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RECENSIONE LIBRO “DISTORSIONI SUONI E TRACCE” (GIANPIERO CAPRA, EDIZIONI MALAMENTE, 2026, 5/5)

Chi mi conosce sa la stima, il rispetto e l’ammirazione che ho per i Kina, la seminale band valdostana che, oltre a portare altissima la bandiera dell’hardcore italiano, ha incarnato in modo forse irripetibile anche lo spirito DIY attraverso Blu Bus Records e Circus Records.

Una di quelle realtà che chiunque ritenga di conoscere anche solo superficialmente la storia della musica alternativa italiana dovrebbe aver incontrato, e che, in caso contrario, meriterebbe di essere recuperata al più presto.

Fatta questa doverosa premessa, mi trovo oggi a scrivere di “Distorsioni, suoni e tracce” di Gianpiero Capra, pubblicato da Malamente, che potrebbe anche essere l’occasione giusta per correre ai ripari.

Gianpiero, per chi non lo sapesse, era il bassista dei Kina, ma ridurlo a questo sarebbe ingeneroso.

E questo libro è in realtà una sorta di archivio vivo, una raccolta di scritti che attraversano più di trent’anni, tra column, articoli e interviste. Materiale originariamente pubblicato tra il 1992 e il 1998 su riviste come Flash!, Dynamo, Urlo, fino a contributi più recenti per Soda Pop, Punkadeka e Nunatak.

E sì, con una certa emozione personale, devo dire che mi fa piacere ritrovarmi citato nell’introduzione. Il classico “ce lo dico a mio cugino” (cit.) che fa sorridere, ma che riporta anche a un’epoca in cui certe cose nascevano davvero da scambi diretti, quasi artigianali. Se poi devo essere onesto fino in fondo, una parte del merito di quell’epoca va anche al nostro burbero direttore Klaus Byron e alla libertà, spesso conquistata tra litigi, che dava a me e a Heintz su Flash.

C’è una frase di Gianpiero che, più di altre, sintetizza il senso dell’operazione:

Quando arrivi a 60 anni e capisci che è più la vita che sta dietro di te rispetto a quella che ti aspetta allora inizi a capire che la cosa migliore che puoi fare è essere il miglior antenato possibile per chi arriverà.”

Una frase che spiazza per semplicità e profondità. Perché, in fondo, è proprio questo il punto: cosa lasci e come lo lasci.

In questo senso si inserisce anche il contributo collettivo al libro, che raccoglie voci, ricordi, foto, testi e playlist di una quindicina di amici e compagni di strada. Un mosaico che non è nostalgia sterile, ma stratificazione di esperienze e continuità. Come scrive Andrea Valenti, la voce dei Kina ha piantato semi importanti, non solo musicali ma anche culturali e intellettuali.

Rileggere oggi questi testi, molti dei quali avevo già letto all’epoca, è stato sorprendentemente naturale.

E proprio nell’introduzione Gianpiero scrive:

Nelle storie che raccontavo 30 anni fa c’era già descritto il presente. L’ascesa dei fasci, la finanza che ammazza la gente per salvare sé stessa, lo spauracchio della guerra come momento necessario per affrontare le crisi senza dover cambiare nulla. Quello che viviamo oggi si capiva già allora.”

Una frase che colpisce perché non suona come una profezia, ma come una constatazione lucida, quasi disarmante.

Tra le colonne che più mi hanno colpito ci sono quella del giugno ’95 su Dynamo, quasi un inno alla possibilità di essere felici dentro una scena che spesso si prendeva troppo sul serio, quella del dicembre ’95 che fotografa bene l’inizio di un certo irrigidimento e declino dell’hardcore italiano, sempre più chiuso e autoreferenziale, e la riflessione dell’aprile ’96 su Urlo, dove Gianpiero si interroga sul perché negli Stati Uniti le cose sembrassero funzionare diversamente: un ecosistema più ampio, una cultura musicale più diffusa, meno integralismo e meno idea che vivere di musica fosse un peccato capitale.

“Distorsioni, suoni e tracce” non è quindi solo un libro di memorie o un’operazione nostalgia. È piuttosto un archivio vivo, un modo per rimettere in circolo idee, contraddizioni e visioni che, a distanza di decenni, continuano a parlare anche al presente. E forse è proprio questo il suo valore più forte: non raccontare solo ciò che è stato, ma suggerire che molte delle cose che viviamo oggi erano già leggibili allora, se solo si aveva la pazienza di guardare davvero.

 


(Riki Signorini)

 

I contatti

 

https://edizionimalamente.it/

https://www.facebook.com/malamente.red/?locale=it_IT

https://www.facebook.com/profile.php?id=100054792773447&locale=it_IT

RECENSIONE OERATION IVY “ENERGY” (LP-CD, 1989, LOOKOUT RECORDS, 5/5)

Uscito il 28 maggio 1989, Energy è l’unico album degli Operation Ivy, una band che ha avuto una vita brevissima, tra il 1987 e il 1989, ma un impatto decisamente superiore alla sua durata.

Questo disco, Energy, è considerato da molti uno dei lavori fondamentali nella storia del punk e, in particolare, nella definizione dello ska punk moderno. In poco più di mezz’ora, gli Operation Ivy condensano energia pura, velocità, melodie immediate e un’attitudine profondamente DIY, contribuendo a plasmare un linguaggio musicale che influenzerà intere generazioni di band successive.

L’album fu registrato poco prima dello scioglimento del gruppo, avvenuto subito dopo un ultimo concerto tenuto al leggendario 924 Gilman Street, luogo simbolo attorno al quale era nata e si era sviluppata la vivacissima scena punk della East Bay. Quel contesto non è solo uno sfondo, ma parte integrante dell’identità della band e del suono che esprime.

La prima edizione di Energy uscì su LP e musicassetta per la Lookout! Records: conteneva 19 tracce e rappresentava perfettamente lo spirito grezzo e diretto della band. Il disco venne stampato esclusivamente su vinile nero, mentre la cassetta fu pubblicata in versione bianca, due oggetti oggi diventati quasi iconici per chi conosce quella stagione musicale.

Tra i brani dell’LP originale, alcuni si elevano in modo particolare per impatto e intensità: "Sound System", "One Of These Days" e "Freeze Up" rappresentano forse al meglio l’equilibrio tra aggressività punk e dinamica ska che definisce l’identità del disco, condensando in pochi minuti l’urgenza espressiva della band.

La successiva versione in CD, pubblicata originariamente nel 1991 sempre da Lookout! Records come raccolta estesa, porta il totale a 27 tracce. Questa edizione unisce le 19 canzoni del vinile originale ai brani dell’EP di debutto “Hectic” e ad altri pezzi comparsi solo su compilation, offrendo così una visione più completa del percorso iniziale del gruppo. Tra questi brani aggiuntivi spiccano "Junkie’s Running Dry" e "Yellin’ in My Ear", che ampliano ulteriormente lo spettro sonoro del progetto senza tradirne lo spirito originario.

Energy non è soltanto un album: è un manifesto. La sua urgenza espressiva, la fusione tra punk e ska e la sua immediatezza lo rendono ancora oggi sorprendentemente attuale. È un lavoro che ha contribuito a ridefinire gli scenari della musica alternativa, dimostrando che si può essere incisivi, politici e viscerali senza compromessi.

Personalmente, lo considero uno dei dischi più importanti mai pubblicati in ambito punk. È stato e continua a essere una fonte di ispirazione costante, un riferimento fisso che da anni non manca mai nella mia rotazione d’ascolto.

(Riki Signorini)

I brani

Lp – Cassetta

Lato A

1.   Knowledge

2.   Sound System

3.   Jaded

4.   Take Warning

5.   The Crowd

6.   Bombshell

7.   Unity

8.   Vulnerability

9.   Bankshot

10.   One of These Days (Cover Nancy Sinatra)

Lato B

11.   Gonna Find You

12.   Bad Town

13.   Smiling

14.   Caution

15.   Freeze Up

16.   Artificial Life

17.   Room Without a Window

18.   Big City

19.   Missionary

CD

Tracce originali di "Energy"

1.   Knowledge

2.   Sound System

3.   Jaded

4.   Take Warning

5.   The Crowd

6.   Bombshell

7.   Unity

8.   Vulnerability

9.   Bankshot

10.   One of These Days

11.   Gonna Find You

12.   Bad Town

13.   Smiling

14.   Caution

15.   Freeze Up

16.   Artificial Life

17.   Room Without a Window

18.   Big City

19.   Missionary

Tracce Bonus (dall'EP “Hectic” del 1988 e dalle compilation “Turn It Around!” e “Thing That Move”):

20. Junkie's Runnin' Dry

21. Here We Go Again

22. Hoboken

23. Yellin' in My Ear

24. Sleep Long

25. Healthy Body

26. Officer

27. I Got No



RECENSIONE RAMONES “RAMONES” (LP, 1976, SIRE RECORDS, 5/5)

A pochi giorni dal cinquantesimo anniversario di “Ramones”, uscito il 23 aprile 1976, è inevitabile fermarsi un attimo e chiedersi cosa resti davvero di quel disco che, in meno di mezz’ora, ha cambiato per sempre la storia della musica.

Io, ovviamente, non c’ero nel 1976. Non ho vissuto l’urto iniziale, quel momento in cui quattro ragazzi del Queens salirono su un palco e riscrissero le regole. Ci sono arrivato qualche anno dopo, ma abbastanza presto da farmi travolgere comunque in pieno.

E da subito non ho avuto dubbi: tra i Sex Pistols e i Ramones, ho scelto i “fratellini” newyorkesi. Meno nichilisti, meno costruiti, forse meno “pericolosi” nell’immaginario… ma infinitamente più diretti, più sinceri, più miei. Le loro Converse contro gli anfibi londinesi: non è mai stata solo una questione estetica.

Dentro questo disco c’è già tutto. C’è l’attacco immortale di “Blitzkrieg Bop”, che ancora oggi è un manifesto più che una canzone. C’è l’ironia disturbante di “Beat on the Brat”, la velocità nervosa di “Judy Is a Punk”, la dolcezza inattesa di “I Wanna Be Your Boyfriend”. E poi ci sono schegge come “Now I Wanna Sniff Some Glue” o “I Don’t Wanna Go Down to the Basement”, che in poco più di un minuto riescono a dire più di interi album di altri.

Non è solo una questione di brani iconici. È la grammatica che cambia: pezzi corti, tre accordi, niente assoli inutili, zero compromessi. Una formula talmente semplice da sembrare banale, e invece rivoluzionaria. Sono 14 brani in circa 29 minuti, praticamente il manifesto perfetto del “less is more” punk.

E poi c’è “53rd & 3rd”, che rompe la superficie e lascia intravedere qualcosa di più oscuro, più reale. Come a dire: sotto quella velocità c’è anche un mondo storto, sporco, umano.

Ed è proprio da qui che si capisce quanto questo disco abbia lasciato il segno. Non solo per le singole canzoni, coverizzate all’infinito, ma per la sua struttura stessa, diventata modello. Negli anni ’90 questa influenza è diventata addirittura un esercizio dichiarato di devozione: gli Screeching Weasel arrivarono a incidere l’intero album “Ramones” nel 1992, riprendendo traccia per traccia il debutto del ’76. Non un omaggio qualsiasi, ma una vera e propria “ri-esecuzione” filologica. E non furono soli: i Queers rifecero “Rocket to Russia”, i Vindictives “Leave Home”, i Mr. T Experience “Road to Ruin”, e Boris the Sprinkler “End of the Century”. Un’intera scena che non si limitava a ispirarsi, ma sceglieva di tornare alla fonte, pezzo per pezzo.

E anche in Italia quel filo non si è mai spezzato: i The Manges, tra le realtà più coerentemente ramoniane in Europa, hanno costruito un’intera carriera su quell’estetica e quel suono, arrivando con “Rocket to You a rendere un tributo esplicito a “Rocket to Russia. Non la copia integrale traccia per traccia, ma qualcosa di forse ancora più significativo: la dimostrazione che quel linguaggio può essere ancora vivo, reinterpretato, suonato come se fosse sempre il 1976.

Riascoltato oggi, “Ramones” non suona come un reperto storico. Suona ancora vivo, urgente, necessario. Forse perché non è mai stato un esercizio di stile, ma un’esplosione spontanea. Un disco che non cercava di essere importante, e proprio per questo lo è diventato.

Per me è stato un punto di partenza. Un modo di capire che la musica non deve essere perfetta per essere vera. E che a volte bastano due minuti, tre accordi e un “Hey ho, let’s go” per cambiarti il modo di ascoltare tutto il resto.

(Riki Signorini)


I brani

 

SIDE A

1.   Blitzkrieg Bop

2.   Beat on the Brat

3.   Judy Is a Punk

4.   I Wanna Be Your Boyfriend

5.   Chain Saw

6.   Now I Wanna Sniff Some Glue

7.   I Don’t Wanna Go Down to the Basement

SIDE B

1.   Loudmouth

2.   Havana Affair

3.   Listen to My Heart

4.   53rd & 3rd

5.   Let’s Dance

6.   I Don’t Wanna Walk Around with You

7.   Today Your Love, Tomorrow the World

ADOLESCENTS “ADOLESCENTS” (LP, 1981, FRONTIER RECORDS, 5/5)

There are albums that aren’t just music, but pieces of your life.

The Adolescents’ self-titled 1981 LP is definitely one of my first hardcore loves. It was one of the first records of the genre I started listening to at 15, together with my friends and partners in (mis)adventure.

A true milestone in my musical upbringing.

It’s a record I literally wore out, to the point of knowing by heart even the crackles of the vinyl between one track and the next.

It includes songs that have become immortal: “I Hate Children,” “Kids of the Black Hole”, “No Way”, “Amoeba” (which even made it into the soundtrack of Grand Theft Auto V, so much so that years later I took my son to see one of their unforgettable live sets in Campi Bisenzio in 2016), and “Democracy.”

And if I have to pick a few favorites, it’s only for the sake of brevity, because even the tracks I didn’t mention, like “L.A. Girl” or “Creatures,” hit just as hard.

A raw, direct, no-frills record. But above all, a real one.

The kind that never leaves you.

And if any of you haven’t listened to it yet, you’d better fix that immediately.

(Riki Signorini)


The tracks

Side A

1.   I Hate Children

2.   Who Is Who

3.   Wrecking Crew

4.   L.A. Girl

5.   Self Destruct

6.   Kids of the Black Hole

Side B

7.   No Way

8.   Amoeba

9.   Word Attack

10.   Rip It Up

11.   Democracy

12.   No Friends

13.   Creatures


RECENSIONE ADOLESCENTS “ADOLESCENTS” (LP, 1981, FRONTIER RECORDS, 5/5)

Ci sono dischi che non sono solo musica, ma pezzi di vita.

L’LP omonimo del 1981 degli Adolescents rientra senza dubbio tra i miei primi amori hardcore.

È stato uno dei primi dischi del genere che ho iniziato ad ascoltare a 15 anni, insieme ai miei amici e compagni di (s)ventura.

Una vera pietra miliare nella mia formazione musicale.

Un disco che ho consumato letteralmente, fino a conoscerne a memoria anche i fruscii del vinile tra una traccia e l’altra.

Dentro ci sono brani diventati immortali: “I Hate Children”, “Kids of the Black Hole”, “No Way”, “Amoeba” (finita addirittura nella colonna sonora di Grand Theft Auto V, tanto che anni dopo ho portato mio figlio a vedere un loro live set memorabile a Campi Bisenzio nel 2016), o “Democracy”.

E se proprio devo citarne alcuni come preferiti, è solo per forza di sintesi: perché anche i pezzi che non ho citato, come “L.A. Girl” o “Creatures”, spaccano allo stesso modo.

Un disco ruvido, diretto, senza filtri. Ma soprattutto, un disco vero.

Di quelli che non ti lasciano più.

E se qualcuno tra voi non lo ha ancora ascoltato, è bene che corra ai ripari e rimedi immediatamente.
(Riki Signorini)

 

I brani

 

Side A

1.   I Hate Children

2.   Who Is Who

3.   Wrecking Crew

4.   L.A. Girl

5.   Self Destruct

6.   Kids of the Black Hole

 

Side B

7.   No Way

8.   Amoeba

9.   Word Attack

10.   Rip It Up

11.   Democracy

12.   No Friends

13.   Creatures