RECENSIONE RANCID “INDESTRUCTIBLE” (CD, 2003, HELLCAT RECORDS, 3/5)

Dopo la rabbia e l'impatto devastante di “Rancid 2000, i Rancid tornano con un disco che fin dal primo ascolto appare diverso. “Indestructible è probabilmente l'album più accessibile e melodico della loro carriera fino a questo momento, una scelta che farà storcere il naso a chi, come il sottoscritto, si era innamorato della band per l'urgenza punk e hardcore degli esordi.

Sia chiaro: non siamo di fronte a un brutto disco. Al contrario, “Indestructible è un lavoro piacevole, scorrevole e capace di intrattenere dall'inizio alla fine. Tuttavia, la sensazione è che i Rancid abbiano in parte smussato gli angoli più taglienti del loro suono, privilegiando strutture più immediate e ritornelli più orecchiabili.

Le influenze ska, reggae e rock'n'roll, da sempre presenti nel bagaglio della band, qui emergono con particolare evidenza e contribuiscono a rendere l'album vario e dinamico. Alcuni brani funzionano bene, altri lasciano meno il segno, ma nel complesso il livello resta più che dignitoso.

Se però c'è una canzone destinata a rimanere nella storia del gruppo è senza dubbio "Indestructible". Il brano che dà il titolo all'album è l'unico episodio che riesce davvero a raggiungere le vette emotive e compositive dei migliori Rancid: intenso, sincero e immediato, rappresenta il cuore pulsante del disco.

Non va inoltre dimenticato il contesto in cui l'album è stato scritto. “Indestructible è un lavoro maturo e profondamente personale, influenzato dai momenti difficili vissuti da Tim Armstrong negli ultimi anni, tra cui il doloroso divorzio da Brody Dalle e la perdita di amici e familiari. Questa componente autobiografica attraversa gran parte dei testi e conferisce al disco una sincerità che ne costituisce uno dei principali punti di forza.

In definitiva, “Indestructible non è certo il miglior album dei Rancid e difficilmente farà cambiare idea a chi preferisce la furia degli esordi. Rimane però un disco onesto, ben suonato e capace di offrire quaranta minuti di ottimo intrattenimento, pur restando lontano dai vertici assoluti della loro discografia.


(Riki Signorini)

 

I brani

 

1.   Indestructible

2.   Fall Back Down

3.   Red Hot Moon

4.   David Courtney

5.   Start Now

6.   Out of Control

7.   Django

8.   Arrested in Shanghai

9.   Travis Bickle

10.   Memphis

11.   Spirit of '87

12.   Ghost Band

13.   Tropical London

14.   Roadblock

15.   Born Frustrated

16.   Back Up Against the Wall

17.   Ivory Coast

18.   Stand Your Ground

19.   Otherside

RECENSIONE BLOODY RIOT “RIVOLTIAMO” (LP, 2026, HELLNATION + AREA PIRATA, 4/5)

Anno importante il 2026 per i Bloody Riot. Prima gli Assalti Frontali hanno reso loro omaggio campionando “Naja de Merda” e trasformandola nella rap “Guerra di Merda”, riportando all'attenzione di un pubblico diverso uno dei manifesti dell'hardcore italiano. Poi è arrivato “Rivoltiamo”, il primo album di inediti dopo oltre quarant'anni. Una coincidenza? Forse. Un segnale? Probabilmente sì.

Per chi, come me, è cresciuto musicalmente negli anni Ottanta, i Bloody Riot non sono mai stati semplicemente una band. Erano un modo di stare al mondo, ed hanno rappresentato una delle voci più autentiche e credibili dell'underground italiano, che sputava rabbia contro il conformismo, contro le istituzioni borghesi, contro il potere in ogni sua forma. Non cercavano consenso. Cercavano verità. E quella verità, spesso scomoda, arrivava come un pugno nello stomaco.

Per questo motivo aspettavo “Rivoltiamo” con curiosità ma anche con una certa diffidenza. Le reunion sono spesso operazioni nostalgiche. Si torna insieme per celebrare un passato irripetibile, si ripropongono vecchi classici e si vive di ricordi. I Bloody Riot, invece, scelgono una strada completamente diversa. Questo disco nasce dall'urgenza di confrontarsi con il presente. Non prova a ricostruire il 1983. Cerca di raccontare il 2026 con gli stessi occhi di allora. Ed è proprio questa la sua forza.

La storia della rinascita della band è quasi casuale. Un ritrovo al funerale di Roberta Pagnini, la proposta di un festival, i concerti tornati uno dopo l'altro e la consapevolezza che limitarsi a suonare il vecchio repertorio non sarebbe bastato. Da lì la necessità di scrivere nuove canzoni, capaci di parlare dell'oggi mantenendo intatta l'attitudine di sempre.

L'assenza di Roberto Perciballi si sente. Sarebbe impossibile il contrario. La sua voce era parte integrante dell'identità dei Bloody Riot e rappresentava qualcosa di irripetibile. Oggi il microfono passa a Valerio Lazzaretti e Simone Lucciola, entrambi già coinvolti nel tributo dedicato a Perciballi. Perdono inevitabilmente il confronto soltanto perché nella nostra memoria continua a risuonare quella voce originale. Se li si ascolta senza questo peso sulle spalle, la loro prova è tutt'altro che secondaria. Riescono a trasmettere rabbia, convinzione e credibilità senza trasformarsi in imitatori. È probabilmente il miglior complimento che si possa fare.

Musicalmente siamo davanti a una band molto diversa da quella degli anni Ottanta. Più matura, più precisa, con una qualità sonora infinitamente superiore. Ma attenzione a non confondere la pulizia della produzione con un ammorbidimento del messaggio. Qui non c'è nulla di addomesticato. Il suono resta feroce, compatto, devastante. Rimane il marchio di fabbrica "Ardecore de Roma", ma con una solidità compositiva e tecnica che rende ogni brano ancora più efficace. Come ha scritto qualcuno in una recensione che condivido quasi totalmente, i Bloody Riot mettono insieme dieci brani fedeli al proprio stile schietto, sguaiato e spietato, sostenuti da un bel muro di suono e nati dall'urgenza di confrontarsi con il presente, senza cadere nella trappola della nostalgia.

Dal punto di vista dei contenuti non fanno un solo passo indietro. “Dichiarato Morto” affronta il caso di Alfredo Cospito e il regime del 41 bis. “Manganello” trasforma lo sfollagente nella perfetta metafora della repressione. “Radio Maria” è un atto d'accusa contro un'influenza culturale ritenuta pervasiva, mentre “Patriottista Patriota” prende di mira nazionalismo, ignoranza e manipolazione dell'informazione. Temi scomodi, affrontati senza il minimo tentativo di renderli più digeribili, esattamente come quarant'anni fa.

Merita una citazione particolare “Cuore Bugiardo”, rilettura della vecchia “Bitch”, con la volontà di rimettere mano a un testo che oggi gli stessi Bloody Riot giudicano superficiale e inadeguato, perché si può restare radicali senza rinunciare all'autocritica.

Commovente è anche “Parole al Veleno”, dedicata proprio a Roberto Perciballi. È impossibile ascoltarla senza pensare a quanto la sua presenza continui a permeare questo disco. Allo stesso modo “Ultima Chiamata”, dedicata a Massimo Lala dei Last Call, affronta il tema del suicidio con una lucidità e una delicatezza che sorprendono, senza rinunciare alla critica sociale che attraversa tutto l'album.

Per finire, “Rivoltiamo” non cerca mai di dimostrare di essere ancora rilevante. Lo è e basta. Non perché ripropone una fotografia degli anni Ottanta, ma perché dimostra che molte delle ragioni che fecero nascere il punk hardcore italiano sono ancora davanti ai nostri occhi. Cambiano i protagonisti, cambiano gli strumenti del potere, cambia il linguaggio, ma repressione, abuso, manipolazione e disuguaglianze continuano a esistere.

È forse questo il vero paradosso del disco. Avrei preferito ascoltare queste canzoni pensando che fossero il racconto di un passato lontano. Invece parlano del presente. E fanno male proprio per questo. E ci ricordano che c'è ancora molto contro cui vale la pena urlare.

(Riki Signorini)

I brani 

1.    Dichiarato Morto

2.    Manganello

3.    Radio Maria

4.    Cuore Bugiardo

5.    Parole al Veleno

6.    Annusa Abusa

7.    Patriottista Patriota

8.    Evaporato

9.    The Noise

10. Ultima Chiamata

I contatti

areapiratarec.bandcamp.com/album/rivoltiamo

Area Pirata Records

Robertò Hellnation

RECENSIONE LIBRO “DISTORSIONI SUONI E TRACCE” (GIANPIERO CAPRA, EDIZIONI MALAMENTE, 2026, 5/5)

Chi mi conosce sa la stima, il rispetto e l’ammirazione che ho per i Kina, la seminale band valdostana che, oltre a portare altissima la bandiera dell’hardcore italiano, ha incarnato in modo forse irripetibile anche lo spirito DIY attraverso Blu Bus Records e Circus Records.

Una di quelle realtà che chiunque ritenga di conoscere anche solo superficialmente la storia della musica alternativa italiana dovrebbe aver incontrato, e che, in caso contrario, meriterebbe di essere recuperata al più presto.

Fatta questa doverosa premessa, mi trovo oggi a scrivere di “Distorsioni, suoni e tracce” di Gianpiero Capra, pubblicato da Malamente, che potrebbe anche essere l’occasione giusta per correre ai ripari.

Gianpiero, per chi non lo sapesse, era il bassista dei Kina, ma ridurlo a questo sarebbe ingeneroso.

E questo libro è in realtà una sorta di archivio vivo, una raccolta di scritti che attraversano più di trent’anni, tra column, articoli e interviste. Materiale originariamente pubblicato tra il 1992 e il 1998 su riviste come Flash!, Dynamo, Urlo, fino a contributi più recenti per Soda Pop, Punkadeka e Nunatak.

E sì, con una certa emozione personale, devo dire che mi fa piacere ritrovarmi citato nell’introduzione. Il classico “ce lo dico a mio cugino” (cit.) che fa sorridere, ma che riporta anche a un’epoca in cui certe cose nascevano davvero da scambi diretti, quasi artigianali. Se poi devo essere onesto fino in fondo, una parte del merito di quell’epoca va anche al nostro burbero direttore Klaus Byron e alla libertà, spesso conquistata tra litigi, che dava a me e a Heintz su Flash.

C’è una frase di Gianpiero che, più di altre, sintetizza il senso dell’operazione:

Quando arrivi a 60 anni e capisci che è più la vita che sta dietro di te rispetto a quella che ti aspetta allora inizi a capire che la cosa migliore che puoi fare è essere il miglior antenato possibile per chi arriverà.”

Una frase che spiazza per semplicità e profondità. Perché, in fondo, è proprio questo il punto: cosa lasci e come lo lasci.

In questo senso si inserisce anche il contributo collettivo al libro, che raccoglie voci, ricordi, foto, testi e playlist di una quindicina di amici e compagni di strada. Un mosaico che non è nostalgia sterile, ma stratificazione di esperienze e continuità. Come scrive Andrea Valenti, la voce dei Kina ha piantato semi importanti, non solo musicali ma anche culturali e intellettuali.

Rileggere oggi questi testi, molti dei quali avevo già letto all’epoca, è stato sorprendentemente naturale.

E proprio nell’introduzione Gianpiero scrive:

Nelle storie che raccontavo 30 anni fa c’era già descritto il presente. L’ascesa dei fasci, la finanza che ammazza la gente per salvare sé stessa, lo spauracchio della guerra come momento necessario per affrontare le crisi senza dover cambiare nulla. Quello che viviamo oggi si capiva già allora.”

Una frase che colpisce perché non suona come una profezia, ma come una constatazione lucida, quasi disarmante.

Tra le colonne che più mi hanno colpito ci sono quella del giugno ’95 su Dynamo, quasi un inno alla possibilità di essere felici dentro una scena che spesso si prendeva troppo sul serio, quella del dicembre ’95 che fotografa bene l’inizio di un certo irrigidimento e declino dell’hardcore italiano, sempre più chiuso e autoreferenziale, e la riflessione dell’aprile ’96 su Urlo, dove Gianpiero si interroga sul perché negli Stati Uniti le cose sembrassero funzionare diversamente: un ecosistema più ampio, una cultura musicale più diffusa, meno integralismo e meno idea che vivere di musica fosse un peccato capitale.

“Distorsioni, suoni e tracce” non è quindi solo un libro di memorie o un’operazione nostalgia. È piuttosto un archivio vivo, un modo per rimettere in circolo idee, contraddizioni e visioni che, a distanza di decenni, continuano a parlare anche al presente. E forse è proprio questo il suo valore più forte: non raccontare solo ciò che è stato, ma suggerire che molte delle cose che viviamo oggi erano già leggibili allora, se solo si aveva la pazienza di guardare davvero.

 


(Riki Signorini)

 

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RECENSIONE OERATION IVY “ENERGY” (LP-CD, 1989, LOOKOUT RECORDS, 5/5)

Uscito il 28 maggio 1989, Energy è l’unico album degli Operation Ivy, una band che ha avuto una vita brevissima, tra il 1987 e il 1989, ma un impatto decisamente superiore alla sua durata.

Questo disco, Energy, è considerato da molti uno dei lavori fondamentali nella storia del punk e, in particolare, nella definizione dello ska punk moderno. In poco più di mezz’ora, gli Operation Ivy condensano energia pura, velocità, melodie immediate e un’attitudine profondamente DIY, contribuendo a plasmare un linguaggio musicale che influenzerà intere generazioni di band successive.

L’album fu registrato poco prima dello scioglimento del gruppo, avvenuto subito dopo un ultimo concerto tenuto al leggendario 924 Gilman Street, luogo simbolo attorno al quale era nata e si era sviluppata la vivacissima scena punk della East Bay. Quel contesto non è solo uno sfondo, ma parte integrante dell’identità della band e del suono che esprime.

La prima edizione di Energy uscì su LP e musicassetta per la Lookout! Records: conteneva 19 tracce e rappresentava perfettamente lo spirito grezzo e diretto della band. Il disco venne stampato esclusivamente su vinile nero, mentre la cassetta fu pubblicata in versione bianca, due oggetti oggi diventati quasi iconici per chi conosce quella stagione musicale.

Tra i brani dell’LP originale, alcuni si elevano in modo particolare per impatto e intensità: "Sound System", "One Of These Days" e "Freeze Up" rappresentano forse al meglio l’equilibrio tra aggressività punk e dinamica ska che definisce l’identità del disco, condensando in pochi minuti l’urgenza espressiva della band.

La successiva versione in CD, pubblicata originariamente nel 1991 sempre da Lookout! Records come raccolta estesa, porta il totale a 27 tracce. Questa edizione unisce le 19 canzoni del vinile originale ai brani dell’EP di debutto “Hectic” e ad altri pezzi comparsi solo su compilation, offrendo così una visione più completa del percorso iniziale del gruppo. Tra questi brani aggiuntivi spiccano "Junkie’s Running Dry" e "Yellin’ in My Ear", che ampliano ulteriormente lo spettro sonoro del progetto senza tradirne lo spirito originario.

Energy non è soltanto un album: è un manifesto. La sua urgenza espressiva, la fusione tra punk e ska e la sua immediatezza lo rendono ancora oggi sorprendentemente attuale. È un lavoro che ha contribuito a ridefinire gli scenari della musica alternativa, dimostrando che si può essere incisivi, politici e viscerali senza compromessi.

Personalmente, lo considero uno dei dischi più importanti mai pubblicati in ambito punk. È stato e continua a essere una fonte di ispirazione costante, un riferimento fisso che da anni non manca mai nella mia rotazione d’ascolto.

(Riki Signorini)

I brani

Lp – Cassetta

Lato A

1.   Knowledge

2.   Sound System

3.   Jaded

4.   Take Warning

5.   The Crowd

6.   Bombshell

7.   Unity

8.   Vulnerability

9.   Bankshot

10.   One of These Days (Cover Nancy Sinatra)

Lato B

11.   Gonna Find You

12.   Bad Town

13.   Smiling

14.   Caution

15.   Freeze Up

16.   Artificial Life

17.   Room Without a Window

18.   Big City

19.   Missionary

CD

Tracce originali di "Energy"

1.   Knowledge

2.   Sound System

3.   Jaded

4.   Take Warning

5.   The Crowd

6.   Bombshell

7.   Unity

8.   Vulnerability

9.   Bankshot

10.   One of These Days

11.   Gonna Find You

12.   Bad Town

13.   Smiling

14.   Caution

15.   Freeze Up

16.   Artificial Life

17.   Room Without a Window

18.   Big City

19.   Missionary

Tracce Bonus (dall'EP “Hectic” del 1988 e dalle compilation “Turn It Around!” e “Thing That Move”):

20. Junkie's Runnin' Dry

21. Here We Go Again

22. Hoboken

23. Yellin' in My Ear

24. Sleep Long

25. Healthy Body

26. Officer

27. I Got No



INTERVISTA AI TIRATURA LIMITATA

Dei Tiratura Limitata ci siamo occupati già qualche settimana fa in occasione dell’uscita del loro CD retrospettivo su Area Pirata.

Qua potete leggere la recensione: Ribelli a Vita: RECENSIONE TIRATURA LIMITATA “S/T” (LP + DIGITAL, 2025, AREA PIRATA RECORDS, 3/5)

Oggi torniamo a parlare della band Milanese attraverso un’intervista collettiva al gruppo.

D: Partiamo dal disco uscito di recente su Area Pirata. Se fosse uscito nel 1986 o nel 1987, avrebbe potuto cambiare qualcosa nella storia dei Tiratura Limitata? O eravate comunque una band destinata a bruciare in fretta?

R: La situazione della band nel 1987 era di forti prospettive ma anche piena di tensioni interne.

Il punk rock cominciava a stare stretto a qualche elemento della band che poi confluì nei Casino Royale e negli Investigators.

Sicuramente l'uscita del disco avrebbe portato nuovi stimoli e nuovi concerti anche in zone fuori dal nord Italia. Ma chissà quanto sarebbe durato.

D: Il disco nasce da un’idea di Geno De Angelis maturata nel 2020. Quanto c’è di suo in questo LP e quanto è stato difficile portare a termine il progetto dopo la sua scomparsa?

Il disco è composto quasi tutto da brani che erano stati registrati nel periodo 1985/1987 quindi con Geno al basso.

Qualcosa in studio e una buona parte in sala prove (villa Amantea) e durante i live.

Quando Geno ha proposto il progetto nel 2020, durante il COVID, i brani erano già stati scelti e masterizzati.

Addirittura, la copertina era già pronta.

Per cui quando nel 2025 c'è stato il contatto con Area Pirata Rec l'unica aggiunta è stata la registrazione di “Doesn't make It Alright” che era una delle pochissime cover che proponevamo dal vivo.

D: Secondo te è più un tributo, un documento storico o qualcosa che sentite ancora vivo artisticamente?

Questo disco è la fotografia di quello che eravamo in quegli anni: cinque ventenni con l'urgenza di raccontare la nostra situazione e la nostra città.

Registrato oggi sarebbe diverso; maggiore capacità strumentale e nuove ispirazioni avrebbero portato ad un disco, ma anche una band, diversa.

Per cui siamo contenti del risultato ma i 40 anni passati, specialmente noi che ci abbiamo suonato, li sentiamo tutti.

D: Lo split EP del 1983 con gli Shocking TV resta uno dei pochi documenti ufficiali della vostra prima fase. Che rapporto c’era tra voi? Era una semplice condivisione di etichetta e scena o c’era di più? E oggi, riguardando a quello split, cosa pensi che rappresenti davvero?

Noi eravamo prima di tutto amici, e lo siamo tutt'ora, degli Shockin'TV.

Oltre al disco abbiamo diviso sala prove, concerti e serate divertenti.

Noi Tiratura abbiamo registrato quel disco dopo solo 5 mesi che ci eravamo formati.

Ma in quegli anni (1982/1983) nella scena stavano succedendo cose di cui ancora oggi si parla con ammirazione e un misto di mitologico e dovevamo assolutamente dare il nostro contributo.

Tecnicamente ha delle pecche incredibili ma a livello artistico non ne cambierei una virgola.

La cosa che più ci fa piacere è che a distanza di 40 anni ancora oggi scopro gente "insospettabile" che possiede e apprezza quel vinile.

D: La scelta di rifare “Doesn’t Make It Alright” degli The Specials nel 2025  penso che sia significativa, e sembra confermare che l’anima ska-reggae fosse centrale nel vostro suono, forse più di certa estetica punk. Quanto erano importanti per voi il reggae e il dub rispetto alla componente più strettamente punk/Oi!?

R: Ah, lo ska e il reggae sono sempre stati, insieme al punk rock, la nostra fonte di ispirazione.

Già nel disco 7 pollici Milano 1983 c'era un brano Ska (“Distruggiamo il nucleare”) e ti posso dire che quando lo suonammo al Virus nel nostro primo concerto la partecipazione del pubblico punx fu devastante. Stage dive come nei più potenti brani hardcore. Da non credere..

Doesn't make It Alright”, che fu introdotta nella scaletta anni dopo, era un brano che ci distingueva e giocoforza abbiamo deciso di registrarla per il disco perché non esisteva una versione dell'epoca registrata degnamente.

D: Oggi, nel 2025, cosa sono i Tiratura Limitata? Un progetto chiuso che trova finalmente una forma compiuta, oppure c’è spazio per nuova musica, magari con uno sguardo meno nostalgico e più contemporaneo

R: I Tiratura Limitata attualmente sono un gruppo di amici legati dai ricordi di quegli anni e dalla mancanza di Geno. Le poche cose che riusciamo a fare sono sempre dedicate a lui.

Il nuovo disco e il concerto del Bloom del 2023 ne sono la testimonianza.

Ma non credo ci saranno nuovi brani o un Réunion.

Anche geograficamente gli elementi della band sono disseminati per l'Italia e ciò causerebbe difficoltà nelle prove.

D: Siete stati spesso raccontati come una band “combat punk” debitrice dei Clash, con innesti Oi! e reggae ma mai davvero hardcore.  Non pensi che questa posizione un po’ ibrida vi abbia penalizzato nella scena milanese degli anni ’80, dove l’identità, soprattutto hardcore, era molto marcata?

R: Assolutamente d'accordo. L'hardcore punk, da suonare, non ci è mai piaciuto.

Alcuni di noi apprezzavano le proposte di questo genere che arrivavano dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti ma si faceva fatica a scrivere brani così veloci.

Fatica a livello di gusto musicale, non come tecnica strumentale.

Dal giro del Virus siamo usciti abbastanza rapidamente perché alcune contraddizioni del collettivo non le sopportavamo.

Tuttavia, nel concerto di chiusura del Virus, pochi giorni prima che venisse sgomberato e abbattuto, siamo stati l'ultimo gruppo che ha suonato su quel palco.

D: Come sai, sto scrivendo un libro sul GDHC. Quali sono stati i vostri contatti con quella scena, se
ci sono stati?

R: Come band abbiamo avuto pochissimi contatti col GDHC.

Ricordo di aver partecipato ad un concerto dei CCM al Virus, credo fosse il 1983 o 84 ma niente di più.

Io personalmente avevo scritto un articolo per la fanzine Nuove Dal Fronte in cui criticavo un po' di band milanesi del tempo.

Ma ero giovane e col dente avvelenato verso il Virus e le band che vi transitavano.

Anzi approfitto per chiedere scusa a chi ho maltrattato. 😊)

E cogliamo l'occasione per salutare con affetto tutta la scena punk attuale ma specialmente quella dei nostri tempi che ancora oggi, nonostante l'età, tiene botta e poga ai concerti.

(Riki Signorini)