Anno importante il 2026 per i Bloody Riot. Prima gli Assalti Frontali hanno reso loro omaggio campionando “Naja de Merda” e trasformandola nella rap “Guerra di Merda”, riportando all'attenzione di un pubblico diverso uno dei manifesti dell'hardcore italiano. Poi è arrivato “Rivoltiamo”, il primo album di inediti dopo oltre quarant'anni. Una coincidenza? Forse. Un segnale? Probabilmente sì.
Per chi, come me, è cresciuto musicalmente negli anni Ottanta, i Bloody Riot non sono mai stati semplicemente una band. Erano un modo di stare al mondo, ed hanno rappresentato una delle voci più autentiche e credibili dell'underground italiano, che sputava rabbia contro il conformismo, contro le istituzioni borghesi, contro il potere in ogni sua forma. Non cercavano consenso. Cercavano verità. E quella verità, spesso scomoda, arrivava come un pugno nello stomaco.
Per questo motivo aspettavo “Rivoltiamo” con curiosità ma anche con una certa diffidenza. Le reunion sono spesso operazioni nostalgiche. Si torna insieme per celebrare un passato irripetibile, si ripropongono vecchi classici e si vive di ricordi. I Bloody Riot, invece, scelgono una strada completamente diversa. Questo disco nasce dall'urgenza di confrontarsi con il presente. Non prova a ricostruire il 1983. Cerca di raccontare il 2026 con gli stessi occhi di allora. Ed è proprio questa la sua forza.
La storia della rinascita della band è quasi casuale. Un ritrovo al funerale di Roberta Pagnini, la proposta di un festival, i concerti tornati uno dopo l'altro e la consapevolezza che limitarsi a suonare il vecchio repertorio non sarebbe bastato. Da lì la necessità di scrivere nuove canzoni, capaci di parlare dell'oggi mantenendo intatta l'attitudine di sempre.
L'assenza di Roberto Perciballi si sente. Sarebbe impossibile il contrario. La sua voce era parte integrante dell'identità dei Bloody Riot e rappresentava qualcosa di irripetibile. Oggi il microfono passa a Valerio Lazzaretti e Simone Lucciola, entrambi già coinvolti nel tributo dedicato a Perciballi. Perdono inevitabilmente il confronto soltanto perché nella nostra memoria continua a risuonare quella voce originale. Se li si ascolta senza questo peso sulle spalle, la loro prova è tutt'altro che secondaria. Riescono a trasmettere rabbia, convinzione e credibilità senza trasformarsi in imitatori. È probabilmente il miglior complimento che si possa fare.
Musicalmente siamo davanti a una band molto diversa da quella degli anni Ottanta. Più matura, più precisa, con una qualità sonora infinitamente superiore. Ma attenzione a non confondere la pulizia della produzione con un ammorbidimento del messaggio. Qui non c'è nulla di addomesticato. Il suono resta feroce, compatto, devastante. Rimane il marchio di fabbrica "Ardecore de Roma", ma con una solidità compositiva e tecnica che rende ogni brano ancora più efficace. Come ha scritto qualcuno in una recensione che condivido quasi totalmente, i Bloody Riot mettono insieme dieci brani fedeli al proprio stile schietto, sguaiato e spietato, sostenuti da un bel muro di suono e nati dall'urgenza di confrontarsi con il presente, senza cadere nella trappola della nostalgia.
Dal punto di vista dei contenuti non fanno un solo passo indietro. “Dichiarato Morto” affronta il caso di Alfredo Cospito e il regime del 41 bis. “Manganello” trasforma lo sfollagente nella perfetta metafora della repressione. “Radio Maria” è un atto d'accusa contro un'influenza culturale ritenuta pervasiva, mentre “Patriottista Patriota” prende di mira nazionalismo, ignoranza e manipolazione dell'informazione. Temi scomodi, affrontati senza il minimo tentativo di renderli più digeribili, esattamente come quarant'anni fa.
Merita una citazione particolare “Cuore Bugiardo”, rilettura della vecchia “Bitch”, con la volontà di rimettere mano a un testo che oggi gli stessi Bloody Riot giudicano superficiale e inadeguato, perché si può restare radicali senza rinunciare all'autocritica.
Commovente è anche “Parole al Veleno”, dedicata proprio a Roberto Perciballi. È impossibile ascoltarla senza pensare a quanto la sua presenza continui a permeare questo disco. Allo stesso modo “Ultima Chiamata”, dedicata a Massimo Lala dei Last Call, affronta il tema del suicidio con una lucidità e una delicatezza che sorprendono, senza rinunciare alla critica sociale che attraversa tutto l'album.
Per finire, “Rivoltiamo” non cerca mai di dimostrare di essere ancora rilevante. Lo è e basta. Non perché ripropone una fotografia degli anni Ottanta, ma perché dimostra che molte delle ragioni che fecero nascere il punk hardcore italiano sono ancora davanti ai nostri occhi. Cambiano i protagonisti, cambiano gli strumenti del potere, cambia il linguaggio, ma repressione, abuso, manipolazione e disuguaglianze continuano a esistere.
È forse questo il vero paradosso del disco. Avrei preferito ascoltare queste canzoni pensando che fossero il racconto di un passato lontano. Invece parlano del presente. E fanno male proprio per questo. E ci ricordano che c'è ancora molto contro cui vale la pena urlare.
(Riki
Signorini)
I brani
1.
Dichiarato Morto
2.
Manganello
3.
Radio Maria
4.
Cuore Bugiardo
5.
Parole al Veleno
6.
Annusa Abusa
7.
Patriottista Patriota
8.
Evaporato
9.
The Noise
10. Ultima Chiamata
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