RECENSIONE RAMONES “RAMONES” (LP, 1976, SIRE RECORDS, 5/5)

A pochi giorni dal cinquantesimo anniversario di “Ramones”, uscito il 23 aprile 1976, è inevitabile fermarsi un attimo e chiedersi cosa resti davvero di quel disco che, in meno di mezz’ora, ha cambiato per sempre la storia della musica.

Io, ovviamente, non c’ero nel 1976. Non ho vissuto l’urto iniziale, quel momento in cui quattro ragazzi del Queens salirono su un palco e riscrissero le regole. Ci sono arrivato qualche anno dopo, ma abbastanza presto da farmi travolgere comunque in pieno.

E da subito non ho avuto dubbi: tra i Sex Pistols e i Ramones, ho scelto i “fratellini” newyorkesi. Meno nichilisti, meno costruiti, forse meno “pericolosi” nell’immaginario… ma infinitamente più diretti, più sinceri, più miei. Le loro Converse contro gli anfibi londinesi: non è mai stata solo una questione estetica.

Dentro questo disco c’è già tutto. C’è l’attacco immortale di “Blitzkrieg Bop”, che ancora oggi è un manifesto più che una canzone. C’è l’ironia disturbante di “Beat on the Brat”, la velocità nervosa di “Judy Is a Punk”, la dolcezza inattesa di “I Wanna Be Your Boyfriend”. E poi ci sono schegge come “Now I Wanna Sniff Some Glue” o “I Don’t Wanna Go Down to the Basement”, che in poco più di un minuto riescono a dire più di interi album di altri.

Non è solo una questione di brani iconici. È la grammatica che cambia: pezzi corti, tre accordi, niente assoli inutili, zero compromessi. Una formula talmente semplice da sembrare banale, e invece rivoluzionaria. Sono 14 brani in circa 29 minuti, praticamente il manifesto perfetto del “less is more” punk.

E poi c’è “53rd & 3rd”, che rompe la superficie e lascia intravedere qualcosa di più oscuro, più reale. Come a dire: sotto quella velocità c’è anche un mondo storto, sporco, umano.

Ed è proprio da qui che si capisce quanto questo disco abbia lasciato il segno. Non solo per le singole canzoni, coverizzate all’infinito, ma per la sua struttura stessa, diventata modello. Negli anni ’90 questa influenza è diventata addirittura un esercizio dichiarato di devozione: gli Screeching Weasel arrivarono a incidere l’intero album “Ramones” nel 1992, riprendendo traccia per traccia il debutto del ’76. Non un omaggio qualsiasi, ma una vera e propria “ri-esecuzione” filologica. E non furono soli: i Queers rifecero “Rocket to Russia”, i Vindictives “Leave Home”, i Mr. T Experience “Road to Ruin”, e Boris the Sprinkler “End of the Century”. Un’intera scena che non si limitava a ispirarsi, ma sceglieva di tornare alla fonte, pezzo per pezzo.

E anche in Italia quel filo non si è mai spezzato: i The Manges, tra le realtà più coerentemente ramoniane in Europa, hanno costruito un’intera carriera su quell’estetica e quel suono, arrivando con “Rocket to You a rendere un tributo esplicito a “Rocket to Russia. Non la copia integrale traccia per traccia, ma qualcosa di forse ancora più significativo: la dimostrazione che quel linguaggio può essere ancora vivo, reinterpretato, suonato come se fosse sempre il 1976.

Riascoltato oggi, “Ramones” non suona come un reperto storico. Suona ancora vivo, urgente, necessario. Forse perché non è mai stato un esercizio di stile, ma un’esplosione spontanea. Un disco che non cercava di essere importante, e proprio per questo lo è diventato.

Per me è stato un punto di partenza. Un modo di capire che la musica non deve essere perfetta per essere vera. E che a volte bastano due minuti, tre accordi e un “Hey ho, let’s go” per cambiarti il modo di ascoltare tutto il resto.

(Riki Signorini)


I brani

 

SIDE A

1.   Blitzkrieg Bop

2.   Beat on the Brat

3.   Judy Is a Punk

4.   I Wanna Be Your Boyfriend

5.   Chain Saw

6.   Now I Wanna Sniff Some Glue

7.   I Don’t Wanna Go Down to the Basement

SIDE B

1.   Loudmouth

2.   Havana Affair

3.   Listen to My Heart

4.   53rd & 3rd

5.   Let’s Dance

6.   I Don’t Wanna Walk Around with You

7.   Today Your Love, Tomorrow the World

ADOLESCENTS “ADOLESCENTS” (LP, 1981, FRONTIER RECORDS, 5/5)

There are albums that aren’t just music, but pieces of your life.

The Adolescents’ self-titled 1981 LP is definitely one of my first hardcore loves. It was one of the first records of the genre I started listening to at 15, together with my friends and partners in (mis)adventure.

A true milestone in my musical upbringing.

It’s a record I literally wore out, to the point of knowing by heart even the crackles of the vinyl between one track and the next.

It includes songs that have become immortal: “I Hate Children,” “Kids of the Black Hole”, “No Way”, “Amoeba” (which even made it into the soundtrack of Grand Theft Auto V, so much so that years later I took my son to see one of their unforgettable live sets in Campi Bisenzio in 2016), and “Democracy.”

And if I have to pick a few favorites, it’s only for the sake of brevity, because even the tracks I didn’t mention, like “L.A. Girl” or “Creatures,” hit just as hard.

A raw, direct, no-frills record. But above all, a real one.

The kind that never leaves you.

And if any of you haven’t listened to it yet, you’d better fix that immediately.

(Riki Signorini)


The tracks

Side A

1.   I Hate Children

2.   Who Is Who

3.   Wrecking Crew

4.   L.A. Girl

5.   Self Destruct

6.   Kids of the Black Hole

Side B

7.   No Way

8.   Amoeba

9.   Word Attack

10.   Rip It Up

11.   Democracy

12.   No Friends

13.   Creatures


RECENSIONE ADOLESCENTS “ADOLESCENTS” (LP, 1981, FRONTIER RECORDS, 5/5)

Ci sono dischi che non sono solo musica, ma pezzi di vita.

L’LP omonimo del 1981 degli Adolescents rientra senza dubbio tra i miei primi amori hardcore.

È stato uno dei primi dischi del genere che ho iniziato ad ascoltare a 15 anni, insieme ai miei amici e compagni di (s)ventura.

Una vera pietra miliare nella mia formazione musicale.

Un disco che ho consumato letteralmente, fino a conoscerne a memoria anche i fruscii del vinile tra una traccia e l’altra.

Dentro ci sono brani diventati immortali: “I Hate Children”, “Kids of the Black Hole”, “No Way”, “Amoeba” (finita addirittura nella colonna sonora di Grand Theft Auto V, tanto che anni dopo ho portato mio figlio a vedere un loro live set memorabile a Campi Bisenzio nel 2016), o “Democracy”.

E se proprio devo citarne alcuni come preferiti, è solo per forza di sintesi: perché anche i pezzi che non ho citato, come “L.A. Girl” o “Creatures”, spaccano allo stesso modo.

Un disco ruvido, diretto, senza filtri. Ma soprattutto, un disco vero.

Di quelli che non ti lasciano più.

E se qualcuno tra voi non lo ha ancora ascoltato, è bene che corra ai ripari e rimedi immediatamente.
(Riki Signorini)

 

I brani

 

Side A

1.   I Hate Children

2.   Who Is Who

3.   Wrecking Crew

4.   L.A. Girl

5.   Self Destruct

6.   Kids of the Black Hole

 

Side B

7.   No Way

8.   Amoeba

9.   Word Attack

10.   Rip It Up

11.   Democracy

12.   No Friends

13.   Creatures

RECENSIONE THE CLASH “THE CLASH” (1977, CBS RECORDS, 5/5)

Scrivere di questo album oggi è strano. Sono passati decenni, ma la carica elettrica che esce da quelle casse sembra non aver perso nemmeno un volt. Per me, questo è stato un disco fondamentale. Uno di quei dischi che mi hanno fatto capire che il punk non era solo "fare rumore", ma avere qualcosa di fottutamente urgente da dire.

Mentre i Sex Pistols urlavano al nichilismo, i Clash ci urlavano in faccia la realtà, parlando della noia suburbana e della disoccupazione dell'Inghilterra di fine anni '70, ma con una consapevolezza che altri non avevano.

Un disco grezzo, registrato quasi di corsa, ma con una struttura. Non è solo velocità; c’è il seme del reggae che già germoglia in tracce come “Police & Thieves. E ci sono i testi, indimenticabili: “London's Burning, “White Riot, “Career Opportunitiesnon sono canzoni, sono titoli di giornale scritti col pennarello indelebile sui muri della metro.

Il cerchio si chiude perfettamente con "Garageland", la traccia finale. È la loro risposta definitiva a chi diceva che non sapevano suonare e che dovevano tornarsene nel loro garage. Beh, quel garage è diventato il centro del mondo.

Ricordo ancora la prima volta che ho sentito l'attacco di “London's Burning. Ero un ragazzino che cercava qualcosa di vero in un mare di musica patinata e senza anima. Quei tre accordi sporchi sono stati il mio biglietto d'ingresso per un mondo dove la rabbia diventava creatività e l'insoddisfazione diventava rivoluzione. Senza questo album, probabilmente oggi non sarei qui a scrivere su questo blog con questa foga.

Dunque, se non lo avete mai sentito (ma dove vivete?), fatelo ora.

Se lo conoscete a memoria, rimettetelo su e alzate il volume finché i vicini non bussano alla porta.

È un disco che puzza di strada, di sudore e di verità.


(Riki Signorini)

I brani

Lato A

1.   Janie Jones – 2:05

2.   Remote Control – 3:00

3.   I'm So Bored With The U.S.A. – 2:24

4.   White Riot – 1:55

5.   Hate & War – 2:04

6.   What's My Name – 1:40

7.   Deny – 3:03

8.   London's Burning – 2:10

Lato B

1.   Career Opportunities – 1:51

2.   Cheat – 2:06

3.   Protex Blue – 1:45

4.   Police & Thieves (cover di Junior Murvin) – 6:00

5.   48 Hours – 1:34

6.   Garageland – 3:13