will only appreciate "Banda Randagia".
A record born and recorded inside the Vecchio Son, the rehearsal room managed by frontman Steno in Bologna, and published in cooperation by Ansaldi Records and C.A.S., two cornerstones of the OI! Italian as well as Nabat and their singer.
Fourteen tracks of which ten are unpublished (the exceptions are "Hey Boot Boy", "Braccato", "La Marcia dei disperati" and "Cronaca di un Uomo Ferito").
As it happened in the early 80's, the Bolognese returned to churn out songs characterized by spectacular choirs, those that under a stage (the right size to enjoy the Nabat) are sung at the top of one's lungs.
And then the usual lyrics in the style of Working Class Kids, with the dagger of Steno involving us to sing about current themes such as "Voucher" and "Gossip Riot", but also about themes more related to the reality of the Felsinea city, as in "Non C'è Spazio", or in "Quel da fêr", even sung in Bolognese.
Between the Partisans and the Ramones, between the Oi! and the Blues, between Slaughter & theDogs and Rose Tattoo, the Nabat have returned to greatness, demonstrating to deserve the appellative of legends of the Italian Punk!


(Riki Signorini)

I brani
LATO A
A1 Nessun Amico
A2 Voucher
A3 Hey Boot Boy
A4 Dai Allora
A5 Non Ti Fermare
A6 Gossip Riot
A7 Non C'è Spazio
LATO B
B1 Banda Randagia
B2 Quel Da Fêr
B3 Braccato
B4 Lastrico Lucido
B5 La Marcia Dei Disperati
B6 Cronaca Di Un Uomo Ferito
B7 Scelta E Coerenza

I contatti
https://www.facebook.com/NABAT.Official/

RECENSIONE MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO “OF PAIN AND GLORY” (CD, 2018, INDIE BOX MUSIC, 3/5)


Vengono da Mantova queste Mosche di Velluto Grigio, un gruppo che definirei Celtic Folk Punk, e che si è reso in qualche modo famoso per la grande capacità nel miscelare il punk all’Irish Folk (tanto che hanno venduto oltre diecimila copie dei loro album tutti interamente autoprodotti, “auto pubblicati” ed “auto distribuiti”).
“Of Pain and Glory”  (qua, per farvi un’idea, potete vedere il video del brano apripista “Glasgow Town”) sin dal titolo omaggia uno dei capisaldi di questo genere, quei  Dropkick Murphys che un paio di anni fa pubblicarono proprio un disco chiamato "11 Short Stories of Pain & Glory".
Qui di pezzi non ne abbiamo undici, ma solo sei, è forse è un bene, perché a me questo genere alla lunga stanca, se ascoltato su disco e non dal vivo con una bella birra in mano.
Comunque i sette Mantovani suonano una bella miscela musicale Folk Punk Irlandese, ispirata chiaramente da Pogues, Dubliners e Stiff Little Fingers, ma anche dal sound di leggende come Johnny Cash.
La cosa che davvero mi piace, però, è la voce roca ed impastata di Cagno, che è il vero segno distintivo del combo.

(Riki Signorini)

I brani

1. A whisper from my cigarette
2. Glasgow town
3. Seven ships
4. Pieces of glass
5. Laura
6. The Parting Glass

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RECENSIONE COLUMBUS “A HOT TAKE ON HEARTBREAK” (CD, 2018, UNFD, 2/5)


Quello dei Columbus è un pop punk molto più pop (chitarre un po’ troppo soft, tipo Blink 182) che punk, con qualche influenza Alt-Rock anni 90 (Weezer su tutti).
Un disco sicuramente piacevole, che tuttavia apprezzerei di più se anziché un intero album questi tre Australiani ci avessero presentato un EP, limitandosi alla opening track (“Don’t Know How To Act”, non a caso il primo singolo estratto dal disco), alla successiva “Care At All” (che mi ricorda i Descendents), a “Give Up” ed a “Cut It Out”.
Per fans di Descendents, Weezer e Blink 182.

(Riki Signorini)

I brani

  1. Don’t Know How To Act
  2. Care At All
  3. Worn Out This Week
  4. Feelin’ low
  5. Give Up
  6. Woke Up With a Heart Attack
  7. Piece Of Shit
  8. Cut It Out
  9. Difficult Conversations
  10. Feel This Way

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INTERVISTA A STEFANO BETTINI E GABRIELE BRAMANTE PER L’USCITA DI "CRONACHE DEL VIDEOTOPO” DEGLI I REFUSE IT!

È di questi giorni la notizia che, al termine di un percorso durato oltre un anno, finalmente Spittle Records ha fatto uscire il doppio LP retrospettivo “Cronache del Videotopo” che raccoglie pressoché tutta la discografia degli I Refuse It!, senza dubbio una delle più importanti e innovative band del movimento punk hardcore italiano (anche se definire hardcore gli I Refuse It! è qualcosa di quantomeno riduttivo).
Visto che essere anziani porta anche delle piacevoli conseguenze, io ho avuto l’onore di vedere gli IRI dal vivo, e di conoscere il loro frontman, l’eclettico e iperattivo Stefano Bettini, oggi noto come “Il Generale”, che oggi intervisto assieme a Gabriele Bramante, tra le altre cose fondatore di Wide Records, che ha curato la raccolta.

D: Stefano, dì la verità: come diavolo vi venne in mente, in un periodo in cui l’hardcore Italiano nasceva perlopiù su binari iperveloci e politicizzati, di tirar su una band che suonava come gli IRI? E a proposito, come suonavano gli IRI?

Stefano: Ah, mi stai chiedendo perché eravamo così diversi dagli altri gruppi hardcore, e forse addirittura diversi dall'HC? Beh, a parte che c'era una scelta precisa di non essere banali (non per dire che l'HC era banale - essenziale si però, … - ma che era banale farlo nel modo in cui più o meno lo facevano tutti …), ma, al di là di questo, il punto è che eravamo tutti con qualche anno in più rispetto alla maggioranza dei membri dei gruppi italiani (e anche stranieri se è per questo) …
Se tieni presente che era l'82, anche solo 3 o 4 anni facevano una notevole differenza (ad esempio una cosa è se nel '77 avevi 16/17 anni, un'altra se ne avevi 12/13 …) … oltre che di esperienze anche di gusti …
Io arrivai nel gruppo da ultimo, ma Sandro, Pino e Walter suonavano insieme già da un paio di anni o giù di lì … e oltre che dal punk (a dire il vero più quello di Germs o Dead Kennedys che l'hardcore) erano ispirati da tutta la new wave più radicale: Pop Group, Pere Ubu, PIL, Chrome, Fall, … tanto per fare alcuni nomi.
Anche dopo l'arrivo di Lapo e il mio, i riferimenti restavano più gruppi come Flipper o Meat Puppets
Mi ricordo che alle prove venivano scartati tutti i i giri e tutte le melodie che venivano bollate come “autoindulgenti”, mentre veniva più volte sottolineato come il risultato finale di un pezzo dovesse essere “teso e nervoso” …
A pensarci: “Chocu Umeret” fu una mia proposta, e rischiò di essere bocciato per via delle ragioni suddette, anche se poi diventò uno dei cavalli di battaglia …

D: Tutto questo avveniva nella vostra sala prove in Borgo Pinti, un punto di ritrovo per la scena del GDHC, con una intensa attività politica e di controinformazione. Ce ne puoi parlare?

Il punto è che si provava anche 4/5 volte la settimana e se una sera passavi e mancava qualcuno nascevano session con i presenti e miriadi di formazioni inedite. Alcune di queste anche se hanno suonato insieme solo 1 o due volte alle prove si sono pure date un nome... come i Mayonese Boys o i mitici Brood con Walter alla batteria che aveva messo il nome alla band ispirato da Cronenberg e, alla voce, a volte Syd dei CCM, a volte Picchio della Stazione Suicida, a volte nessuno … Di loro resta la registrazione di una strepitosa serata live al Discipline
Fai conto che oltre a noi cinque nella cantina di Borgo Pinti transitavano decine di individui/e, la maggior parte dei quali non vedeva l'ora di suonare qualcosa e la maggior parte dei quali, secondo i canoni, rientrava nelle categorie “strano” e “molto strano”. Ti poteva capitare di trovarti in una session tipo Slits del gruppo tutto femminile con Antonella alla batteria, o in una session delirante dei Rich Fish in Hand con Ninnì al sax e Bibo (che ci ha lasciati nel '92) che sproloquiava “avvenire atrofizzato … cosa c'era scritto sui rotocalchi?”
In questo panorama patafisico ancor prima che anarchico gli IRI erano la faccia strutturata …
La struttura consisteva in serate in cantina sul pezzo: musica tesa, nervosa e non autoindulgente.
Le cose cambiarono un po' dopo la famosa storia del muro (non mi va di riraccontarla qui, leggetevi “Lumi di punk” …) quando la presenza in cantina si espanse … e la cantina stessa divenne punto di riferimento non solo degli IRI e dei loro amici ma di tutti (o, almeno, parecchi) punk e punx di Firenze e dintorni (e anche di Pisa, Lucca, Poggibonsi, Livorno, ecc...)… Il tutto naturalmente sotto l'egida GDHC. Da lì partì anche la Belfagor, la fanzine Nuove dal Fronte, ecc ecc

D: Quanti concerti avete fatto?

Nonostante le innumerevoli prove e le serate aperte in cantina (pressoché sempre!) concerti propriamente detti se ne sono fatti relativamente pochi. A braccio non si arriva a 40 … forse a malapena a 30 …
Un po' per la solita attitudine di cui sopra (lì no perché sono degli stronzi, lì no perché fanno pagare troppo il biglietto, lì no perché sono di questo o di quello, alle feste de l'Unità ovviamente no)…
Le possibilità erano limitate anche perché poi s'era di quelli che alla parte tecnica ci tenevano … per cui leva da una parte tutti i locali fichetti, tutti i posti troppo del “sistema”, tutti quelli troppo new wave fiorentina da bere … e togli dall'altra tutti quei covi di punk tipo Tuwat (dove l'unica volta che s'è suonato ci hanno fatto trovare una batteria fatta con i fustini di Dash … per non dire delle amplificazioni ridicole …) privi di cose fondamentali per un concerto …
Le situazioni che restavano erano poche… e non è che s'aveva la puzza sotto il naso, ma le idee chiare si: “o come si dice noi o nada”...
Da un certo punto in poi ci fu il Victor Charlie … posto punk sì, ma dove la musica si sentiva di molto bene… 
Ma prima …. s'è suonato al Discipline, che in precedenza era stato il Banana Moon … e rimaneva un posto parecchio underground … s'è suonato il mitico “Last White Xmas” nella chiesa sconsacrata di San Zeno a Pisa … e poi di qua e di là … 
A Bologna un paio di volte organizzato dai Raf Punk (una volta senza tastiere per motivi tecnici con Lapo che sclerava …), persino all'Università di Roma ….
La seconda formazione ha fatto un tour inglese che dire sgangherato è poco… si ruppe il pulmino (a dirla così sembra una cosa che accade, in realtà si trattò di un'epopea fatta di spingere all'alba sotto la pioggia in una non ben precisata località del Galles questo pulmino arcaico che sembrava tirato fuori da un film del free cinema inglese con Vipera che chiedeva un pound per la birra e gli inglesi che sentenziavano che l'artista doveva arrivare sul luogo dell'esibizione a costo della propria vita senza un minimo di coscienza della realtà … risultato finale: scortati dalla polizia fino a prendere un carro attrezzi che ci riportasse a  Londra) … però penso che chi ha partecipato a quei pochi concerti rimase colpito … e anche positivamente ...

D: due band che per me erano molto legate agli IRI erano CCM e Putrid Fever. Quale delle due porteresti con te sulla fatidica isola deserta? E quale dei vostri dischi?

No dai, queste dinamiche “scegline uno anziché un altro” non mi garbano! A me piacerebbe casomai portare sull'isola il clima generale che c'era nel GDHC … ma sai bene che sono quelle cose che accadono segnano un periodo e non si ripetono.

D: i vostri dischi sono stati ristampati, agli inizi, da due etichette in qualche modo famose nella scena underground del tempo: Children Of The Revolution e Bad Compilation Tapes. Quale delle due ricordi meglio?

BCT la ricordo meglio per il semplice fatto che Chris, il “boss” della label, ha ospitato me e Giovanna vari giorni a casa sua a San Diego, e al ritorno dal Messico mi ha dato la medicina che mi ha fatto guarire dalla Montezuma Revenge dopo giorni che continuavo a digiunare, defecare e vomitare senza sosta … e con una specie di galla enorme in pieno petto dovuta a una super ustione solare … credo che Chris lo ricordi ancora!

D: Poi, improvviso, ci fu il passaggio al Ragga de Il Generale; perché?

Mica tanto all'improvviso… Lapo e Walter si staccarono dagli I Refuse it per suonare musica etnica e reggae … il disco che Ludus ha fatto per la Wide, “Village Criers”, si chiama come il gruppo che tirarono su con dei musicisti africani che stavano a Firenze, fra cui Smail Aissa Kouider, che in Algeria era una star del rai (Walter andò a suonare con lui ad Algeri e racconta di migliaia di persone), e con il quale nel '90 si suonava insieme dal vivo (il Generale e lui con quella che poi sarebbe stata la Ludus Dub Band ma che ancora si chiamava appunto Village Criers) …
Io cominciai a suonare alle prime dancehall artigianali nel 1985 ...era una “attività” parallela che poi prese il sopravvento dal punto di vista musicale quando gli IRI si sciolsero in maniera brutale e definitiva (ci sono vari pezzi inediti che avrebbero dovuto far parte di un nuovo disco, ma solo quello che c'è nel disco, “TeleUrna 9000”, è quasi ascoltabile, sebbene moooolto low fi!)

D: Tu ormai da anni ti muovi nel mondo Ragga; cosa conosci del mondo HC Punk? Hai ancora contatti?

Contatti recenti no, con quelli della vecchia scena si.
Legami indissolubili direi. 
E poi ho collaborato con Tax come Generale, ho recentemente pubblicato un libro (“Grande realtà immaginaria. Storie segrete dal multiverso dei comic”) per l'Agenzia X di Philopat, libro che ho presentato a volte insieme al Cecchi che presentava il suo “No More Pain” (qua la recensione).
Se vado a Torino vado di solito a dormire dal Bernelli (Silvio, ex di Declino e Indigesti, NdRiki), e ogni tanto scambio qualche messaggio facebook con Helena o altri della vecchia scena …
Per quanto ognuno abbia preso una sua strada c'è qualcosa che continua a unire chi ha fatto parte di quella scena … …

D: E della scena Ragga – Hip Hop - Rap cosa pensi? Io ad esempio amo gli Assalti Frontali, e li trovo la risposta rap al punk dei nostri tempi.

No, dai che palle! Sono anni che mi chiedono questa cosa. Sono arrivato alla conclusione che i generi in genere sono una stronzata. Il genere va bene quando c'è un movimento dietro (sia esso il flower power o il punk), ma ora c'è solo inquadramento senza movimento e il genere corrisponde a un
ghetto, più o meno …
Per questo di recente mi garbano sempre meno anche quelli che seguono il reggae e credono che sia la musica di chi si fa le canne ed è per questo alternativo …
L'underground purtroppo è finito, I movimenti pure … ma mi piacerebbe tanto che saltasse fuori qualcosa che mi smentisse ...

D: adesso un paio di domande per Gabriele. Visto che anche tu sei abbastanza vecchio da poter dire “io c’ero”, cosa ricordi di IRI?

Mi colpì l'originalità.
Il loro era hardcore punk evoluto, non mancavano riferimenti no wave e jazz, ma erano fondamentalmente originali e piuttosto fedeli allo spirito del tempo e del luogo da cui vennero fuori.
C'era quel male di vivere tipico della provincia, quell'angst di chi non vive nel conflitto metropolitano ma nondimeno sente il disagio dell'epoca. C'erano anche molta ironia e della sperimentazione linguistica nei testi, secondo me di gran spessore, di Stefano Bettini. 
Gli arrangiamenti erano eclettici e bizzarri, ma arrivano diretti. Dal vivo li vidi due o tre volte, mi piacquero sempre, pensavo fossero notevoli e, al tempo stesso, inafferrabili.
Per anni ascoltai la cassetta “Permanent Scar” a metà con i leggendari CCM.
Essendo arrivato all'hardcore dopo aver ascoltato e assorbito molte altre cose, gli I Refuse It!, mi davano l'impressione di essere tra i più completi esempi di come l'attitudine punk potesse sposarsi con un discorso artistico indipendente, non allineato.
Mi ricordavano sia l'articolata claustrofobia di Pere Ubu e Pop Group, sia la meravigliosa stagione della SST di Meat Puppets e Minutemen: ritrovavo quindi l'elemento art con l'urgenza hardcore.
Credo che riascoltati oggi questi brani non abbiano perso molta della linfa dell'epoca e questa è, al di là di tutto, prerogativa delle cose di qualità.

D: Gabriele, tu hai partecipato alla realizzazione di entrambe le raccolte dedicate agli IRI, questa e la “cronache del videotopo” curata nel 2005 dalla Wide Records e da me recensita qua. Perché
questo amore per la band fiorentina?

Oltre a piacermi molto per i motivi appena detti, sono legato ad alcuni membri della band da lunghi rapporti di amicizia e lavoro.
Nel 1988 con Sandro Favilli (bassista di I Refuse It!) fondai la Wide Records, che esordì producendo “Mind The Gap” e proseguì con i primi dischi de Il Generale (Stefano Bettini, voce di I Refuse It!). Aggiungiamo poi che all'epoca suonavo la batteria e partecipai ad alcune session in cantina con alcuni di loro.

D: Gabriele, cosa pensi delle due raccolte?

Entrambe le raccolte sono state da me curate e fortemente volute così come le potete vedere e ascoltare.
La versione in CD (uscita per Wide Records nel 2005) rispecchiava il medium leader dell'epoca e fu scelta deliberata azzerare molto del pregresso bagaglio grafico per creare una compilation quasi omni-comprensiva per la prima volta in CD recuperando, in una nuova veste, il gap dei dischi fuori catalogo da molti anni.
La nuova versione in doppio LP vuole riportare tutto a casa, ovvero creare l'opera omnia divisa in quattro capitoli, ognuno dei quali rappresentante i dischi originali, assemblata secondo un rigore filologico e arricchita da interessanti materiali extra. In questa versione tutte le grafiche originali sono state riprodotte, tutte le versioni dei brani mai pubblicati sono state riproposte in ordine cronologico. Ho trovato belle foto inedite che sono state assemblate nell'ottica di aggiungere con rispetto. È stato un lavoro piuttosto impegnativo che mi ha visto impegnato per quasi un anno, con molte difficoltà pratiche e limiti di budget. Mi pare che il risultato finale sia abbastanza vicino a quanto avevo sperato all'inizio del lavoro.

D: Stefano, torniamo a te. Oltre che di musica, tu sei famoso per un amore viscerale per i telefilm anni 70 (se non sbaglio) e per i fumetti. Hai anche scritto un libro di recente. Ce ne vuoi parlare?

Mmmh no ora no … Comunque il libro si chiama “Grande realtà immaginaria: storie segrete dal multiverso dei comic” … se siete curiosi dategli un occhio

D: Finiamo con una “domandona”. Se tu potessi tornare al 1982, cosa non rifaresti? E cosa rifaresti assolutamente nello stesso modo?

Se potessi andare indietro nel tempo preferirei andare in tempi in cui non sono mai stato …


Onestamente, come darti torto? Beh, Stefano e Gabriele, grazie della disponibilità e a presto!!!!

(Riki Signorini)

RECENSIONE KINA “IRREALE REALTÀ” (CD/LP, 2018, SPITTLE RECORDS, 5/5)

Continua grazie a Spittle Records l’operazione di recupero delle preziose testimonianze dei Kina.
Stavolta tocca a “Irreale Realtà”, il primo disco ufficiale per la band di Aosta, che vide la luce nel 1985.
In questo primo vero lavoro sulla lunga distanza nel quale i nostri ”Huskers from the mountains” (sul perché di questo soprannome leggete la nostra intervista QUA) ripresero (registrandoli di nuovo) alcuni pezzi già presentati nella demo “Nessuno Schema Nella Mia Vita” (della cui versione LP ci siamo già occupati QUA).
Un lavoro stupendo (e non potrebbe essere altrimenti per un disco che inizia con “Nessuno Schema”), nel quale si respira già a pieno quella che sarà la tipica atmosfera dei dischi dei Kina. Non solo frenetico Hardcore, dunque, ma anche, e soprattutto, cuore e melodia, malinconia e partecipazione (ascoltate “Nessun Fiore” per capire cosa voglio dire…)
Il tutto unito ad una consapevolezza politica notevole, che ha fatto dei Kina uno dei gruppi più longevi del primo punk Italiano, capace di non scendere mai a compromessi e di portare avanti la filosofia del DYI anche quando alcune band iniziavano a raggiungere accordi con le major, continuando a proporre nuova musica indipendente con Blu Bus, Circus Records e Wi Confondo (tanto che per me Sergio e C. ancora più che agli Husker Du dovrebbero essere paragonati alle icone del DYI di Oltreoceano, i Fugazi…).
La cosa curiosa è che quando ho riascoltato per la milionesima volta questo disco, ma per la prima volta nell’ottica di farne una recensione, ho notato cose che in passato non avevo mai notato, ovvero, la fortissima influenza della Torino Hardcore dei tempi su brani come “Farse”, “Riprendiamoci La Vita” e “Messaggi”, e quella altrettanto marcata dei Peggio Punx su “Senza Pensare
Concludo, se ce ne fosse bisogno, col dire che questo disco è un must. Probabilmente non il migliore del combo di Aosta, ma sicuramente degno del loro podio. La ristampa ci voleva proprio, e toglie finalmente questo disco dal mondo dei bootleg che arricchivano un mercato che poco ha a che fare con lo spirito D.I.Y. della band. Per questo plaudo all’iniziativa di Spittle Records che mette a disposizione di chi non c’era, e di chi c’era ma dormiva, un disco che è storia, una splendida storia.
Ed ora attendiamo “Cercando….”
(Riki Signorini)

I brani

LATO A
  1. Nessuno schema
  2. Farse
  3. A chi tocca
  4. Robot
  5. Non smetterò mai
  6. Senza pensare
  7. Vietato 

LATO B
  1. Correre cercare piangere
  2. Riprendiamoci la vita
  3. Messaggi
  4. Nessun fiore
  5. Il mio dolore
  6. Bagliore accecante
  7. Solo pensieri
  8. Vivere odio 

I contatti



RECENSIONE KINA “NESSUNO SCHEMA NELLA MIA VITA” (CD/LP, 2018, SPITTLE RECORDS, 5/5)


Da sempre considero i Kina un gruppo fenomenale, fondamentale per la scena Hardcore se non mondiale almeno Europea (anche se, almeno ai tempi d’oro dell’Italian HC, non era affatto raro leggere su MRR recensioni in cui si usavano gli Aostani come metro di paragone musicale).
Nei Kina mi sono imbattuto per la prima volta al Victor Charlie di Pisa poco dopo l’uscita della loro prima cassetta, “Nessuno schema nella mia vita!”, e da allora mi hanno accompagnato praticamente per due terzi della mia esistenza.
E proprio di quella cassettina, pubblicata nel lontano 1984, e successivamente riproposta come LP nel 92, si parla qua oggi.
Undici brani di puro Hardcore, con testi politicizzati ma mai banali né tantomeno scontati, già influenzati da quel tocco di poesia che poi diventerà il marchio di fabbrica della band di Aosta.
Undici tracce che già lasciano capire quello che sarebbero diventati i Kina di lì a poco, partendo dal loro album più accaci (e in particolare molto legato alla Torino Hardcore del tempo).
Undici pezzi nei quali Sergio Milani (drums), Alberto Ventrella (guitar) e Giampiero Capra (bass) gettano le basi del loro successivo primo vero album, “Irreale Realtà”.
Undici canzoni che sono una delle ragioni per cui da sempre amo il punk e l’hardcore, e che non mi sono mai stufato di ascoltare in tutti questi anni, e che anzi consiglio a tutti coloro che credono nella musica alternativa e nell’importanza dell’Underground.
Perché questo disco è un caposaldo di quella storia, ed è bello sapere che grazie a Spittle tornerà ad essere facilmente fruibile anche a chi non ha potuto vivere quella storia in diretta.

(Riki Signorini)

PS: uno dei motivi per cui adoro i Kina? La splendida copertina, di Magi, la cura per i dettagli, e testi come questo, di “Nessuno Schema”….

Nessuno schema nella mia vita, nessuno schema
Odio profondo, ostilità infinita, nessuno schema
Non sono un automa, non avrete anche me
Vivere senza autorità è possibile
Sono le regole ad uccidere la mente
La ribellione al potere è giusta
Mi rende ciò che mi è stato rubato
Distruggiamo il senso del dovere
Solo allora potremo volare
Ucciso dal vostro denaro
Uccisi dal vostro potere
Ucciso dalla vostra morale
Ucciso perché la libertà è solo un’idea...
...e dal mio odio per voi

Ora non possiamo che disobbedire
É l’unica arma che possiamo usare

I brani
A1 Bagliore Accecante
A2 Solo Pensieri
A3 Messaggi
A4 Teleimmissione
A5 Vivere Odio
A6 L’Alba
B1 Vita Sprecata
B2 Nessuno Schema
B3 Basta
B4 Il Mio Dolore
B5 Senza Pensare

I contatti



RECENSIONE DURACEL “SUPERMARKET” (CD, 2018, INDIEBOX MUSIC, 3/5)


Tornano Duracel, a 4 anni di distanza dal loro ultimo disco "L'ora d'aria". Ed il nuovo “Supermarket” è ancora una volta un disco “alla Duracel”, nel senso che il modo di suonare dei veneziani è un po' il loro marchio di fabbrica così come la voce di Zamu (da anni ormai anche bassista dei Derozer), e loro suonano così ormai da qualche lustro. Per cui, per farla breve, direi semplicemente “prendere o lasciare”.
Se vi piacciono, e probabilmente vi sono sempre piaciuti, allora sappiate che questo “Supermarket” è forse uno dei loro dischi più riusciti.
Altrimenti passate oltre.
D’altra parte lo dicono subito nella opening track (“Come Una Volta”) che non sono cambiati, e lo confermano per tutti i dodici pezzi del disco.
E, così come una volta, anche nel 2018 i Duracel fanno punk-rock tirato al limite dell’Hardcore melodico, con cori che intrigano ma testi che non lasciano il segno, essendo troppo adolescenziali a dispetto dell'età ormai avanzata di chi li propone.
Mi piace molto “Mi Licenzio”, veloce e tirata come si addice a un gruppo hardcore, così come tirata e piacevole è anche “Supermarket”, la canzone che dà il titolo all'album.
Per il resto gran melodie supportate da un buon tappeto sonoro, che restano subito in testa.

(Riki Signorini)

I brani

01. Come una volta
02. Olanda
03. Nessuno è mai uscito vivo da Italia '90
04. Tattoo
05. Ritornare a casa
06. Mi licenzio
07. La mia vita è uno shot
08. Supermarket
09. La scena
10. Fantasmi
11. Uccidimi adesso
12. Specchio - riflesso

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