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RECENSIONE BLOODY RIOT “RIVOLTIAMO” (LP, 2026, HELLNATION + AREA PIRATA, 4/5)

Anno importante il 2026 per i Bloody Riot. Prima gli Assalti Frontali hanno reso loro omaggio campionando “Naja de Merda” e trasformandola nella rap “Guerra di Merda”, riportando all'attenzione di un pubblico diverso uno dei manifesti dell'hardcore italiano. Poi è arrivato “Rivoltiamo”, il primo album di inediti dopo oltre quarant'anni. Una coincidenza? Forse. Un segnale? Probabilmente sì.

Per chi, come me, è cresciuto musicalmente negli anni Ottanta, i Bloody Riot non sono mai stati semplicemente una band. Erano un modo di stare al mondo, ed hanno rappresentato una delle voci più autentiche e credibili dell'underground italiano, che sputava rabbia contro il conformismo, contro le istituzioni borghesi, contro il potere in ogni sua forma. Non cercavano consenso. Cercavano verità. E quella verità, spesso scomoda, arrivava come un pugno nello stomaco.

Per questo motivo aspettavo “Rivoltiamo” con curiosità ma anche con una certa diffidenza. Le reunion sono spesso operazioni nostalgiche. Si torna insieme per celebrare un passato irripetibile, si ripropongono vecchi classici e si vive di ricordi. I Bloody Riot, invece, scelgono una strada completamente diversa. Questo disco nasce dall'urgenza di confrontarsi con il presente. Non prova a ricostruire il 1983. Cerca di raccontare il 2026 con gli stessi occhi di allora. Ed è proprio questa la sua forza.

La storia della rinascita della band è quasi casuale. Un ritrovo al funerale di Roberta Pagnini, la proposta di un festival, i concerti tornati uno dopo l'altro e la consapevolezza che limitarsi a suonare il vecchio repertorio non sarebbe bastato. Da lì la necessità di scrivere nuove canzoni, capaci di parlare dell'oggi mantenendo intatta l'attitudine di sempre.

L'assenza di Roberto Perciballi si sente. Sarebbe impossibile il contrario. La sua voce era parte integrante dell'identità dei Bloody Riot e rappresentava qualcosa di irripetibile. Oggi il microfono passa a Valerio Lazzaretti e Simone Lucciola, entrambi già coinvolti nel tributo dedicato a Perciballi. Perdono inevitabilmente il confronto soltanto perché nella nostra memoria continua a risuonare quella voce originale. Se li si ascolta senza questo peso sulle spalle, la loro prova è tutt'altro che secondaria. Riescono a trasmettere rabbia, convinzione e credibilità senza trasformarsi in imitatori. È probabilmente il miglior complimento che si possa fare.

Musicalmente siamo davanti a una band molto diversa da quella degli anni Ottanta. Più matura, più precisa, con una qualità sonora infinitamente superiore. Ma attenzione a non confondere la pulizia della produzione con un ammorbidimento del messaggio. Qui non c'è nulla di addomesticato. Il suono resta feroce, compatto, devastante. Rimane il marchio di fabbrica "Ardecore de Roma", ma con una solidità compositiva e tecnica che rende ogni brano ancora più efficace. Come ha scritto qualcuno in una recensione che condivido quasi totalmente, i Bloody Riot mettono insieme dieci brani fedeli al proprio stile schietto, sguaiato e spietato, sostenuti da un bel muro di suono e nati dall'urgenza di confrontarsi con il presente, senza cadere nella trappola della nostalgia.

Dal punto di vista dei contenuti non fanno un solo passo indietro. “Dichiarato Morto” affronta il caso di Alfredo Cospito e il regime del 41 bis. “Manganello” trasforma lo sfollagente nella perfetta metafora della repressione. “Radio Maria” è un atto d'accusa contro un'influenza culturale ritenuta pervasiva, mentre “Patriottista Patriota” prende di mira nazionalismo, ignoranza e manipolazione dell'informazione. Temi scomodi, affrontati senza il minimo tentativo di renderli più digeribili, esattamente come quarant'anni fa.

Merita una citazione particolare “Cuore Bugiardo”, rilettura della vecchia “Bitch”, con la volontà di rimettere mano a un testo che oggi gli stessi Bloody Riot giudicano superficiale e inadeguato, perché si può restare radicali senza rinunciare all'autocritica.

Commovente è anche “Parole al Veleno”, dedicata proprio a Roberto Perciballi. È impossibile ascoltarla senza pensare a quanto la sua presenza continui a permeare questo disco. Allo stesso modo “Ultima Chiamata”, dedicata a Massimo Lala dei Last Call, affronta il tema del suicidio con una lucidità e una delicatezza che sorprendono, senza rinunciare alla critica sociale che attraversa tutto l'album.

Per finire, “Rivoltiamo” non cerca mai di dimostrare di essere ancora rilevante. Lo è e basta. Non perché ripropone una fotografia degli anni Ottanta, ma perché dimostra che molte delle ragioni che fecero nascere il punk hardcore italiano sono ancora davanti ai nostri occhi. Cambiano i protagonisti, cambiano gli strumenti del potere, cambia il linguaggio, ma repressione, abuso, manipolazione e disuguaglianze continuano a esistere.

È forse questo il vero paradosso del disco. Avrei preferito ascoltare queste canzoni pensando che fossero il racconto di un passato lontano. Invece parlano del presente. E fanno male proprio per questo. E ci ricordano che c'è ancora molto contro cui vale la pena urlare.

(Riki Signorini)

I brani 

1.    Dichiarato Morto

2.    Manganello

3.    Radio Maria

4.    Cuore Bugiardo

5.    Parole al Veleno

6.    Annusa Abusa

7.    Patriottista Patriota

8.    Evaporato

9.    The Noise

10. Ultima Chiamata

I contatti

areapiratarec.bandcamp.com/album/rivoltiamo

Area Pirata Records

Robertò Hellnation

RECENSIONE SERIE TV “ROTTE INDIPENDENTI” (2016, SONNE FILM, 5/5)

Rotte Indipendenti è un viaggio in quattro puntate attraverso trentacinque anni di musica indipendente Italiana.
Quattro puntate, realizzate per Sky Arte, in cui la Sonne Film di Giangiacomo De Stefano ci racconta di quello che è accaduto, ed accade, a Bologna, Milano, Torino e Roma.
Le quattro città vengono raccontate attraverso immagini d’archivio, interviste ai protagonisti, riprese dal vivo e testimonianze di giornalisti ed addetti ai lavori, il tutto raccordato dalla voce narrante di Lara Rongoni.
La prima puntata, quella dedicata alla città del regista, è quella che preferisco, perché si capisce quanto Giangiacomo ne sia coinvolto e la ami.
Spazio quindi a Skiantos, Disciplinatha, Nabat ed Isola nel Kantiere, ma anche Massimo Volume e Lo Stato Sociale, passando per la scena hip hop dei Sangue Misto.
Ben fatte, ma meno coinvolgenti, le puntate dedicate a Milano (dove si parla di Casino Royale, Ritmo Tribale,
Afterhours, Marta sui Tubi, Scisma, Cristina Donà fino ad arrivare ad oggi con i Calibro 35) e a Torino (con focus su Negazione, Africa Unite e Madaski, fino ai Subsonica, e, con una discreta licenza geografica, Raw Power, anche se questa puntata la ho soprattutto apprezzata perché mi ha fatto conoscere il rapper Willy Peyote)
Infine ritorno ai massimi livelli nell’ultima puntata, quella dedicata alla capitale ed alle sue molteplici scene, con Militant A (Assalti Frontali) che ci racconta del quartiere San Lorenzo e di Radio Onda Rossa, Paolo Petralia e l’Oi! dei Colonna Infame, i Growing Concern e il Piotta, le posse, l’hardcore e la loro curiosa commistione capitolina, passando per (e come poteva essere altrimenti) Banda Bassotti, Gridalo Forte Records, Roberto Gagliardi e Bande Bonnot/Hellnation.
E se tutto questo vi ha incuriosito, intanto godetevi il Trailer




Su Youtube, poi, troverete certamente tutte le puntate

Intervista ai Cosa Nostra

Dopo avere recensito il CD qua, ed avere avuto modo di intervistarlo in radio (qua), è adesso la volta di una intervista tutta nostra a Giangiacomo De Stefano, una delle voci dei Bolognesi Cosa Nostra. Dunque bando alle ciance e via all’intervista…

1. Ciao. Incominciamo con un po’ di storia: chi sono, e cosa sono, i Cosa Nostra? Voglio dire, quali storie si celano dietro le vostre maschere, e per quale motivo avete deciso di intraprendere proprio la strada del tributo?

La parola tributo mi fa spavento. Cosa Nostra è un progetto nato all'inizio degli anni 2000 da amici che all'epoca si dividevano tra gruppi come Summer league e Sumo, più un paio di altri che prima non avevano mai suonato in una band. Registrammo “Nichilistaggio” dei Nabat per una compilation edita da Rumble Fish, poi, dopo qualche concerto, decidemmo di smettere.
Cosa Nostra non la vedo come una tribute band. E' piuttosto un dar nuova vita a pezzi storici di grandi band che a noi sono sempre piaciuti e che ancora oggi hanno una carica impressionante. Tra le altre cose abbiamo anche un paio di brani nostri.

2. So che non ami molto le reunion, ma sembra che questo sia il trend del momento. Dai Poison Idea agli Indigesti, dai Dag Nasty ai Negative Approach e via dicendo, cosa pensi di questo fenomeno? Possibile che non ci sia nulla di valido nato dopo il 90?

Sicuro la musica estrema, per usare una citazione che viene dalla politica, ha terminato la sua spinta propulsiva e oggi molte persone tendono ad ascoltare più gruppi storici che le novità, le quali va sottolineato, almeno come ricambio generazionale, non sono poche. Se devo dirtela tutta, per certi versi molte cose sono anche migliorate. Penso ad un evento come Venezia Hardcore che, in una situazione completamente autogestita e all'interno di un centro sociale, è qualcosa di mai visto prima in Italia dal punto di vista della partecipazione e della qualità dell'iniziativa.
Mancano forse delle novità a livello di suono e immagine, dato che un po' tutta la musica è ferma a generi ormai vecchi. Se dovessi fare un confronto con la mia esperienza, potrei dirti che a partire dai miei 14 anni ho avuto la fortuna di vedere e vivere in tempo reale cose musicalmente inedite: il thrash metal quando uscivano dischi come “Master of puppets”, “Reign in blood” e “Among the living”, l'esplosione di generi come il crossover(parlo della seconda metà degli anni 80), del rap e poi del rap italiano, la nascita del grind e del death metal, la rinascita dell'hardcore italiano e l'arrivo dello straight edge come forza trainante della scena e mille altre situazioni che quando sono venute fuori erano novità assolute.
Sulle reunion? Boh, non mi fanno impazzire, poi però vado a vederli i gruppi che si riformano. C'è da dire che spesso queste bands, tranne alcune eccezioni, sono una specie di proiezione pallida di ciò che erano nel passato. Nella musica rock e non solo l'hardcore punk, conta anche la fisicità e una certa età chiaramente non aiuta.

3. Sei reduce da un gran weekend in terra Tedesca. Hai visto qualche
concerto?

Sono stato a Berlino qualche giorno per ricaricare le pile prima di un mese infernale a livello lavorativo.
Come puoi immaginare a Berlino c'è l'imbarazzo della scelta praticamente ogni sera. In quei giorni ho visto Youth of Today e Dag Nasty grazie a Walter Schreifels (Gorilla Biscuits/Quicksand/Youth of today) che mi ha fatto entrare nonostante fosse sold out da tempo.
Devo dirti che gli YOT hanno tirato giù il SO36. Il primo maggio invece non ho visto i tradizionali concerti all'aperto che si svolgono davanti a Core tex, ma la sera sono tornato al SO36 per BURN e Terror. I BURN sono uno dei miei gruppi preferiti e i Terror nonostante siano distanti attitudinalmente da quello che per me è l'hardcore, sono dei maestri nel loro genere.

4. Con le tue precedenti band hai avuto modo di vedere molti shows e locali. Di sicuro avrai un sacco di ricordi. Qualcuno da condividere con i lettori?

Credo che tutti quelli che nel passato hanno intrapreso un tour fuori dei grandi circuiti, possono raccontarti tonnellate di storie divertenti. A me anche sono capitate stranezze: con gli Ageing con i quali andai a Stoccarda per un festival, dopo una serie di situazioni rocambolesche che sfiorarono la rissa con gli organizzatori, ci trovammo alla fine nella condizione di non suonare e tornare a casa con il solo rimborso. Altre situazioni, sempre all'estero, questa volta con i Summer League durante un tour del 2004, nel quale ad un certo punto sul palco, durante un concerto a Lipsia, fummo inondati da una cascata ininterrotta di acqua causata da una tubatura rotta da uno dei presenti che, preso dalla foga, aveva distrutto tutto ciò che trovava davanti a sé.
Un tour mette alla prova l'amicizia e la tenuta di un gruppo. Aggiungo che avendone fatti decine all'estero, mi sento di dire che tour di un certo tipo li puoi affrontare solo se sei giovane e motivato. Se adesso mi dicessero di fare 15 giorni in giro su un furgone declinerei l'invito. Non c'ho l'età!!

5. Se tu potessi tornare indietro nel tempo, a quale dei gruppi in cui hai suonato vorresti dedicare qualche sforzo in più per cercare di tenerlo in vita e proseguire quella avventura?

Sono molto drastico quando parlo di musica. Bisogna capire quando è il momento di smettere. Forse avrei continuato con i Summer League che musicalmente seguivano un percorso che mescolava hc old school, melodia e suoni moderni. Devo dire però che va bene così. Purtroppo quando si suona si tende a non capire che arriva sempre il momento di smettere. Chiaramente ci sono mille eccezioni, ma pensa che bel ricordo avremmo dei Metallica se si fossero fermati a “Master of puppets”. I Minor Threat ad esempio, sono una leggenda e rimarranno tali perché si sono fermati in tempo.
Ci tengo a dire che tutti i gruppi nei quali ho militato erano fortemente ancorati all'idea di indipendenza e di essere underground. Ho sempre visto quello che facevo come un piacere e mai come un possibile business.
La musica è stata una passione che definirei pura che nel mio caso non è mai diventata routine. Provo pena per quei gruppi che continuano a ripetere la loro formula fatta di concerti, sala prove e magari pure qualche piccolo tour nella quale però la parabola non è più ascendente, ma se va bene piatta e costante.

6. La gestazione di questo “Cani Sciolti” è stata lunga e travagliata. Già qualche anno fa Steno dei Nabat mi parlava in termini entusiastici di questo progetto, che all’epoca avrebbe voluto produrre lui. Perché tempi così lunghi, e perché poi non è stato il cantante dei Nabat a produrlo?

Nel 2013 ci eravamo riformati per fare qualche concerto e produrre un lp composto da brani nostri e cover di band anni 80, non solo i Nabat.
Poi per tante ragioni ci siamo fermati e non abbiamo più realizzato quel disco che vedeva Steno come principale produttore.
“Cani sciolti” è una cosa diversa. Steno inizialmente e forse durante tutta la gestazione è stato sempre un po' perplesso. Adesso credo che anche lui sia soddisfatto del risultato.

7. Dopo anni di assenza dai palchi, sembra tornato il momento dei live shows. Così, dopo BOLOGNA BRUCIA- Live In Pompei (DOMENICA 8 MAGGIO) sarà la volta del Distruggi La Bassa Fest 2016, nella serata del 15 Luglio assieme ad Adolescents e Weirdos. Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro live set? Solo Nabat o cos’altro?

Assolutamente no. Suoneremo i pezzi del disco, ma oltre a qualche brano nostro, anche pezzi di Indigesti, Negazione e Nerorgasmo.
Voglio aggiungere per spiegare che non siamo la cover band dei Nabat, che sulla compilation “Still pounding in” uscita per Assurd, siamo presenti con “Nato per essere veloce” dei Crash Box.

8. Perché proprio i Nabat? Voglio dire, dal momento che dal vivo omaggiate molti gruppi degli anni 80, perché un intero LP dedicato a loro, e non magari un album con cover di vari gruppi?

I Nabat sono una band incredibile. Non sono il mio gruppo preferito, ma quando suoni quei brani capisci quanto sono trascinanti e li senti come tuoi. Forse per quello sono coverizzati da tanti.
Credo che gli originali siano già perfetti e nonostante le registrazioni, suonino ancora pesanti. Noi volevamo però renderli attuali e tirare fuori alcuni elementi
che per noi erano inespressi e che suonati da un gruppo hardcore avrebbero reso ancora di più. Mi permetto di dire che gli stessi Nabat si sono rifatti alla nostra versione di “Nichilistaggio”.

9. E visto che avete scelto i Nabat, perché non avete messo su “Asociale Oi”? Secondo me è il brano più Hardcore della band di Steno (non a caso lo hanno coverizzato i Cripple Bastards) e ben si sarebbe prestato alle vostre cure…

Perché l'hanno già fatta bene i Cripple Bastards. Cosa avremmo aggiunto noi?

10. Nella tua playlist durante l’intervista a FERA hai messo anche gli Isola Posse All Stars, una posse storica della scena Bolognese e non solo. Perché questa scelta? Segui ancora il Rap?

In autunno sono andato al cinema a vedere “Straight outta Compton”, il film sugli N.W.A. All'uscita dal cinema mi sentivo esperto di hip hop solo perché Ice Cube, Dr. Dre e co. al tempo degli N.W.A., li ho ascoltati tantissimo. Il problema è che tranne qualche eccezione tipo i classici Beastie Boys, Common, Assalti frontali, Everlast e pochi altri, non so molto del rap degli ultimi 25 anni. L'altro giorno raccontavo ad uno storico esponente del rap italiano, Lugi, che nei primissimi anni novanta ho avuto modo di vedere un bel po' di concerti hip hop, su tutti i 3dBASS. Poi forse per una distanza attitudinale mi sono allontanato dal genere.
Al tempo del disco dei Cosa nostra che voleva produrre Steno, ragionavamo anche su una rivisitazione hardcore di “Stop al panico” di Isola Posse.
Un brano che nel 1991 ho consumato. L'Isola nel Kantiere è un pezzo della mia formazione. Sono alcuni dei miei cattivi maestri.

11. Giangiacomo, tu oltre che di musica ti occupi anche di video. Perché non ci parli un po’ anche di questa attività?

Ho una casa di produzione che si chiama Sonne film. E' l'attività che oltre al mio essere padre, prende la quasi totalità delle mie forze e del mio impegno. E' una società nata per realizzare i miei documentari e nel tempo, dopo aver prodotto non solo documentari ma anche serie per la televisione, mi vede sia come autore di miei progetti, ma anche e soprattutto produttore di film di altri registi .
Nonostante le difficoltà, posso dire di fare ciò che mi piace nella vita. Tra poco ad esempio andrà in onda su SKY una serie di quattro episodi sulla musica
indipendente in Italia.

12. Inoltre, so che stai lavorando ad un libro sull’hardcore. Puoi anticiparci qualcosa?


Sto lavorando ad un libro con Andrea Ferraris, al tempo chitarrista dei Burning Defeat, uno dei migliori gruppi hardcore italiani. Non ti anticipo nulla perché su tre capitoli previsti, siamo solo all'inizio del secondo. Troppo presto per dare anticipazioni.


Grazie mille Giangiacomo e a presto, sopra o sotto un palco