Chi mi conosce sa la stima, il rispetto e l’ammirazione che ho per i Kina, la seminale band valdostana che, oltre a portare altissima la bandiera dell’hardcore italiano, ha incarnato in modo forse irripetibile anche lo spirito DIY attraverso Blu Bus Records e Circus Records.
Una di quelle realtà che chiunque ritenga di
conoscere anche solo superficialmente la storia della musica alternativa
italiana dovrebbe aver incontrato, e che, in caso contrario, meriterebbe di
essere recuperata al più presto.
Fatta questa doverosa premessa, mi trovo oggi
a scrivere di “Distorsioni, suoni e tracce” di Gianpiero Capra, pubblicato da
Malamente, che potrebbe anche essere l’occasione giusta per correre ai ripari.
Gianpiero, per chi non lo sapesse, era il
bassista dei Kina, ma ridurlo a questo sarebbe ingeneroso.
E questo libro è in realtà una sorta di
archivio vivo, una raccolta di scritti che attraversano più di trent’anni, tra
column, articoli e interviste. Materiale originariamente pubblicato tra il 1992
e il 1998 su riviste come Flash!, Dynamo, Urlo, fino a
contributi più recenti per Soda Pop, Punkadeka e Nunatak.
E sì, con una certa emozione personale, devo
dire che mi fa piacere ritrovarmi citato nell’introduzione. Il classico “ce lo
dico a mio cugino” (cit.) che fa sorridere, ma che riporta anche a un’epoca in
cui certe cose nascevano davvero da scambi diretti, quasi artigianali. Se poi
devo essere onesto fino in fondo, una parte del merito di quell’epoca va anche
al nostro burbero direttore Klaus Byron e alla libertà, spesso conquistata tra
litigi, che dava a me e a Heintz su Flash.
C’è una frase di Gianpiero che, più di altre,
sintetizza il senso dell’operazione:
“Quando arrivi a 60 anni e capisci che è
più la vita che sta dietro di te rispetto a quella che ti aspetta allora inizi
a capire che la cosa migliore che puoi fare è essere il miglior antenato
possibile per chi arriverà.”
Una frase che spiazza per semplicità e
profondità. Perché, in fondo, è proprio questo il punto: cosa lasci e come lo
lasci.
In questo senso si inserisce anche il
contributo collettivo al libro, che raccoglie voci, ricordi, foto, testi e
playlist di una quindicina di amici e compagni di strada. Un mosaico che non è
nostalgia sterile, ma stratificazione di esperienze e continuità. Come scrive
Andrea Valenti, la voce dei Kina ha piantato semi importanti, non solo musicali
ma anche culturali e intellettuali.
Rileggere oggi questi testi, molti dei quali
avevo già letto all’epoca, è stato sorprendentemente naturale.
E proprio nell’introduzione Gianpiero scrive:
“Nelle storie che raccontavo 30 anni fa
c’era già descritto il presente. L’ascesa dei fasci, la finanza che ammazza la
gente per salvare sé stessa, lo spauracchio della guerra come momento
necessario per affrontare le crisi senza dover cambiare nulla. Quello che
viviamo oggi si capiva già allora.”
Una frase che colpisce perché non suona come
una profezia, ma come una constatazione lucida, quasi disarmante.
Tra le colonne che più mi hanno colpito ci
sono quella del giugno ’95 su Dynamo, quasi un inno alla possibilità di
essere felici dentro una scena che spesso si prendeva troppo sul serio, quella
del dicembre ’95 che fotografa bene l’inizio di un certo irrigidimento e
declino dell’hardcore italiano, sempre più chiuso e autoreferenziale, e la
riflessione dell’aprile ’96 su Urlo, dove Gianpiero si interroga sul
perché negli Stati Uniti le cose sembrassero funzionare diversamente: un
ecosistema più ampio, una cultura musicale più diffusa, meno integralismo e
meno idea che vivere di musica fosse un peccato capitale.
“Distorsioni, suoni e tracce” non è quindi solo un libro di memorie o un’operazione nostalgia. È
piuttosto un archivio vivo, un modo per rimettere in circolo idee,
contraddizioni e visioni che, a distanza di decenni, continuano a parlare anche
al presente. E forse è proprio questo il suo valore più forte: non raccontare
solo ciò che è stato, ma suggerire che molte delle cose che viviamo oggi erano
già leggibili allora, se solo si aveva la pazienza di guardare davvero.
(Riki
Signorini)
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